Lo psicologo e psicoterapeuta FSP, Pierre Kahn, invita a non generalizzare una categoria estesa come quella dei giovani. Sul fatto che il Covid abbia influito sulla loro salute non ha dubbi. «Posso dire che quelli che necessitavano di una maggior socializzazione si sono sentiti “castrati” da nuove regole create dalle autorità, che si aggiungevano a quelle già imposte all’interno del sistema familiare. Altri adolescenti che facevano fatica a relazionare con i coetanei hanno tirato un sospiro di sollievo. Alcuni usavano già i social e si sono sentiti legittimati a socializzare con questi strumenti. Globalmente la pandemia ha peggiorato le cose, soprattutto se penso alla fascia universitaria». E prosegue: «Ho notato stati depressivi passeggeri e stati ansiosi, con angosce, paure, attacchi di panico, paura della morte per persone vicine, in particolare familiari, della malattia per gli ipocondriaci, ma anche stati di sofferenza relazionale che prima non erano mai emersi che sono stati portati in superficie parlando con uno specialista».

Secondo Fabrizio Sirica, co-presidente del Partito Socialista ed educatore attivo in ambito sportivo, «a influenzare il comportamento dei giovani, è una società precaria, non solo in termini lavorativi e di prospettive professionali, ma anche incerta sotto molti punti di vista. Oggi, rispetto al passato, è molto più difficile immaginarsi il futuro e avere certezze».

Che i problemi ci siano, è innegabile. Per qualcuno, oltre al Covid, contribuiscono senz’altro anche i cambiamenti sociali e familiari. Per la Capo Dicastero Sicurezza e spazi urbani di Lugano, Karin Valenzano Rossi, stiamo scivolando in una società con soli diritti e nessun dovere: se una volta in primis le famiglie rispettavano l’autorità e le istituzioni, riconoscendone la legittimità, oggi le mettono a priori in discussione: «Penso a chi si presenta a scuola con l’avvocato perfino per contestare un voto». Con lei concorda l’esercente luganese Guido Sassi. «Ai miei tempi i genitori si preoccupavano molto di più dei figli. Ora da quel che vedo succede molto meno, anche se ovviamente non si può dire che valga per tutti. Ma i giovani sono comunque il nostro futuro».

Kahn però ammonisce sul non gettare le colpe sulle famiglie. «I giovani avevano problemi ieri, li hanno oggi e li avranno domani, indipendentemente dal sistema familiare», che è comunque cambiato negli anni. Dal canto suo, lo psicologo è convinto che ci sia una relazione, come è sempre esistita, tra sofferenza e aggressività.

E qui si apre il largo capitolo dedicato dapprima agli assembramenti e anche alle vicende legate al Molino. In entrambi i casi, tutti gli interlocutori hanno voluto precisare che non sono stati coinvolti solo giovani.

Lo sgombero e l’abbattimento di parte dell’ex Macello, a cui sono seguite manifestazioni anche violente, hanno però influito sul rapporto tra categorie giovanili e autorità? Secondo il sindaco di Lugano Marco Borradori a breve termine probabilmente sì, se pensiamo all’esito della manifestazione di protesta del 5 giugno. «Poi però tutto si assesterà. Conosco tante galassie di giovani, di sicuro non tutti si riconoscono nell’autogestione dello CSOA, ognuno ha i suoi valori, i suoi scopi, i suoi percorsi».

Su chi siano i giovani a Lugano ha le idee chiare Gerri Beretta Piccoli, di AIDA (Associazione Idea Autogestione): «I due gruppi che muovono Lugano a livello culturale sono quelli del Morel e quelli del Molino, che organizzano parecchie attività. Altre persone li seguono perché le proposte sono ascoltare musica e poter stare insieme senza controlli». A suo avviso, la società è troppo repressiva verso la gioventù. «C’è questa presenza da parte delle autorità per mostrare che si protegge la società ma ai giovani dà fastidio. Loro hanno bisogno di fare e non di essere bloccati dalla Polizia ogni due per tre, non devono sentirsi dire che fanno rumore. C’è una parte reazionaria che crede che qualsiasi cosa fatta dai giovani non va bene, li odia, li vuole rispettosi, quasi dei chierichetti».

Disporre di spazi dove fare musica e potersi incontrare è la necessità maggiore delle giovani generazioni: lo sostengono in molti, compreso Fabrizio Sirica. Il Molino poteva essere uno di questi. Ma il Municipio di Lugano è più che disposto a fornire loro un nuovo luogo dove aggregarsi, sottolineano i Municipali. «Tra i primi atti dopo la serata del Macello c’è stato quello di riproporre la sede individuata sul piano della Stampa, lontana dalle abitazioni, dunque con la possibilità di far musica senza disturbare, servita dai mezzi pubblici. Disponibile per tutti i giovani che si riconoscono in un modo o nell’altro nell’autogestione, non solo per quelli dello CSOA. Per ora non c’è stata alcuna reazione», precisa Borradori. E Valenzano Rossi: «Abbiamo capito che c’è chi ha una necessità di avere attività, momenti di svago diversi e spazi aggregativi diversi da quelli dell’offerta cittadina. È legittimo e la città deve saper rispondere a questa esigenza, sono senz’altro favorevole a farlo e anche il Municipio. Diverso è essere refrattari alle regole e alla convivenza civile e rispettosa, il pretendere delle cose che l’istituzione non può concedere: il dramma del Molino è questo, pretendere cose che la Città non poteva dare, stando al di sopra delle regole».

L’apertura al dialogo da parte della Città di Lugano ci sarebbe, dunque. Ma i problemi coi cosiddetti molinari per i Municipali sono la mancanza di confronto, il non sapere con chi si parla e l’avere delle persone che non riconoscono le autorità come tali.

