Raccontare la sua vita significa scrivere un romanzo perché lei ha attraversato da protagonista gli ultimi decenni della storia imprenditoriale e non solo dell’Italia. Ci vuole aiutare sintetizzando le tappe principali?
«La mia storia inizia in una portineria al numero 9 di piazza Vittorio Veneto a Torino. Mio nonno e mio padre (e per un periodo anche mia madre) erano operai della FIAT e anch’io nel 1953 fui assunto nello stabilimento di Mirafiori. Nella portineria ho avuto una scuola di vita. Ci passavano persone d’ogni tipo: ne ho viste più di qualsiasi altro bambino della mia età. Era uno spaccato sociologico senza pari, un libro aperto».
Ma poi la sua carriera all’interno della FIAT è stata rapida e inarrestabile…
«Dopo tre anni da operaio, fui promosso impiegato alla progettazione motori. Chiedevo in continuazione ai miei capi nuovo lavoro, non sopportavo di stare con le mani in mano. Un’esperienza unica: ho imparato a conoscere la Fiat meglio delle mie tasche, non c’era unità produttiva di cui ignorassi le pecche. Per cui quando Umberto Agnelli scelse una società di consulenza statunitense per suddividere la Fiat in tre comparti – auto, veicoli industriali e imprese diversificate – mi scelse come interfaccia degli americani. Il direttore generale Gian Mario Rossignolo mi chiese di preparargli un piano di riorganizzazione aziendale. Glielo consegnai il venerdì sera. La domenica mattina mi convocò a casa sua: “Lo tenga per sé: il nuovo amministratore delegato, Carlo De Benedetti, mi ha licenziato”».
Un incontro decisivo per la sua carriera…
«Con l’Ingegnere mi occupai subito di personale e organizzazione e imparai una cosa fondamentale: i costi sono più importanti dei ricavi. Fui l’unico manager a rimanere in piedi nei 100 giorni che De Benedetti trascorse in Fiat. Successivamente divenni amministratore delegato di tutte le imprese del gruppo che andavano male, con uno spazio di manovra molto ampio: Ivi, l’Industria vernici italiane di Milanom poi consorzio Fiat-Oto Melara».
Un altro passaggio importante fu la ristrutturazione da lei operata per quanto riguardava il ramo trattori di Fiat e Ford…
«Nel 1991 ha fuso insieme due rami d’azienda virtualmente falliti: da una parte Fiat trattori e Fiatallis, dall’altra Ford tractors. Ne è nato un colosso, New Holland, con 21 stabilimenti in quattro continenti, presente con le sue macchine per movimento terra (trattori, mietitrebbie, escavatori) in 140 paesi del mondo. Quando mi lanciai in quest’avventura, New Holland valeva 2,5 miliardi di dollari. Trascorsi cinque anni, l’avevo portata a 6 miliardi con la metà dei dipendenti. Il coronamento del piano di salvataggio fu la quotazione a Wall Street, dove le azioni di New Holland arrivarono a toccare una cifra 32 volte più alta del patrimonio netto iniziale. Ma pochi giorni prima della quotazione, da Torino arrivò nel mio ufficio di Londra un funzionario che mi fece gentilmente presente che, avendo 61 anni compiuti, dovevo andarmene in pensione, Probabilmente si trattava di invidia per l’eccesso di potere raggiunto».
Tuttavia gli anni successivi sono stati invece ricchi di altre importanti iniziative imprenditoriali…
«Chiusa l’esperienza di una vita, ho creato a Parigi con figli e nuore un’industria di moda d’avanguardia che ha lanciato a livello planetario Rick Owens, un visionario stilista scoperto in California. Ha scritto tre libri in due anni, fondato una casa editrice, battezzata Grantorino in omaggio alla squadra del Toro allo scopo di devolvere gli utili a un’organizzazione cristiana creata da Pierre Tami, un ex pilota della Swissair che ha tolto dalla strada 3.000 prostitute e le ha trasformate nella più importante azienda di catering della Cambogia».
Una delle sue ultime iniziative è stata dare vita a Zafferano.news. Di che cosa si tratta?
