Era il periodo del Sessantotto, cui sarebbe rapidamente seguita la grande crisi petrolifera dei primi anni Settanta. Quella delle prime domeniche senz’auto. Quando le città si fermavano ed i negozi non facevano aperture festive. Dopo l’inarrestabile benessere di cui ci eravamo convinti negli anni Sessanta, i pomeriggi iniziavano a popolarsi di persone a cavallo, in bicicletta, sui pattini. Tutti rassegnati e sorridenti: altro non si poteva fare. Le auto rimanevano parcheggiate nei garages: vicino ad ogni targa, il bollo autoadesivo della velocità massima consentita. Cifre bianche su fondo rosso. Un ordine, più che un invito al risparmio. Mentre il costo della benzina saliva e saliva, familiarizzandoci con una parola che impaurisce ancora oggi: inflazione. Ma quelle erano anche le domeniche pomeriggio che i telespettatori si abituarono a trascorrere in casa, davanti al televisore. A vedere le immagini in bianco e nero del nostro ospite di oggi, Renato Pozzetto e del suo socio artistico Cochi Ponzoni. Ma anche di Paolo Villaggio, di Enzo Iannacci, Felice Andreasi, Lino Toffolo e di una banda di cabarettisti surreali che il desiderio di cambiamento e rivoluzione del sessantotto improvvisamente portò dalle lunghe nottate e dalle fredde cantine dei cabaret di periferia al prime-time televisivo. A loro, il corso del destino affidò l’improbabile compito di aiutare la nostra coscienza a superare con il sorriso una realtà socio-economica italiana passata in pochissimi anni dal certo all’incerto, lasciandoci tutti sgomenti. La loro avventura è continuata: nei “favolosi” anni Ottanta, nei decenni successivi ed è sempre attuale. Le prime apparizioni televisive di Renato Pozzetto fanno ormai parte del patrimonio culturale italiano. Ricordiamone alcune. Anno 1968: “Quelli della domenica”. 1973: “Il poeta e il contadino”. Nel 1974: “Canzonissima”, trasmissione ammiraglia del servizio pubblico italiano dei tempi d’oro. Una RAI ancora splendida e incurante dell’arrivo disordinato dei nuovi barbari ai confini del suo impero televisivo: le emittenti private. Non era che l’inizio della carriera di Pozzetto. Questi suoi esordi ebbero un seguito. La multimedialità di quei tempi prevedeva altre due tappe obbligate: i dischi ed il cinema. Limitiamoci ai titoli di alcune delle sue canzoni più famose: La gallina; La canzone intelligente; E la vita, la vita; L’inquilino; Silvano. E poi: il cinema. Ben 66 film in 41 anni. Tra i più conosciuti: Sono fotogenico; Il ragazzo di campagna; Lui è peggio di me; Grandi Magazzini; Roba da ricchi; Le comiche. Compagni di avventura sul set i volti più noti del cinema italiano: Nino Manfredi, Johnny Dorelli, Paolo Villaggio, Adriano Celentano, Gloria Guida, Dalila di Lazzaro, Carlo Verdone, Diego Abatantuono, Christian De Sica, Massimo Boldi, Monica Vitti, Ornella Muti, Sabrina Ferilli. Caro, appena un po’ ingrigito ma sempre brillante ed amatissimo protagonista dei nostri anni migliori, assenti e presenti. Eccoti davanti a noi. Ci sorridi e chiedi la scena
Partiamo dai tuoi esordi: da giovane sfollato in tempo di guerra sei andato a Milano e hai avuto successo. Quando hai capito che eri diventato famoso?
«Tutto è avvenuto un po’ per volta. Ho iniziato nelle osterie. Poi il cabaret: il Cap 64 in Porta Romana, a Milano. Dopo un anno e mezzo, Enzo Jannacci, con cui lavoravo, ricevette una proposta dal proprietario del Derby, locale notturno dove Enrico Intra già suonava il jazz. Così è iniziata la avventura del nostro gruppo di artisti: insieme a me, l’amico e collega Cochi Ponzoni, Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Felice Andreasi, Bruno Lauzi. Nel 1968 ci notò la RAI e registrammo la trasmissione “Quelli della domenica”. La trasmissione andava bene. Andando per strada la gente iniziò a riconoscerci e ci fermava. Ci avevano scritturato per sei puntate: finimmo per farne ventiquattro. ».
Come sono nati i giochi di parole che hai inventato?
