Dopo la pandemia, una guerra pericolosa per l’equilibrio mondiale e una profonda crisi sui mercati internazionali: come dovrebbe concretizzarsi la crescente riscoperta della solidarietà, nata proprio da queste sventure?
«La solidarietà è un pilastro della società civile. E il donare contribuisce a unire convinzioni e valori, affinché si costituisca un’identità individuale e collettiva, al di là di ogni moralismo o valutazione sul donatore e il ricevente. Ognuno deve poter essere solidale come meglio desidera. In caso di solidarietà di massa nelle situazioni di emergenza, occorre tuttavia ordine, sistema, non solo per evitare gli sprechi di denaro, ma per non produrre situazioni controproducenti. In altre parole, è necessario ripensare anche il modus operandi delle istituzioni filantropiche. La recente pandemia, che ha mutato molti equilibri temporali, ci ha costretto ad attuare processi più rapidi e trasparenti, a prendere decisioni più velocemente e a semplificare la parte burocratica riguardante le donazioni. Occorre cioè adeguarsi con prontezza a un contesto in rapido mutamento, spesso su scala inaspettata».
Quali sono le sfide principali per chi lavora con i mecenati?
«La prima è quella di cogliere la sensibilità di ogni mecenate nelle sue infinite sfumature, poi quella di evidenziare gli aspetti centrali della sua volontà, facendo quello che ogni buon consulente dovrebbe saper fare: anticipare i bisogni, dare slancio alle attività, risolvere le mille questioni poste dalla quotidianità dei progetti, proteggere, quando necessario, la privacy di chi dona. Agire da facilitatore insomma, facendo in modo che questi possa interagire in maniera armonica con gli attori della società civile. Occorre poi infinita attenzione al dettaglio, scrupolosa attenzione, pazienza, creatività, coraggio e resilienza e ciò, in alcuni casi, richiede un impegno straordinario».
Alcuni ritengono che dietro ogni grande donazione ci sia un’aspettativa di ritorno personale per il donatore. È d’accordo? Perché donano i grandi donatori e quali gratificazioni ricevono in cambio?
«In testa alle motivazioni c’è il cuore. Spesso all’origine dell’attività filantropica c’è un evento significativo della vita personale che ha lasciato tracce profonde. Poi le convinzioni etico-religiose, la passione per un tema, la tradizione famigliare, il desiderio di lenire la sofferenza o di promuovere le arti o la scienza, di restituire agli altri ciò che la fortuna, prima delle proprie capacità, ha donato. Ci sono mecenati che preferiscono restare anonimi. Le ragioni sono molte: motivi di sicurezza personale, l’età avanzata, il timore di una sovraesposizione mediatica, di un bombardamento di richieste. Altri, con i loro gesti, si consegnano all’eternità. Per il mecenate l’atto del donare è sempre una fonte di stimoli, un momento di scoperte, di apertura all’ignoto, di emozioni spesso intense e dalle conseguenze imprevedibili. La generosità, come ci insegnano le neuroscienze, stimola la produzione di serotonina, considerato un vero e proprio ormone della felicità, capace di aiutare ad armonizzare la relazione con il mondo e con sé stessi».
Nel vostro libro “La relazione generosa- Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati”, lei e la sua co-autrice affermate che sia donatori sia organizzazioni richiedenti sono corresponsabili per “fare bene il bene”. Può approfondire questo concetto?
«Pier Mario Vello, esperto di filantropia e poeta, il cui pensiero è centrale nel nostro libro, sosteneva che: “L’impressione che si ricava dall’analisi dei dati nazionali e mondiali sull’economia, sulla finanza, sulle ripetute crisi, sulle disuguaglianze di reddito e di benessere, sull’iniquità sociale e sull’ingiustizia economica, è che qualcosa di fondamentale debba essere ripensato e ridiscusso nel sistema economico “etico” dello stare insieme, e che il ripensamento radicale dei nostri scambi d’interesse possa essere fatto solamente con un salto al di fuori delle vecchie logiche che hanno prodotto le disuguaglianze”. Sono convinta che l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse filantropiche sia un tema centrale: da un lato occorre contenere lo spreco, ottimizzando i processi decisionali, di gestione delle risorse e misurandone l’impatto, dall’altro è necessario concordare a monte, con i richiedenti, l’utilizzazione delle risorse finanziare. Anche le istituzioni del pubblico devono imparare a rendicontare».
