Béatrice Speiser, cosa l’ha spinta personalmente ad abbandonare la carriera giuridica per dedicarsi completamente al lavoro sociale?
«Non è stata tanto una decisione consapevole quanto un processo. Crescenda ha cominciato a occupare sempre più spazio nella mia vita, fino a sostituire gradualmente la mia attività di avvocata – e io ho assecondato questo cambiamento. A posteriori, posso dire che in questo modo sono riuscita a realizzare in modo più duraturo il mio obiettivo originario: impegnarmi a favore delle persone socialmente svantaggiate.
Tuttavia, non mi considero un’assistente sociale, bensì un’imprenditrice sociale. Ho grande rispetto per chi lavora in prima linea nel sociale, con pazienza ed empatia – ma io ho un temperamento più imprenditoriale. Ideare, costruire nuove strutture e creare opportunità di partecipazione: questa è stata, e continua a essere, la mia forma di impegno per la giustizia sociale.
Come giurista, ho imparato a comprendere sistemi complessi e a concepire la giustizia come qualcosa di strutturale. Oggi applico consapevolmente questo modo di pensare in un contesto diverso, per offrire nuove prospettive a donne con esperienze di migrazione o di fuga dal proprio Paese di origine».
C’è stato un episodio determinante che ha influenzato in modo particolare il suo impegno per la giustizia sociale?
«Ci sono stati diversi momenti significativi. Sono cresciuta a Bruxelles, dove ho potuto osservare fin da giovane le opportunità e le sfide che la migrazione comporta per una società. Allo stesso tempo, ero anch’io una straniera – seppur in condizioni molto privilegiate. Questo ha profondamente influenzato la mia sensibilità verso il tema.
Ho avuto inoltre la grande fortuna di crescere in una famiglia aperta e umanista, dove persone di origini diverse si incontravano e il dibattito politico faceva parte della quotidianità.
Un’ispirazione decisiva è stata un viaggio in India, oltre trent’anni fa. Lì ho compreso il ruolo centrale delle donne che, come imprenditrici individuali, sostengono le loro famiglie e intere comunità. Mi ha colpito la naturalezza con cui si assumevano questa responsabilità – spesso in condizioni estremamente difficili. Dieci anni dopo, da quell’esperienza è nata l’idea di trasferire queste intuizioni alla realtà delle donne con un passato migratorio in Svizzera.
Naturalmente, anche la mia esperienza personale come donna ha avuto un ruolo importante – l’impegno per la giustizia sociale non è mai stato l’unico motore. È stato piuttosto l’intreccio di osservazioni, esperienze, valori, e la gioia di creare opportunità sociali, che mi hanno condotta su questo percorso».
Come descriverebbe il suo ruolo di costruttrice di ponti tra culture e generazioni?
«Non lo considero tanto un ruolo, quanto un atteggiamento interiore. Curiosità e apertura sono ottimi presupposti. Ciò che conta davvero è osservare con attenzione: qual è la reale condizione di vita di queste persone? Quali influenze, esperienze e ferite portano con sé? Cosa è accaduto nel loro Paese d’origine, lungo il percorso migratorio o una volta arrivate qui? Per me, costruire ponti significa creare spazi per processi di apprendimento reciproco».
Qual era la sua visione originaria per Crescenda – e come si è evoluta nel corso degli anni?
«La mia visione è cambiata sorprendentemente poco. Fin dall’inizio si trattava di rafforzare le donne con esperienze di migrazione o di fuga, affinché potessero partecipare attivamente alla vita economica e sociale del nostro Paese. Queste donne portano con sé risorse straordinarie – talenti, conoscenze, esperienze di vita. Il nostro obiettivo è trovare insieme i modi per superare gli ostacoli che si frappongono al loro cammino. Solo allora possono diventare modelli e moltiplicatrici di cambiamento all’interno del loro contesto familiare.
Nel corso degli anni ho però imparato molto – sull’integrazione, sull’imprenditorialità e sulla forza della comunità. Oggi vedo Crescenda anche come un laboratorio di innovazione sociale: un luogo in cui nascono nuovi approcci alla partecipazione».
Quali sfide incontra nel lavoro con donne provenienti da contesti culturali diversi?
«Culture diverse portano con sé sistemi di valori e di comunicazione differenti. Pensiamo solo alla comunicazione non verbale: un cenno del capo può significare consenso o rifiuto, a seconda del contesto culturale. Oppure al rapporto con il tempo: mentre in Etiopia si celebrano lunghe cerimonie del caffè, in Europa spesso corriamo da un appuntamento all’altro con un “coffee to go” in mano.
A ciò si aggiungono le già menzionate barriere strutturali, come la mancanza di servizi per l’infanzia – spesso dovuta all’assenza della famiglia d’origine – il mancato riconoscimento dei titoli di studio stranieri o le difficoltà linguistiche.
