Cominciamo da qui: chi è Karin Keller Sutter?
«Sono consigliera federale, esponente del Partito Liberale Radicale e vengo dalla Svizzera orientale. Sono una persona intraprendente e sono grata di poter servire il mio Paese».
Dal 1992 al 2000 in Consiglio comunale a Wil (SG), dal 1996 in Gran Consiglio, dal 2000 al 2012 in Consiglio di Stato, dal 2011 al Consiglio degli Stati e infine in Consiglio federale. C’è qualcos’altro che la appassiona oltre la politica?
«La carica di consigliera federale è più di un’occupazione a tempo pieno e mi rimane ben poco tempo per fare altro. Sono una persona curiosa e amo molto leggere. Sono anche molto legata alla famiglia e ai miei amici. Sono appassionata di boxe, che pratico una volta alla settimana e considero fondamentale per trovare il giusto equilibrio».
Lei ha fama di essere una “dama di ferro”. Si riconosce in questa definizione o le dà fastidio?
«Non presto molta attenzione ai soprannomi, perché ritengo che etichettare le persone significhi giudicarle scorrettamente. Lo stesso valeva peraltro anche per Margaret Thatcher. A lei piaceva prendersi gioco del suo soprannome con l’arguzia e l’autoironia tipicamente “british” che la caratterizzavano. Su questo punto la penso come lei: ci convivo, anche se a volte mi dà un po’ fastidio».
A fine 2023 il Financial Times l’ha nominata fra le 25 donne più influenti al mondo. Pensa davvero di esserlo?
«Il Financial Times ha apprezzato il mio contributo alla risoluzione della crisi di Credit Suisse. Questo riconoscimento mi ha fatto piacere, perché in quei giorni le autorità svizzere sono riuscite a evitare danni incalcolabili al nostro Paese. In ogni caso, in Svizzera nessuno può accentrare su di sé tanto potere politico da rientrare fra le persone più influenti al mondo. Il nostro sistema, che si basa su una rigorosa separazione dei poteri, non lo permette. E sono contenta che sia così».
Sul quotidiano si legge che lei incarna le qualità più importanti che un politico deve possedere, ovvero conoscenza, coraggio e determinazione. Manca qualcosa?
«Forse il senso di responsabilità? Quando ci ripenso, talvolta quei giorni mi scorrono davanti come un film. Sentivo e sapevo che dovevamo trovare una soluzione, e in fretta. In situazioni del genere il peso della responsabilità si sente eccome. Certo, occorre avere la volontà di assumerla. Questo poi infonde anche la forza necessaria per agire».
Non ha paura di essere giudicata troppo dura e rigida o, se mi permette lo stereotipo, troppo poco femminile?
«Se per “troppo poco femminile” intende dire che le donne dovrebbero essere meno determinate degli uomini solo perché sono donne, non sono d’accordo».
Dopo un inizio un po’ complicato (pensiamo al caso Kopp o alla mancata elezione di Lilian Uchtenhagen), la presenza femminile in Consiglio federale si sta sempre più affermando, mentre gli uomini fanno un po’ più fatica ad emergere. Un caso o stiamo assistendo a un cambiamento storico?
«Non credo che gli uomini facciano più fatica ad emergere. Il fatto che sempre più donne occupino ruoli dirigenziali è senza dubbio un passo avanti, ma purtroppo non si può ancora parlare di equilibrio di genere. Stiamo comunque andando nella giusta direzione».
Esiste secondo lei un modo femminile di fare politica?
«Ognuno di noi ha dei tratti distintivi, che dipendono dalla famiglia in cui si è cresciuti, dalle amicizie, dalla confessione religiosa, ma anche dal luogo e dall’ambiente da cui si proviene. Anche il genere conta. Tutti questi fattori influenzano il modo di fare politica e l’obiettivo che si persegue nell’impegno politico. Tuttavia, il genere è solo un fattore fra tanti: non si può dire che, di principio, le donne facciano politica in modo diverso rispetto agli uomini. Anche in questo campo le donne non sono affatto tutte uguali. L’unico punto che forse le accomuna è che devono farsi valere di più rispetto agli uomini. Questo vale soprattutto per la mia generazione, recentemente la situazione è un po’ migliorata».