Nel corso degli anni ha incontrato decine di filantropi. Ha qualche storia particolare da raccontarci?
«Nell’incontro con un filantropo, mi tocca profondamente l’apprendere perché la generosità è diventata una pratica costante della sua vita, con il lenire le sofferenze, dare le ali alle arti e agli artisti, aiutare le scienze. Indimenticabile il colloquio, prima di Natale, con una personalità che, dopo non più di dieci minuti, ha deciso di liberare dalle ristrettezze economiche alcuni giovani talenti. O l’incontro commovente tra Francesca Camerana, mecenate della musica, e il primo dei musicisti che ha sostenuto trent’anni fa. Ho visto con i miei occhi gli effetti della riconoscenza quando viene pienamente vissuta. Altrettanto toccante una telefonata in treno, con la notizia che, grazie a una donazione importante, bambini affetti da una gravissima patologia oncologica avrebbero potuto essere adeguatamente assistiti. Questi momenti danno pienamente il senso alla mia attività, quella cioè di essere un ponte fra chi dà e chi riceve».
Da molto tempo si occupa professionalmente di filantropia, a 360 gradi. Quale arricchimento personale le è derivato? E quanto ha influenzato le sue scelte di vita?
«La filantropia è entrata nella mia vita fin da bambina. Mio padre, oltre a esercitare la professione medica, era un uomo di cultura, promotore delle arti nella sua città. Ho ricordi di pittori, poeti e musicisti che frequentavano la nostra casa e delle molte iniziative che papà contribuiva a sostenere. Questo contatto con l’arte, la cultura e la musica, e con la generosità, mi ha plasmato. A un certo punto della mia carriera, dopo un lungo periodo in cui mi sono occupata di comunicazione e poi di sponsorizzazione, il mecenatismo è rientrato nella mia vita in modo quasi casuale, con grande energia. E ho iniziato un viaggio di scoperta di progetti significativi, di artisti e dei loro mecenati. Così i miei orizzonti umani si sono ampliati ulteriormente, condividendo momenti di generosità e di umanità così speciali e profondi che è difficile raccontarli».
Quali progetti e iniziative ha in cantiere per favorire ulteriormente la crescita della filantropia in Svizzera e in Italia?
«Da sempre mi impegno a riconoscere le qualità dei giovani e a promuoverle. Organizzo simposi e incontri tra filantropi e tra mecenati e società civile in diversi paesi europei, dò vita a workshop e iniziative per operatori culturali e sociali particolarmente colpiti dalla pandemia, scrivo articoli e libri pubblicati in lingue diverse e, soprattutto, mi sto mobilitando perché si crei una rete europea dei mecenati».
Infine, quando usciremo dall’emergenze sanitaria e dalla crisi internazionali, quali potrà essere il ruolo principale della filantropia nella costruzione di una società più giusta, solidale e sostenibile?
«Occorre, innanzitutto, esaltare il senso di comunità, perché la “società felice” è quella in grado di condividere valori e responsabilità, anche nei riguardi dei mecenati. Lo stesso mecenate, infatti, se opera in solitudine e non si rapporta al territorio di riferimento, rischia di sperperare risorse economiche senza alcun effetto benefico. È fondamentale, infatti, nell’esercizio della filantropia avere sempre obiettivi chiari e condivisi, utilizzare, quando il caso lo richiede, metodi multidisciplinari, ma soprattutto rispettare la libertà di espressione e mantenere un approccio virtuoso con gli stakeholder del territorio[1]Il compito del filantropo non è quello di garantire la giustizia sociale, cosa che compete allo Stato e alla società civile, ma di risolvere situazioni di disagio, anche gravi. Però la nuova filantropia, grazie alla sua velocità di azione, può individuare in anticipo, attraverso situazioni pilota, problemi complessi che poi lo Stato potrà affrontare con altri mezzi. Filantropia e società civile dialogano al meglio se si instaura una conoscenza reciproca tra i mecenati e si crea una rete di comunicazione internazionale per scambiare informazioni pratiche. La nostra è una società in continuo movimento ed evoluzione, e il mecenatismo ne deve tener conto, assecondandone i tempi e, anzi, cercando il più possibile di anticiparli».
[1] Elisa Bortoluzzi Dubach, Chiara Tinonin, La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati, Franco Angeli Editore.