Il 2021, lo sappiamo, non è un anno come gli altri: è diverso per la memoria del passato, l’incerto presente e la necessità di comunque elaborare progetti futuri.

È quindi inevitabile che, all’esordio di questi Anni Venti di Secolo Ventunesimo, anche l’agenda del WEF rispecchi la odierna realtà dei fatti. In particolare, le inquietudini della nostra società sono riassunte nell’ Annual Report 2019-20 del World Economic Forum, documento in cui tutti i suoi dipartimenti di ricerca commentano i progetti in corso d’opera.

Gli eventi del 2020 consegnano alla storia il fermo immagine di una società regredita allo stadio progettuale.

Che si è adattata alle circostanze e aspetta fatti compiuti. Impegnata ad attendere il futuro che verrà, come verrà, quando verrà, e preoccupata di amministrare il conto di una fattura ancora lontana dal totale finale.

Parimenti, e per gli stessi motivi, la nostra società appare positiva almeno nelle intenzioni: reattiva, cosciente ed ansiosa di tradurle in denominatori sociali universali, produttivi e condivisi.

Sintesi di questi due opposti estremi è la esperienza della pandemia, che ci ha innanzitutto sensibilizzato sulla importanza di relazioni interdisciplinari oltre che globali. D’ora in poi, avverte il Report 2019-2020 di WEF, “potremo sentirci al sicuro solo quando tutti disponiamo delle medesime competenze”.

In aggiunta, la epidemia ha anche ricordato che tutti siamo collegati da un comune destino: lo scorso anno, va riconosciuto, il WEF è stata fra le prime organizzazioni mondiali a promuovere una alleanza internazionale contro le pandemie e, in particolare, una Coalition for Epidemic Preparedness Innovations in the 2000s, Mobilitazione globale a contrasto delle attuali emergenze sanitarie. Per il futuro, osserva il World Economic Forum, la ripresa mondiale, The Great Reset, ci impone di considerare la recente crisi pandemica come una necessità sociale pari ed uguale alla terna ormai già sotto esame: responsabilità sociale delle iniziative aziendali; collaborazione tra settore pubblico e privato; controllo del progresso digitale.

Obiettivo di questo nuovo percorso, osserva il WEF, sarà una globalizzazione in forma digitale della nostra struttura sociale, a tutti i livelli: economico, sanitario, bancario, industriale, amministrativo, e persino nella elaborazione della realtà, potenziata da competenze come blockchain ed intelligenza artificiale (AI).

Tra i vincitori e vinti di questa rivoluzione spiccano due settori: il mondo del lavoro e la comunicazione.

Cominciamo dal primo, sicuro perdente.

Social distancing e telelavoro hanno sovvertito le attività impiegatizie: oggi si privilegia la competenza sulla funzione, il risultato viene scollegato dal prestatore d’opera.

Le attività lavorative avvengono in forma immateriale ed anche la stessa loro pianificazione si è fatta ragione che non è indispensabile l’obbligo di presenza in un preciso spazio aziendale.

Non è che l’indizio di una tendenza più generale e di cui solo la digitalizzazione potrebbe aiutare a controllare la eventuale deriva. Affinché il social distancing tra le persone, oggi imposto dalle circostanze, non si trasformi in un social distancing di organizzazione, gerarchie aziendali, visione stessa delle attività collegate alla creazione di valore, con una tendenza ad esternalizzare le funzioni, a delegare, a ricorrere a competenze esterne, che potrebbe polverizzare il concetto stesso di impresa, che il dipendente ormai non vivrebbe più come fattore identitario ma come una esperienza commerciale.

Per chiarirci, dato che la pandemia ne ha posto le premesse, esiste il rischio che il social distancing si estenda da temporaneo modello imprenditoriale a nuovo schema su cui impostare la società del nostro immediato avvenire. È per padroneggiare la complessità di queste scelte, che digitalizzazione, blockchain ed intelligenza artificiale diventano nostri alleati e ci aiutano soprattutto ad interpretare le conseguenze di scelte che in futuro, oltre che irreversibili, potremmo accorgerci di avere deciso con troppa fretta.

L’Annual Report del WEF conferma che proprio partendo “dalle evoluzioni in tema di disparità sociali ed equilibrio dello sviluppo industriale, dopo l’arrivo del COVID-19, gli eventi del periodo 2019-2020 ora ci ricordano la importanza di un dialogo tra le parti basato sulla fiducia, affinché si sviluppi un clima favorevole al progresso della società nel suo insieme”.

E siamo al punto, perché in una società che tende a distanziarsi un corretto dialogo ed una altrettanto corretta comunicazione diventano più importanti che mai.

È un tema sul quale, per forza di cose, il World Economic Forum ogni anno si aggiorna in continuazione.

Il meeting di WEF Davos è un evento tra i più seguiti al mondo, con oltre mezzo milione di citazioni sulla stampa, due milioni di accessi alle sue piattaforme digitali, ed un seguito che negli ultimi periodi ha superato i 25 milioni di visualizzazioni sulle reti sociali, i social media, sviluppati proprio per sensibilizzare le nuove generazioni.

“E’ ai giovani”, commenta il WEF, “cui per definizione si rivolge il futuro: dunque è alla loro attenzione che il Forum indirizza la sua comunicazione digitale.”

Ed ecco quindi che, nel mezzo della crisi pandemica, per aggiornare sulle iniziative globali in campo sanitario il WEF ha incrementato la comunicazione via livestreaming, blog, podcast, cioè i media immateriali, oltrepassando il milione di visualizzazioni giornaliere.

In definitiva, riconoscono gli studiosi del WEF, “con il 2020 sono definitivamente stati archiviati pregiudizi e limiti nell’accesso alle notizie. Il Forum ha spalancato le porte al suo pubblico, elevandolo a protagonista delle iniziative per creare un futuro migliore”.

Passando dalla teoria alla pratica, anche il giornalismo è avviato a globalizzarsi e spersonalizzarsi. La figura del professionista della informazione perde la sua centralità nel momento in cui apre la porta ai blog, alle opinioni ed ai contributi del pubblico. In tal modo, a partire dalla nuova era post-epidemica, la informazione si trasforma in un continuo esercizio collettivo, con limitati margini di errore ma dal gradimento in costante moltiplicazione: perché non sono più gli interpreti della pubblica opinione ad allestire le notizie, ma è il pubblico medesimo a fruire, ad apprezzare le informazioni che lui stesso contribuisce a formare.

È una tendenza oggi solo agli esordi ma  della cui evoluzione ci accorgeremo in  un  futuro prossimo.

Per favore, impariamo a non fare più confronti con il passato. Il passato lasciamolo dove si trova. Scordiamolo, indietro non si torna. Il messaggio è chiaro: al termine di un anno che abbiamo dovuto sopportare, inizia ad emergere la immagine della società cui siamo destinati. Impariamo a guardarla senza timore. Dopo il grande sonno a cui ci ha costretti la pandemia, lo sviluppo dei nostri modelli sociali dipenderà dalla resilienza, dalla reazione con cui ripartiremo, inglobando nel nostro avvenire le difficoltà del recente passato. Se la pandemia ha disumanizzato la nostra società, azzerandoci a sopravvivere pur di superarne le complicazioni, ora è tempo di tornare ad essere protagonisti del nostro futuro, di liberarci dagli schemi che abbiamo vissuto negli ultimi dodici mesi: con il destino che propone e una digitalizzazione che dispone, lasciando alla nostra umana coscienza di vivere con sgomento e rassegnazione il disagio di una realtà che abbiamo faticato a comprendere.