Marco Chiesa, Lei vanta una lunga carriera politica. Quali sono state le principali tappe del suo percorso all’interno delle istituzioni ticinesi e svizzere?
«Mi sono avvicinato alla politica partendo da un piccolo comune, Villa Luganese, quando ancora non contava 500 abitanti. Partecipavo alle assemblee comunali. Nel 2000 con l’aumento della popolazione fu istituito il primo legislativo e venni eletto sebbene ottenni meno voti di mia madre. Villa Luganese aderì poi alla nuova grande Lugano. Mi candidai per l’UDC e fui eletto. Erano i tempi di Giudici, del Nano e di Cansani in Municipio. Il resto è storia recente, anche se il tempo vola. Nel 2007 entrai in Gran Consiglio, nel 2015 in Consiglio nazionale e, dopo una legislatura, nel Consiglio degli Stati. Sono fiero di rappresentare il Ticino alla Camera alta e pensai che il mio percorso fosse finito ma poco dopo il mio partito mi volle alla presidenza nazionale. Da lì è iniziato il mio personale “Tour de Suisse” alla scoperta di tutti gli angoli del nostro Paese e delle personalità che lo rendono straordinario».
Come è cambiato negli ultimi due decenni il Ticino e quali sono a suo giudizio i più importanti problemi irrisolti che questo territorio deve risolvere?
«Il dato più impressionante, sotto gli occhi di tutti, è l’aumento esponenziale del frontalierato nel nostro Cantone. Nel 2002 contavamo poco più di 30.000 lavoratori frontalieri in Ticino, oggi raggiungiamo quasi quota 80.000. Se da un lato questa impennata testimonia del fermento economico, dall’altro la lombardizzazione del nostro mercato del lavoro pone dei quesiti in termini di sostenibilità e di pressione sui residenti, salari compresi. Penso che l’immigrazione sia come l’acqua. Se ben gestita porta del benessere, se lasciata scorrere impetuosa causa dei danni socioeconomici. Più in generale ritengo cha al nostro Cantone manchi un vero progetto di sviluppo, una visione per il futuro. Su quali settori vogliamo veramente puntare e dunque coerentemente investire? Alcune attività si sono molto contratte, purtroppo, altre sono promettenti ma ho l’impressione che queste dinamiche positive siano più il frutto del caso che di una chiara strategia».
Una questione sempre aperta riguarda il sistema sanitario ticinese. In base alla sua esperienza quali interventi andrebbero promossi per renderlo ancor più efficiente e a misura delle esigenze dei cittadini?
«I costi sanitari nel nostro Paese sono in continuo e rapido aumento. Nel 2000 il costo complessivo del sistema sanitario si attestava a 43 miliardi di franchi, oggi abbiamo raggiunto gli 85 miliardi, il doppio. Questa crescita non è sostenibile, il sistema sta implodendo. Da tempo si ricerca una causa, talvolta un capro espiatorio, a cui attribuire l’intera responsabilità di questa evoluzione. In verità ciò non è possibile perché tutti gli attori contribuiscono a questa crescita smodata. Consideri che il Consiglio federale ha confermato a più riprese, anche a seguito di miei atti parlamentari, che i premi dell’assicurazione malattie rispecchiano effettivamente i costi del sistema sanitario e, in passato, ha dichiarato che potremmo risparmiarne fino al 20% se venissero tagliate le prestazioni inutili. I costi della sanità continueranno ad aumentare, soprattutto a causa del progresso medico-tecnico, della crescita del volume di prestazioni e dell’evoluzione demografica. Esiste tuttavia un margine di manovra per limitare l’aumento a un livello giustificabile dal punto di vista medico. Le misure di risparmio sono note. Si tratta per esempio di limitare l’eccesso di offerta e consumo in ambito medico, di adeguare le tariffe nel settore ambulatoriale nonché di migliorare la pianificazione ospedaliera e la trasparenza nell’assicurazione malattie obbligatoria».
Si fa un gran parlare di transizione ecologica. In che modo e in che misura è possibile conciliare sviluppo e rispetto dell’ambiente?