Kahn concorda sull’ultimo punto? «Che sia in famiglia o in contesti più ampi ci sono giovani che faticano a riconoscere l’autorità prestabilita, da sempre. Il pericolo di un contesto come il Molino (i cui frequentatori sono più profilati a livello di società ideale rispetto ad altri coetanei) o di altri analoghi, è rappresentato dalla possibile creazione di zone grigie usate da certi individui per andare oltre i limiti, di cui il tifo sportivo ne è un altro esempio».

Una ribellione alle autorità che secondo il Comandante della Polizia di Lugano, Roberto Torrente, non deve necessariamente sempre essere vista negativamente. «Il percorso di crescita e confronto di ogni giovane, passa spesso anche da una sana critica del ‘sistema’ che si traduce non di rado in una specie di ribellione e critica sia dell’adulto che dell’autorità. Questo però non vuol dire che ogni eccesso debba essere giustificato o tollerato». Fondamentale a suo avviso è il dialogo, ascoltare per farsi ascoltare. «Laddove ci si rende contro che la divisa determina un ostacolo a tale lavoro proattivo, perché in qualche modo viene vista dal giovane come un elemento della sua contestazione, anche allora non desistiamo dal nostro intento e facciamo quindi capo a partner esterni quali ad esempio gli operatori di strada e di prossimità». Infine, il Comandante Torrente lancia un appello: «Credo nell’enorme potenziale dei giovani e nel loro instancabile entusiasmo e dinamismo alla ricerca di quei valori che spesso chi arriva in età adulta, ha purtroppo dovuto sacrificare per altri, dai contenuti meno ‘ideali’. Tuttavia è necessario che entrambe le parti possano e sappiano incontrarsi e discutere da ‘pari’, così da coniugare in modo efficace e proficuo per il futuro della nostra società tanto quell’enorme potenziale di energia dei giovani, che l’esperienza, la conoscenza e la maturità di chi questa vita l’ha già vissuta. In questo difficile esercizio, sarà comunque l’adulto che dovrà, come detto, avvicinarsi ai giovani, ascoltando e dialogando, magari ponendosi su di un piano più dinamico ed anticonformista».

Gli agenti sono spesso confrontati con giovani che abusano di stupefacenti, alcool e qualche volta psicofarmaci, un tema sicuramente delicato. Per Kahn, è aumentato negli ultimi dieci anni, soprattutto per uso ricreativo. E in questo ambito è attiva l’Associazione Insieme contro l’uso ricreativo dei farmaci, creata dalla famiglia Marini in onore del figlio deceduto a causa di abusi di farmaci. «Lo scopo dell’associazione è informare prima di tutto le persone indipendentemente dalla loro età, del fenomeno dell’abuso dei farmaci e della sua pericolosità, e fare prevenzione, attraverso progetti che stiamo stilando e volti a sensibilizzare sia i giovani che gli adulti. Noi informiamo, la scelta sta alla persona», spiega Gioele Marini, vicepresidente. L’obiettivo è portare informazione in un contesto più informale rispetto alle istituzioni e ai supporti terapeutici.

Tra chi sfoga rabbia e pulsioni, c’è anche chi davvero sta male a livello psichico: una realtà di cui si parla poco. Abbiamo raccolto la testimonianza di Samuel Iembo, attivo nella Gioventù Comunista, che ha sempre parlato dei suoi problemi psicologi. «Viviamo in un’epoca ancora molto chiusa sull’argomento. Nonostante una considerevole parte della popolazione assuma abitualmente ansiolitici o antidepressivi, nessuno lo dice con semplicità per paura dello stigma, di non essere capiti e perché parte stessa delle condizioni difficili di salute mentale rende comunque sensibile la persona. C’è una tendenza di alcuni medici a dare facilmente dei farmaci, penso alle benzodiazepine, con troppa facilità. Non vale per tutti i medici e ho incontrato psichiatri e infermieri di cui nutro profondo rispetto». Samuel Iembo denota ben poco aiuto da parte del mondo del lavoro, e non solo, verso chi è in difficoltà. Per Beretta Piccoli, molti ragazzi che vivono momenti difficili vorrebbero solo essere ascoltati e non “gestiti” unicamente a livello finanziario.

Borradori e Valenzano Rossi sono convinti che in città si faccia molto per i più giovani, ma entrambi sono dell’idea che si possa sempre migliorare, anche se, come constata il sindaco, «non si può aiutare chi non vuole una mano, chi si sottrae continuamente al dialogo e al confronto».

Concludiamo col parere degli operatori di prossimità che collaborano coi centri giovanili di Viganello e Breganzona: si fa abbastanza? «La città di Lugano ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti dei giovani, storicamente con l’introduzione di un Ufficio giovani già nel 1992 e successivamente investendo – primo Comune in Ticino – in un Servizio di prossimità a loro rivolto che, unitamente ai Centri giovanili, forma il Settore comunale delle Politiche giovanili. Con l’emergenza della pandemia e delle conseguenti restrizioni che hanno avuto pesanti effetti proprio sui giovani, il Municipio ha dapprima sostenuto la creazione di un Gruppo di riflessione nell’ambito dell’unità di coordinamento UCCL in risposta all’aumento di episodi di disagio e violenza giovanile. L’Autorità ha successivamente approvato l’implementazione delle risorse umane dei servizi di sostegno e di presa in carico dei giovani e ha previsto dei contributi mirati a sostegno dell’occupazione giovanile». Quindi, città promossa, ma non per “Insieme contro l’uso ricreativo dei farmaci”, che ritiene ci sia ancora tanto lavoro da fare.