Doveva durare tre, quattro giorni, una settimana al massimo. Questo era il tempo stimato dal Presidente Putin per riaffermare il dominio su Kiev, il Donbass, il Sud, su tutto l’accesso al mare, forse sull’Ucraina intera (45 milioni di abitanti, 600 mila km2 di superfice). Si dice che nell’idea elaborata nella sua mente, gli ucraini, a capo chino, avrebbero accolto l’esercito di Mosca con le mani cinte di fiori, ringraziandolo per la liberazione. Non è andata esattamente così.

E poi liberati da chi? A oggi, ancora, non si è capito. Dai nazisti? Dalla Nato? Dagli stessi ucraini? Dall’influenza dell’Occidente? Le versioni della propaganda russa e quelle dei discorsi del Presidente, intimidatorie e minacciose, mutano, si trasformano, si contraddicono, ma restano sempre dure, bullizzanti, incomprensibili, vecchie. Sì, vecchie, perché sembrano appartenere ad un mondo che non esiste più, che non esiste più da almeno trent’anni.

C’era una volta la guerra fredda. È finita nel 1989. Qualcuno l’ha persa. È un fatto. È storia. È tempo di accettarlo e, nel caso, di cercarne le cause all’interno del proprio paese, non fuori, non in Ucraina, non nell’ “Occidente collettivo”, perché il revanscismo, si sa, non ha mai portato niente di buono a nessuno.

Alcuni analisti credono che la Russia senza un nemico, senza una minaccia ai propri confini non sia in grado di concepirsi come Stato. E il “nemico”, nella logica russa, è possibile combatterlo solo sul campo di battaglia, con l’unico tramite della violenza.

A questa concezione si associa una retorica imperialista inossidabile, tramandata in secoli di storia, zarista prima, sovietica poi. Si tratta di un motore potentissimo e ben oliato della macchina della propaganda. Altri commentatori interpretano quanto sta accadendo con interessanti riflessioni di stampo letterario, con rimandi a Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij. Infatti, nella celebre opera, il protagonista Raskolnikov, giustifica la premeditazione e poi l’uccisione della vecchia usuraia con ragioni etiche e di ingiustizia sociale, le quali, egli crede, gli permetteranno di sopportare le conseguenze delle sue azioni. L’idea quindi del raggiungimento di un bene più grande attraverso il sangue, cioè il diritto sulla vita altrui. Al delitto però seguirà il castigo, la crisi di coscienza di Raskolnikov e la pena da scontare in Siberia.

Molti invece, per tentare di capire il presente, invitano a rileggere gli scritti polifonici di stampo giornalistico del Premio Nobel per la letteratura 2015 Svjatlana Aleksievič, Ragazzi di zinco (relativo alla guerra in Afghanistan fra il 1979 e il 1989), Tempo di seconda mano (sul dramma collettivo del crollo dell’Unione Sovietica), per citarne alcuni.

Gli opinionisti più pragmatici pensano semplicemente che l’operazione militare speciale in Ucraina sia in relazione diretta con l’indice di gradimento di Vladimir Putin. Quando il rating del Presidente si incrina, Mosca sistematicamente scatena un conflitto, così è stato per la Cecenia, per la Georgia nel 2008, per l’Ucraina nel 2014 e per l’oggi.

Difficile trovare una risposta unica, una ragione agli scenari raccapriccianti che ci giungono quotidianamente dal cuore d’Europa, così come è difficile pronosticare il futuro prossimo e degli anni a venire, in primis, per l’Ucraina, ma anche per il resto dell’Europa e per la sterminata Russia. Quello che invece sembra certo è il fatto che l’assetto geopolitico mondiale conosciuto fino al 24 febbraio 2022 sia mutato e che nuove dinamiche, non forzatamente positive, si stiano assestando.

Per tentare di comprendere meglio le implicazioni del conflitto e le sue ripercussioni, ho raggiunto il Professor Giulio Tremonti, avvocato, politico, già Ministro delle finanze del primo governo Berlusconi, Ministro dell’economia e delle finanze dei governi Berlusconi II, III e IV e autore di diversi libri di stampo politico ed economico, legati soprattutto al fenomeno della globalizzazione, fra questi, La paura e la speranza (2008), Mundus Furiosus (2016) e Le tre profezie (2020).

Professor Tremonti, che idea si è fatto di questa guerra?

«Negli ultimi anni, nella Federazione russa, si è sviluppata un’iconografia, una struttura della Russia antiglobalista e anti Occidente. La Russia come primo stato anti-globale. Tutto ciò è evidente negli scritti del Presidente Putin, nel suo “Mein Kampf”, pubblicato, fra l’altro, anche sul Financial Times. L’idea è reperibile, inoltre, nei testi dell’ideologo Alexsandr Dugin» [filosofo e politologo russo, spesso definito dalla stampa come il “Rasputin del Cremlino” e l’“ideologo di Putin”. Il pensiero eurasiatista di Dugin mira all’unificazione di tutti i popoli di lingua russa in un unico paese attraverso lo smembramento territoriale coatto delle ex-repubbliche sovietiche al fine di creare una Russia radicalmente nuova, ultranazionalista e in netta contrapposizione all’Occidente n.d.r.]. «Per spiegare tutto ciò, in un mio intervento alla televisione italiana, avevo sintetizzato con la frase Putin non teme la Nato, ma Internet e l’happy hour. La guerra in corso è da considerare in questa logica, attraverso quest’assetto generale. Si tratta di un’idea distopica, poiché è come se al Cremlino avessero letto 1984 di Orwell, cioè il confronto fra Oceania, Estasia, Eurasia. Oggi, nella comunicazione, nei pensieri e nell’azione di Mosca non emerge una concezione di Europa estesa dall’Atlantico agli Urali, bensì, al contrario, un movimento per i “Sacri Urali” verso l’Atlantico» [i Monti Urali rappresentano il confine naturale fra il lato europeo della Russia e quello asiatico. Nella catena montuosa degli Urali si menziona spesso il Monte sacro di Manaraga (1’660m), detto anche “montagna stregata”, ai piedi della quale gli antichi popoli indigeni della Repubblica di Komi organizzavano rituali n.d.r.].