«Tutti abbiamo a cuore il nostro ambiente e lo sviluppo sostenibile. Sono convinto che dobbiamo puntare sulle energie rinnovabili ma sarebbe un grave errore pensare che solo grazie a quest’ultime si possa mandare avanti un Paese. La fallita strategia energetica 2050 ne è la dimostrazione. Si discute molto di una “Svizzera a zero emissioni” nell’ambito dei cambiamenti climatici ma la Svizzera è responsabile dello 0,1% delle emissioni mondiali di CO2. La legge sul clima in votazione il 18 giugno non avrà dunque alcun impatto su queste dinamiche, e come potrebbe averlo, ma prevede la diminuzione del 50% delle emissioni di CO2 entro il 2031 e zero emissioni entro il 2050. Se approvata ciò comporterà un divieto di fatto di utilizzare delle energie fossili come la benzina, il diesel, il gas e l’olio da riscaldamento. Se a queste imposizioni aggiungiamo il fatto che le nostre centrali nucleari, che per inciso non producono CO2, saranno spente, ci dovremo confrontare inevitabilmente con una diminuzione di produzione elettrica e un aumento della domanda. L’inevitabile conseguenza di tutto ciò è che l’approvvigionamento del Paese non sarà più garantito. L’ETH calcola inoltre fino a 6.600 franchi di maggiori costi per persona all’anno per coprire il fabbisogno svizzero senza energie fossili. Da 3.000.- fino a 9.600.-. Molta ideologia e ben poco pragmatismo!».
Quali sono state le più importanti battaglie sostenute durante la sua permanenza alla guida dell’UDC e quali i principali risultati conseguiti?
«Per rimanere in tema potrei citarle la legge sul CO2. La popolazione svizzera ha sostenuto il referendum che, purtroppo, abbiamo lanciato in solitaria. Dico purtroppo perché mi sarei aspettato l’appoggio di ha a cuore le regioni periferiche, il potere d’acquisto dei cittadini e i posti di lavoro. Abbiamo dunque evitato che nuove tasse e divieti ricadessero su categorie ben specifiche della nostra popolazione, ticinesi compresi. Non dimentico però le nostre battaglie per un’immigrazione moderata e nell’interesse dell’economia come d’altronde iscritto nella nostra Costituzione, per salvaguardare la nostra neutralità integrale al fine di poter giocare un ruolo di mediatori credibili, la riforma dell’AVS e le nostre proposte per risolvere l’attuale caos nel settore dell’asilo. Alcune di queste sfide sono ancora dei cantieri aperti».
Quale impegno specifico si sente di prendere nei confronti dei suoi elettori in vista delle prossime edizioni federali?
«Di continuare ad essere me stesso. Le racconto un aneddoto. A seguito dell’elezione al Consiglio degli Stati e, ancora dopo, alla Presidenza del primo partito svizzero, alcune persone mi hanno avvicinato al solito bar che frequento chiedendomi; ma sei ancora qui? Pensavamo di non vederti più! Ebbene no, gli ho risposto, io non sono cambiato e non cambierò, questa è la mia vita, queste sono le mie amicizie e i miei affetti. Mantengo i piedi ben saldi per terra. Un giorno la politica finirà, per molti conta la sedia su cui si è seduti, e le lusinghe finiranno. Rimarranno però il bagaglio di esperienza maturata e le cose importanti della vita».
Infine, ci vuole raccontare qualche aspetto della sua vita professionale e privata, le sue passioni, il modo in cui trascorre il tempo libero quando non è impegnato in politica?
«Di tempo libero ne resta ben poco, e molto di questo lo dedico ad altre attività quali la presidenza del Soccorso d’Inverno, un’associazione nata nel 1936 in favore delle persone residenti in stato di necessità, o della fondazione Pro Infantia, che ho contribuito a far nascere, con lo scopo di creare degli asili nido e favorire la conciliabilità lavoro-famiglia. Per il resto le passioni sono quelle fin da bambino: il FC Lugano e l’HC Lugano. E poi, ultimo ma non certo ultimi in termini d’importanza, la mia famiglia. A loro va il mio ringraziamento per il sostegno e la pazienza. Passo più di 200 giorni Oltralpe, è un sacrificio per tutti, ma forse un giorno cambierà».