«Ho fondato il mio primo giornalino quando avevo 17 anni e frequentavo l’Istituto tecnico industriale Amedeo Avogadro di Torino. A 84 anni la passione per il giornalismo mi ha portato a dare vita a una nuova testata alla quale ho voluto dare il nome di una pianta perenne, lo zafferano. Nasce nel pieno della crisi dell’editoria, della carta stampata, dei tentativi digitali per farla ancora vivere. Siamo una gruppo di persone, uomini liberi che vivono del proprio lavoro in aree lontane dal giornalismo, ci reputiamo persone che apprezzano la lettura e la scrittura (ed essere letti), e amiamo – anche fisicamente – i giornali, sia cartacei che online. Siamo convinti che questa crisi, identica a quella di altri settori merceologici, sia figlia di un’estensione del concetto di disruptive innovation da parte dei sociopatici di Silicon Valley e del modello culturale, politico, economico che (purtroppo) domina l’Occidente da un quarto di secolo (in tempi non sospetti l’ho battezzato CEO capitalism). Abbiamo così trasformato la nostra “competenza di lettori” in una “competenza dell’execution giornalistica”, attingendo a principi e valori delle nostre passate esperienze professionali. Sappiamo di essere nulla più che degli artigiani del giornalismo, e come tali ci proponiamo: il successo che oltre 12.000 abbonati ci hanno tributato costituisce un risultato estremamente positivo».
La vostra formula rappresenta un unicum nel panorama editoriale…
«Zafferano.news esclude tassativamente dal suo territorio il denaro: l’editore ha donato la piattaforma digitale, l’abbonamento è gratuito, nessuno è retribuito, la pubblicità è rifiutata, anche se, stante l’altissimo numero di abbonati selezionati, le proposte non mancano. Non abbiamo una sede, operiamo solo via mail, scarso è l’uso del cellulare. Il nostro modo di scrivere vuole essere impeccabile nella forma, documentato, severo, ma sempre leggero e ironico».
Lei ha citato il CEO capitalism, oggeto di alcuni suoi recenti libri (Uomini o consumatori, Il Signor CEO, Grantorino Libri, editore in Torino), Ci vuole spiegare meglio questo concetto?
«“CEO capitalism”, entrato nella sua fase di declino con la crisi economica del 2008, è il nome che ho voluto dare all’evoluzione culturale, economica e sociale del capitalismo che ha dominato l’Occidente dopo la caduta del muro di Berlino. Finita la contrapposizione tra i due blocchi USA/URSS e senza più un nemico frontale, il capitalismo ha infatti cambiato pelle e sostanza, mescolando culture che non c’entravano niente tra loro, per creare un modello che si incarna nella sua figura simbolo: il CEO, il supermanager che governa aziende immense senza esserne padrone e senza i rischi del padrone. L’idea centrale del CEO Capitalism è la trasformazione dell’uomo, del cittadino e del lavoratore in consumatore. È un sistema capitalistico dove si produce poco e si parla molto (e molto correttamente), dove un piccolo gruppo di supermanager guadagna cifre astronomiche mentre la maggior parte delle persone guadagna poco o pochissimo ma pur sempre abbastanza per restare consumatrice seriale di cibo, oggetti e servizi che diventano via via più scadenti. Il CEO capitalism ci ha abituati a prodotti-servizi di scarso valore che costano solo apparentemente poco e che, in realtà, fanno arricchire in modo fantozziano i pochissimi padroni delle ferriere digitali. Tutto si è fatto commodity fino alla gratuità (interessata) del mondo della comunicazione digitale».
Da ultimo una domanda spontanea: Per lei che ha a lungo frequentato gli uomini e le donne ai vertici dell’economia e della politica mondiale, che cos’è il potere?
«Il potere è la droga delle aziende. Io ammiro i grandi uomini di potere quando si pongono al di sopra dei fatti contingenti. Vittorio Valletta in Fiat guadagnava pochi soldi, che lasciò in eredità al centro per la diagnosi e la cura dei tumori intitolato alla sua unica figlia. Nelle segrete stanze del potere non si concepiscono grandi disegni strategici. Invece vi si ritrova il medesimo dosaggio di capaci e incapaci, intelligenti e cretini che si incontrano nella vita di tutti i giorni».