Il tasso di disoccupazione giovanile, all’affacciarsi al mondo del lavoro, alla fine del 2020 in Svizzera era del 7.5% circa, e in Europa anche peggio tra il 17 e il 20%. Sono dati che ci devono preoccupare perché, riprendendo le parole di Draghi, «privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza». In aggiunta, da un anno la pandemia li ha resi prigionieri in casa, avendogli precluso la normale frequentazione della scuola, ma anche la possibilità di spostarsi altrove per formarsi e lavorare.
Sappiamo bene che la forza lavoro giovanile è sempre stata particolarmente vulnerabile alle crisi economiche. Negli ultimi decenni, i sogni e le speranze della gioventù si sono affievoliti lasciando spazio all’ansia e alla preoccupazione per un lavoro che sembra non esserci. Oltretutto, freschi di studio, professionale o universitario, se già negli ultimi anni era complicato trovare lavoro, la pandemia ne ha quasi azzerato le opportunità, principalmente per un primo impiego, persino da stagista. Come possono i nostri ragazzi immaginare di crearsi e costruire un futuro, rendersi indipendenti, mettere su famiglia, se non gli vengono dati gli strumenti per vivere? Come può una società pensare al un futuro se non investe su chi vivrà quel futuro?
Le imprese, sempre più chinate sui conti da far tornare, margini sempre più bassi e una concorrenza mondiale che non lascia scampo, hanno dimenticato la loro responsabilità e dimensione sociale di ruolo di maestri e formatori. Giovani pronti all’uso per il mondo del lavoro non esistono a meno di poter contare su un sodalizio, che già conoscevamo, tra scuola ed impresa.
La politica, da parte sua, è sempre in rincorsa verso un’economia che marcia in modo indipendente, non mettendo come punto centrale dei suoi investimenti il capitale umano, la formazione e la cultura. Mai come oggi ci si interroga su valori, costumi e mentalità. Mai come oggi alle domande vanno date delle risposte. È ora di concentrarsi sul rischio di una generazione perduta, proponendo misure e politiche audaci, perché i danni causati dureranno a lungo e con conseguenze di impoverimento della società intera, aumentando quelle disuguaglianze che mai avremmo pensato di avere qui nella nostra bella Svizzera.
È quindi un dovere morale preoccuparci della sempre maggiore precarietà e rischio di impoverimento della gioventù. Sono i nostri figli, che probabilmente hanno ricevuto molto in termini materiali, ma a cui stiamo consegnando un mondo disastrato. Dovremmo ritrovare quella capacità di visione, di scelte coraggiose e innovative, con lo stesso spirito di sacrificio delle generazioni precedenti, uno spirito che ha permesso ad un Paese di montanari e contadini di diventare uno dei Paesi più avanzati del mondo.
Politica e imprese dovrebbero aumentare i loro sforzi, costruire ecosistemi che generino formazione e valore. La pandemia ci insegna che solo un’unità di intenti genera valore e ricchezza, soprattutto in un momento come quello attuale, in cui la crisi economica moltiplica le urgenze sociali e le domande di sostegno. Non cadiamo nell’errore di assuefarci nel vedere i giovani smarriti: investire su di loro è semplicemente investire sul futuro.
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