Qual è secondo lei una corretta definizione dell’attività di coaching?

«In questo campo c’è una grande confusione e ognuno si sente autorizzato a dare una propria definizione. Direi che il coach affianca il cliente nel raggiungere i propri obiettivi individuali, definendo le aree su cui lavorare e facendo ricorso a varie tecniche disponibili. Il punto fondamentale riguarda l’individuazione di obiettivi in linea con i propri talenti. Le tecniche utilizzate servono soltanto a far emergere talenti che sono già insiti nella persona. A questo proposito mi piace fare sempre l’esempio del fiore: per ottenere una splendida fioritura è necessario che il seme sia collocato nel terreno giusto da cui trarre tutti gli elementi necessari per il suo sviluppo». 

 

Lei è sia coach che counselor. Quale è la differenza?

«L’individuazione dell’area su cui si vuol lavorare e gli obiettivi che il cliente vorrebbe ottenere è comune ai due approcci. Il coach affianca il cliente per fargli trovare la giusta motivazione e forza per superare gli ostacoli che si frappongono tra lui e l’obiettivo. Il counselor lavora con il cliente anche sugli ostacoli, per comprendere la vera natura che spesso è di natura interiore e ridurre o annullare il loro effetto, con risultati spesso sorprendenti e meno faticosi. Immaginando una corrente d’acqua impetuosa, possiamo sia allenarci per nuotare in quel fiume, oppure allenarci a trovare un fiume più placido».

 

Quali sono i possibili vantaggi derivanti dal conoscere la metodologia di riferimento del proprio coach? Può essere un criterio di scelta del coach?

«Le varie tecniche a disposizione costituiscono soltanto una sorta di cassetta degli attrezzi a disposizione del coach. Ma la metodologia di intervento adottata deve essere di tipo adattativo, nel senso che bisogna tenere sempre conto delle specifiche situazioni in cui si è chiamati ad operare. Dunque, al di là della metodologia cui far ricorso, il criterio di scelta di un coach potrebbe essere anche determinato dal consiglio di una persona che già vi abbia fatto ricorso (un vero e proprio passa parola) oppure ancor meglio mediante un’esperienza diretta, tramite incontri o colloqui preliminare».

 

Chi sono oggi i maggiori utilizzatori del coaching (aziende, istituzioni, PMI…)?

«Non è facile fare una precisa distinzione tra personal e business, anche perché spesso la crescita evolutiva individuale ha importanti riflessi riguardo al mondo del lavoro e viceversa. La realtà contemporanea ci costringe ad un processo di continuo adattamento a situazioni che cambiano con grande rapidità e tutto ciò finisce per mettere in crisi l’uomo, a livello di individuo, di collettività o di azienda organizzata. Personalmente sto vedendo ottimi risultati su manager e liberi professionisti, ma anche con singoli individui in fase di cambiamento familiare o lavorativo».  

 

Esistono a suo avviso delle situazioni ricorrenti, nel contesto organizzativo aziendale, nelle quali l’utilizzo del coaching può fare la differenza?

«La vita di ogni azienda presenta caratteristiche sue proprie che non sarebbe corretto generalizzare. Tuttavia i problemi più ricorrenti che mi è capitato di incontrare riguardano il cambio generazionale e le trasformazioni organizzative interne. La maggiore difficoltà riguarda spesso la definizione di obiettivi aziendali condivisi, condizione indispensabile per motivare il team aziendale a far meglio. Se la mission aziendale diverge troppo dagli obiettivi personali, cresce la distanza e si aprono situazioni di crisi. E in un mercato in continua e rapida evoluzione questo è un parametro che andrebbe monitorato con una certa frequenza».

Il cambiamento accompagna da sempre l’essere umano, come fenomeno biologico e come processo di adattamento all’ambiente. Ma come va gestito il cambiamento in un’era nella quale tutto avviene in modo vorticoso e con una velocità mai vissuta dai nostri antenati?

«Prendiamo l’esempio del manager che si trova ad operare in un contesto competitivo in continua evoluzione, tra crisi e nuovi mercati emergenti. L’ostacolo maggiore è rappresentato proprio dalla gestione dell’imprevisto e dell’emergenza, quando i modelli di riferimento che fino ad allora avevano funzionato si trovano ad essere superati e occorre in brevissimo tempo approntare nuove soluzioni per fare fronte al cambiamento. E in questo un buon counselor o coach può fare la differenza».

Qual è stato il percorso individuale che l’ha portato ad acquisire specifiche competenze in materia?

«Direi che la molla è stata la voglia di affrontare e risolvere alcune problematiche personali. Questo è avvenuto mentre già svolgevo un lavoro di ingegnere e manager nell’ambito della sicurezza informatica, settore in cui opero ancora anche se con modalità diverse. Si è trattato di un percorso lungo e articolato cui hanno concorso anche la pratica di arti marziali, la meditazione e diversi percorsi di crescita personale che mi hanno portato ad un Master in Counseling della durata di tre anni in una scuola di Roma».

 

Per concludere: qual è a suo avviso il futuro del coaching? 

«Credo che in un’attività di coaching sarà sempre più importante lavorare tenendo conto della parte spirituale dell’individuo. Obiettivi che, voglio ribadirlo ancora una volta, non possono essere imposti dal coach ma devono nascere da dentro e osservati con una particolare sensibilità nella lettura della realtà: solo una effettiva selezione qualitativa degli obiettivi può creare infatti le migliori basi per il loro effettivo raggiungimento, che in questo caso si ottiene quasi automaticamente. Non solo quindi quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere, ma anche il perché e cosa ci rende felici nel raggiungerli. Il futuro è qui.».