«La Russia ha incrociato un elevatissimo grado di resistenza dall’Europa, dall’Occidente e quindi penso sia molto probabile che prenda la via dell’Asia. Non credo però si tratterà della Cina, anche perché quest’ultima sembra piuttosto riluttante ad imbarcarsi in avventure con la Russia, data la sua grande dipendenza dall’Occidente. È quindi possibile che la Russia scelga una strada diversa, un po’ come aveva fatto la vecchia Iugoslavia di Tito con il terzo mondo, cercando altrove posizioni diverse da quelle occidentali».

Lo stile adottato dalla Russia nel suo attacco all’Ucraina non sembra distanziarsi molto da quello impiegato dall’Unione Sovietica durante l’invasione dell’Afghanistan del 1979. Lei cosa pensa del fatto che forse Putin, nella sua concezione del mondo, non abbia mai veramente accettato la dissoluzione dell’URSS?

«In effetti, nei fatti che hanno portato la dissoluzione dell’Unione Sovietica esiste un accumulo di storia, di esperienze e di risentimenti che emergono ora.  Nei primi anni ‘90, da San Pietroburgo, proprio dove si trovava il giovane Putin e coloro che l’hanno in seguito favorito, si stava disegnando l’ingresso della Russia in un mondo “capitalista”. Purtroppo, si trattava di un mondo concepito su meccanismi oligarchici piuttosto che basato sulle leggi, a cui si aggiungevano la corruzione e la devastazione. A quell’epoca si diceva che la Russia fosse diventata “una Nigeria con la neve”. Indubbiamente, nella fase storica in cui crollò l’URSS, la Russia venne umiliata nella moralità e nella corruzione e il sentimento formatosi allora è ancora ben presente». 

Diversi commentatori russi propongono sovente la tesi secondo cui nel momento in cui l’indice di gradimento del Presidente Putin cala nel paese, la macchina del potere scatena una guerra. Così è stato per la Cecenia, per la Georgia, oggi per l’Ucraina. Quale è la sua opinione in merito?

«La ricerca di un fatto esterno, di un nemico esterno, è una tipica tecnica di uso del potere. Quando si comincia a percepire, in un qualche modo, che il potere si sta logorando, si sta incrinando, si tende a cercare un nemico fuori e, su quest’ultimo, si tenta di mobilizzare il paese, il sistema, l’opinione pubblica. Francamente, penso che quanto sta accadendo, sia semplicemente l’applicazione della dottrina di ritorno della Russia e quindi non una reazione all’impopolarità, ma proprio un’espressione della volontà di potenza che torna sui luoghi della storia».

Come giudica la reazione unita dell’asse transatlantico all’invasione russa dell’Ucraina, quindi i pacchetti di sanzioni e l’invio di armi?

«L’Occidente, l’Europa, hanno reagito e, secondo me, hanno fatto assolutamente bene. Penso che quanto stiamo vivendo possa essere l’occasione per aggiornare davvero sulla difesa europea. Fino ad ora c’è stata più Nato che UE, quasi una fusione dell’Unione nella Nato. Io credo però che debbano essere due realtà distinte che collaborano. Se si desidera l’Europa non la si può concepire senza una politica estera e una difesa comune. Infatti, è esattamente questa la via che stava percorrendo la Commissione Europea. Era il 2003, quando il Governo italiano propose gli eurobond per finanziare infrastrutture e industria militare. Mi ricordo che l’opposizione generale fu quella del no al debito pubblico e fra le reazioni più energiche ho ben presente quella di Gordon Brown, il Cancelliere inglese, il quale disse “Nice, ma questo è Nation-building”.

Sono convinto sia giunto finalmente il momento per l’Europa di avere un suo “Nation-building”. In fondo l’UE ha pochi decenni, è giovane ed è giusto farlo ora. Senza dimenticare che rimonta già al Manifesto di Ventotene [documento per la promozione dell’unità europea, redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941, durante il periodo di confino presso l’Isola di Ventotene, nel Mar Tirreno. È considerato uno dei testi fondanti dell’Unione Europea n.d.r.] la raccomandazione secondo cui l’Europa avrebbe dovuto dotarsi di un esercito comune. Inoltre, in futuro, è fortemente probabile che l’asse della Nato, o comunque dell’Occidente, si sposti verso l’Asia, mentre possibili problemi per l’Europa potrebbero nascere nel Medio Oriente e, potenzialmente, anche nei Balcani».

Come immagina il futuro economico della Russia negli anni a venire? Sarà comparabile alla Corea del Nord, all’Iran?

«No, assolutamente. La Russia è il paese più grande del mondo, ha 11 fusi orari e un prodotto interno lordo piccolo come quello italiano. Quest’ultimo però è strategico, dato che la Russia racchiude in sé elementi geopolitici ed energetici chiave. Io credo che il mondo che si svilupperà dopo il conflitto, una volta conclusa la pace, sarà un mondo in cui la Russia non si troverà così male».