Cosa l’ha convinta a candidarsi nuovamente al Consiglio degli Stati?
«La convinzione di poter rappresentare un pensiero, un metodo di lavoro e una visione del mondo oggi schiacciati dal politically correct e di cui, in un momento di rivolgimenti epocali quali quelli che stiamo vivendo, il nostro Paese ha estremo bisogno. Stiamo vivendo un momento storico fondamentale dove chi si oppone all’accordo quadro, che è un trattato coloniale, chi ha votato contro la direttiva europea sulle armi, chi non vuole gettare dalla finestra miliardi in contributi di coesione, deve avere un suo rappresentante anche agli Stati perché tutto il Canton Ticino deve essere adeguatamente rappresentato. Gli attuali consiglieri agli Stati rappresentano solo il 40% dell’elettorato. L’ulteriore 60% non è rappresentato».
Quali sono a suo giudizio i principali dossier aperti con i quali occorrerà al più presto confrontarsi?
«I dossier aperti e da aprire sono tanti ed importanti, primo fra tutti l’accordo quadro di cui sarà detto ampiamente in seguito. Inoltre, citandoli per temi generali, la necessità di ridurre la burocrazia, la definizione di una politica migratoria sostenibile per un Paese come la Svizzera, la definizione di una politica previdenziale adeguata, così come la creazione di una cassa malati sostenibile, onde correggere una situazione ormai fuori controllo. La tutela dell’ambiente secondo criteri non esclusivamente punitivi ma con l’elaborazione di incentivi. L’abolizione di Via Sicura, che ha letteralmente cortocircuitato l’adeguatezza delle pene. La creazione di piattaforme di formazione che permettano alla Svizzera di svolgere un ruolo da protagonista nell’ambito dello sviluppo delle nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale alla digitalizzazione, al Fintech, al blockchain e alla robotica, favorendo l’insediamento delle competenze nel nostro Paese, con la conseguente creazione di posti di lavoro, onde non dover subire questa importante evoluzione, che modificherà la vita di tutti i cittadini».
Lei ha più volte parlato della necessità di superare una visione del mondo dominata dal “politically correct”. Che cosa significa e come si dovrebbe agire in questa prospettiva?
«Superare il “politically correct” significa abbandonare le menzogne del totalitarismo culturale per tendere alla verità, ritrovare autonomia di pensiero e libertà di linguaggio rinunciando ad un quieto conformismo, guardare in modo onesto alla realtà e cercarvi delle vie percorribili nell’interesse collettivo, anziché discriminare i più da ogni progresso con argomenti ideologici, insomma operare a favore di una crescita di civiltà, invece di odiare ed opprimere gli altri con falsa buona coscienza. Davvero la politica praticata in autentica democrazia è l’ambito dell’attività umana dove meglio possiamo dare questo nobile indirizzo alla nostra azione».
L’UE e l’accordo quadro con la Svizzera. A che punto siamo e cosa bisognerebbe fare per arrivare ad una soluzione accettabile da parte di tutte le parti in causa?
«Occorre premettere che la negoziazione di accordi internazionali è sempre difficile, difficoltà che aumenta sicuramente tanto più la controparte è importante dal punto di vista economico e da quello del suo peso internazionale e ciò per il semplice fatto che ogni Paese, a giusto titolo, fa i suoi interessi senza guardare tanto in faccia agli altri. La negoziazione dell’accordo quadro attualmente in consultazione si basa su presupposti istituzionali e metodologici sbagliati ed è stata impostata in direzione di una cancellazione dell’indipendenza politica svizzera. Il nostro sistema di democrazia semi-diretta è incompatibile con il sistema centralista dell’UE. Compromessi di tipo istituzionale non sono possibili. Si possono fare dei matrimoni di interesse ma senza snaturare le istituzioni che hanno garantito successo e benessere a tutta la popolazione svizzera e straniera residente e che sono il frutto di quasi duecento anni di evoluzione storica democratica, non sempre facile».
Più in generale, quali sono le motivazioni ideali e i valori che l’hanno convinta a scendere in politica e cosa si impegna a portare avanti nel caso di una sua elezione al Consiglio agli Stati?
«La Svizzera nei prossimi anni si troverà di fronte ad un bivio fondamentale: difendere le proprie specificità, libertà e, in buona sostanza, il proprio modello di società, oppure cedere, in nome anche di presunti interessi economici, ai diktat e agli ultimatum provenienti dall’estero, omologandosi sempre più, anche sul piano istituzionale, alle altre nazioni a noi vicine, nel grande calderone dell’Unione Europea. Si tratta, senza ombra di dubbio e senza enfasi alcuna, di una scelta di fondo che determinerà il futuro del nostro paese. Ne va, insomma, della sopravvivenza di uno stato libero e sovrano, così come l’abbiamo conosciuto finora, di fronte ad una globalizzazione economica e politica che fa strame delle specificità e delle prerogative dei popoli e delle nazioni, perché è evidente, e la storia recente lo insegna, che le democrazie nazionali sono sempre più minacciate da poteri sovranazionali che sfuggono di fatto al controllo democratico. Difendere e valorizzare le proprie prerogative e caratteristiche non significa però chiudersi in se stessi e la Svizzera nel corso degli anni l’ha ampiamente dimostrato, presentando a livello mondiale un’economia efficiente e vincente, ai vertici della competitività internazionale e della ricerca scientifica, che ha generato un diffuso ed elevato benessere, anche se chiaramente nulla è garantito per il futuro. Lo ha dimostrato anche in campo umanitario e in quello dell’integrazione. Quanti altri Stati europei hanno una quota di popolazione straniera residente, complessivamente ben integrata, che raggiunge il 25% e in Ticino supera addirittura il 30%? Non voglio dipingere un quadro idilliaco, anche perché non sono mancate le pecche, però, nei secoli, la Confederazione ha, in generale, saputo adattarsi, governando i cambiamenti, e non subendoli, mantenendo e valorizzando nel contempo quelle che erano le proprie peculiarità, divenute punti di forza. Il federalismo, con le sue autonomie cantonali è indubbiamente stato un modello vincente.L’unione di queste autonomie cantonali in una confederazione e in una nazione basata sulla volontà (Willensnation) rappresenta l’atto fondante di un paese che ha mostrato una continuità storica per certi versi unica, che non ha tuttavia sempre impedito conflitti interni nei secoli scorsi. Oltre al federalismo, l’elemento caratterizzante del nostro sistema istituzionale e politico è indubbiamente legato a quella democrazia diretta (o semidiretta) che, attraverso gli strumenti dell’iniziativa e del referendum, chiama in prima persona il cittadino nelle scelte fondamentali dell’ente pubblico. È importante difendere con vigore, convinzione e senza rassegnazione tutto questo».
L’ambiente è un tema di grande attualità: si tratta di una realtà o di una moda?
«Incominciamo col dire che quella della tutela dell’ambiente è una sensibilità che nel corso degli anni è andata ad aumentare in tutti i partiti e non vedo come potrebbe essere diversamente. Ogni cittadino, e a maggior ragione un politico, deve avere a cuore l’ambiente e deve concretamente impegnarsi in sua difesa. Ciò che è invece fuorviante è la manipolazione delle istanze verdi per trasformarle in esperimento di ingegneria sociale volto ad obliterare l’identità culturale del nostro paese e a modificarne surrettiziamente costumi, istituzioni politiche, strutture economiche, sensibilità e credenze che tendono a far cambiare i modi di vita per dei modelli che non esistono e sono solo teorici».