È proprio qui che interveniamo: mettendo a disposizione conoscenze, empowerment e reti che costruiscono ponti concreti verso il mercato del lavoro e la società.
Allo stesso tempo, le persone con un passato migratorio desiderano, in fondo, ciò che vogliamo tutti: essere viste, sviluppare il proprio potenziale, condurre una vita autodeterminata e contribuire alla società. Per questo sono fondamentali l’apertura, il sincero interesse per la diversità e l’incontro su un piano di parità».
C’è una storia di successo legata a Crescenda che l’ha colpita in modo particolare?
«In occasione del nostro ventesimo anniversario, una ex partecipante è venuta a trovarmi insieme alla figlia, ormai adulta. Quando iniziò il percorso con noi, la bambina aveva circa cinque anni. Oggi studia in una scuola universitaria professionale. Sono arrivate con una torta enorme per ringraziarci – mi hanno detto che Crescenda è stata per loro come una famiglia, il punto di svolta. Esiste un complimento più bello?
Questo esempio dimostra anche quanto sia importante il ruolo delle donne come modelli e moltiplicatrici di cambiamento all’interno della famiglia. Storie come questa testimoniano che l’integrazione è possibile quando si uniscono fiducia, formazione e iniziativa personale. Sono proprio questi momenti a motivarci ogni giorno. Ed è sicuramente il motivo principale per cui, dopo oltre vent’anni, il mio entusiasmo per Crescenda è ancora forte come il primo giorno».
Lei è stata relatrice alla Giornata delle Fondazioni Svizzere 2025 organizzata da proFonds sul tema “Agire con creatività e coraggio”. Quali messaggi ha voluto trasmettere in quell’occasione?
«Viviamo in un’epoca di sfide crescenti – sociali, ecologiche ed economiche. Queste non richiedono solo soluzioni tecniche, ma soprattutto innovazioni sociali: risposte creative e condivise.
Allo stesso tempo, la nostra società è sempre più modellata da sistemi e norme. Questi sono importanti, ma a volte dimentichiamo che dovrebbero essere al servizio delle persone – e non il contrario. Oggi ci vuole coraggio per mettere l’essere umano al centro della nostra azione. Soprattutto nell’era della tecnologia dell’intelligenza artificiale! E servono spazi di sperimentazione, dove sia possibile provare, sbagliare e imparare. Solo così nascono vere innovazioni».
Come definisce la filantropia nel XXI secolo – e in cosa si distingue dalla beneficenza tradizionale?
«Per me, filantropia significa partenariato: due o più parti condividono un obiettivo comune – una mette a disposizione risorse o competenze, l’altra realizza il progetto. Ciò che conta è che questo scambio avvenga su un piano di parità.
La filantropia moderna non dovrebbe essere a senso unico. Entrambe le parti danno, ed entrambe ricevono e imparano: l’una rende possibile, l’altra concretizza. Nel migliore dei casi, si sviluppa un percorso di crescita condivisa».
Crede che le innovazioni sociali nascano più facilmente dalla società civile o dalle strutture statali?
«Sono convinta che l’innovazione possa nascere ovunque. Tuttavia, le strutture statali sono più vincolate ai quadri normativi. La società civile dispone di maggiori spazi di libertà per sperimentare – ed è proprio ciò di cui l’innovazione ha bisogno.
Affinché però si generino cambiamenti duraturi, è necessario che tutte le parti si incontrino e collaborino: Stato, società civile ed economia. Senza questa rete, Crescenda non sarebbe mai diventata ciò che è oggi».
Se potesse esprimere un desiderio per il futuro di Crescenda, quale sarebbe?
«Ho tanti desideri! (ride) Soprattutto, mi auguro che Crescenda possa continuare a offrire nuove prospettive alle donne con esperienze di migrazione, che rimanga un luogo dove nascono costantemente innovazioni sociali e dove persone e organizzazioni trovano ispirazione e forza».
Béatrice Speiser
La Dr.ssa Béatrice Speiser è giurista con dottorato e avvocata. Nel 2004 ha fondato a Basilea Crescenda, il primo centro in Svizzera dedicato alla promozione dell’imprenditorialità femminile tra le donne migranti. L’obiettivo dell’iniziativa è accompagnarle verso un’autonomia professionale e sociale duratura. Crescenda ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio svizzero per l’integrazione. Nel 2014 è stato pubblicato il volume Il modello Crescenda: donne migranti come imprenditrici, che illustra l’approccio innovativo del centro. Béatrice Speiser è attivamente impegnata in diverse iniziative sociali e imprenditoriali. Dal 2015 fa parte dell’organo di vigilanza del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR).
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