“Un mondo giusto è un mondo in cui esistono le pari opportunità, le stesse possibilità per tutti”: lo ha dichiarato lei. Siamo in un mondo giusto o c’è ancora molto da fare?
«In quanto liberale, per me le pari opportunità sono importanti. Lo Stato deve garantirle il più possibile, anche se non può, ad esempio, equiparare capacità differenti. Tornando alle pari opportunità: forse la Svizzera non è perfetta, ma è sicuramente tra le migliori. Mi preme però ricordare che non esiste il diritto alla parità di risultati. Alla fin fine, ognuno di noi deve darsi da fare per cogliere le opportunità che si presentano. Ci vogliono impegno, zelo, dedizione e anche un po’ di fortuna. D’altra parte, bisogna pure ammettere che non tutti hanno gli stessi obiettivi nella vita: la libertà è anche questo».
Lei di formazione è interprete. Il fatto di aver studiato lingue straniere e soggiornato all’estero crede le abbia dato qualcosa in più rispetto allo svizzero medio, tradizionalmente piuttosto chiuso nel suo piccolo mondo locale?
«Il fatto di aver studiato lingue straniere e soggiornato all’estero ha sicuramente ampliato i miei orizzonti e mi è servito molto. Ciò non toglie che io sia saldamente ancorata alle mie radici. Rimango molto legata alla Svizzera orientale, la mia terra d’origine, dove sento affinità con la gente e ne condivido la mentalità».
Come se la cava con l’italiano?
«Mettiamola così: ce la metto tutta. Spesso mi confondo con il francese. Queste due lingue sono a volte così simili che è facile cadere in errore. Spero che la gente non me ne voglia per questo».
Lei ha annunciato recentemente un programma di risparmi miliardari. Senza entrare nei dettagli, com’è lo stato delle finanze della Confederazione?
«Non buono: la Confederazione deve fare i conti con deficit miliardari. Questo è dovuto al massiccio aumento delle uscite, in particolare nei settori della previdenza per la vecchiaia e della difesa. È evidente che così non si può andare avanti. A settembre il Consiglio federale ha perciò definito i valori di riferimento del pacchetto di sgravio, che dovrebbe riportare il bilancio della Confederazione in pareggio e ridare margine di manovra sul piano finanziario. Nello specifico si tratta di una sessantina di misure, soprattutto sul fronte delle uscite. Per me è chiaro che solo uno Stato con finanze solide è forte e può intervenire e provvedere alle esigenze dei suoi cittadini in caso di necessità. Spero che questo concetto si affermi».
La popolazione deve temere un abbassamento della qualità dei servizi?
«No, perché non operiamo tagli. Ci limitiamo a contenere l’aumento delle uscite, che resterà attorno al 2 per cento. A qualcosa bisogna però rinunciare. Del resto, si fa così anche in famiglia. Ripeto: anche con il pacchetto di sgravio proposto, le uscite dello Stato continueranno a crescere. Quali alternative abbiamo? Se ci indebitassimo ancora, lo Stato dovrebbe risparmiare ancora di più in seguito. Se invece non intervenissimo sulle uscite e ci limitassimo ad aumentare le imposte in generale, tutti i contribuenti dovrebbero stringere la cinghia. Entrambe le alternative sono peggiori della scelta fatta. Pertanto è saggio intervenire ora per risanare le finanze».
Nel 2025 lei diventerà Presidente della Confederazione per la prima volta. Come affronterà questa carica? Quali saranno le sue priorità?
«Non mi piace fare grandi dichiarazioni prima della nomina. Di sicuro mi adopererò a favore delle istituzioni del nostro Paese. Il fatto che stiamo così bene dipende strettamente dal loro buon funzionamento».
Da futura presidente, cosa si augura per la Svizzera?
«Mi auguro che la Svizzera progredisca facendo tesoro dei successi ottenuti finora».