«È semplice: ho sempre frequentato persone con le quali mi divertivo. Già da Gattullo, un bar di Milano, a Porta Ludovica, passavo le giornate con i miei amici. Il nostro gruppo di persone aveva un suo modo di colloquiare, ci inventavamo un umorismo dialettico tutto nuovo. Per esempio, quando ero appena diciottenne con loro mi ero inventato l’“ufficio facce”. Era un nostro ufficio immaginario dove facevamo commenti sui clienti che entravano nel bar e giudicavamo con molta ironia. Avevamo anche dei modi di dire particolari: come “cioè”, oppure “praticamente”. Sono parole che ho sempre proposto con ilarità. Nei miei spettacoli le ripetevo per sottolinearne la esagerazione umoristica, per fare ridere. Queste trovate ci servivano a richiamare il pubblico, per sorprenderlo, divertirlo, insomma, per lavorare. E’ con questo spirito che ho composto anche canzoni come “La gallina”, “La canzone intelligente”. Lo facevamo per distinguerci, per fare qualcosa di nuovo e divertire».
Come hai vissuto il ’68?
«In un modo tutto sommato normale. Io ed i miei amici lavoravamo con Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo. La sera cantavamo tutti insieme. Quando è arrivato il Sessantotto eravamo nel mondo del cabaret già da quattro anni. Passavamo le giornate ad inventarci nuove idee e provare gli spettacoli. Nessuno immaginava che in futuro qualcuno di noi avrebbe potuto avere successo. Eravamo fatti così: il mondo del cabaret era la nostra casa, era la nostra vita. Ci esibivamo in locali modesti, senza alcuna scenografia teatrale. C’era solo una pedana, un pianoforte. Io mi dovevo inventare lo spettacolo. A quei tempi la vita degli artisti di cabaret era una esistenza povera, senza illusioni».
Vi accorgevate che la società stava cambiando??
«A noi bastava che il pubblico venisse a vederci e si divertisse: tutto qui. Poi ad un certo punto iniziammo a notare che il locale veniva continuamente ingrandito. Ai nostri esordi ospitava al massimo cinquanta persone. Con il passare del tempo arrivammo anche a duecento spettatori per sera. La gente iniziò a prenotare i posti per i nostri spettacoli addirittura con mesi di anticipo. Per vederci, i clienti iniziarono a venire da fuori città: da Torino, Bergamo, Brescia, dal Veneto, ma anche da più lontano. Però, malgrado tutto, la nostra vita continuava a scorrere come sempre, in modo normale. Il successo per noi è arrivato a poco a poco. E così sono stato chiamato in RAI, poi sono arrivato al cinema, dove per fortuna le cose sono mi andate sempre bene».
Come sei passato prima dal cabaret, poi alla RAI, ed infine al cinema?
«Tra gli spettatori del nostro cabaret spesso c’erano anche autori televisivi, come Italo Terzoli ed Enrico Vaime, della coppia artistica Terzoli & Vaime, che lavoravano a Roma per la RAI. Loro erano interessati alle nuove tendenze, alle novità. Noi artisti di cabaret siamo piaciuti e ci hanno chiamato in Tv. Prima con poche apparizioni. Poi, come sempre, iniziarono ad affidarci uno spazio sempre maggiore, un po’ per volta. Comunque noi eravamo già abituati al contatto con il pubblico. Al cabaret la gente si avvicinava, per farci i complimenti, offrire una bottiglia, esprimerci gratitudine con un gesto, una frase. C’era anche chi era semplicemente curioso di conoscerci. Come il pittore Lucio Fontana ed i suo gruppo di amici, che spesso venivano ad ascoltarci all’osteria. Tutto si è sviluppato in modo graduale. Lo stesso è accaduto per il mio debutto al cinema. Fai un film, poi vai a vederlo: se è venuto bene ti senti soddisfatto e continui. A me è capitato proprio cosi’. Ho portato fortuna anche al mio amico Cochi Ponzoni, a tutti i colleghi del cabaret, a molte altre persone. Ne sono veramente contento. Non ho mai vissuto con il pensiero che un mio film dovesse sbancare al botteghino. Successo o insuccesso, nel bene o nel male, questa è la nostra vita, queste sono le regole del gioco e fanno parte del nostro mestiere».
Come ti sei trovato a recitare con alcuni dei protagonisti del cinema italiano?
«Con alcuni ho lavorato alla pari. Con altri capivo che l’attore principale ero io, era con me che si voleva girare il film. Per esempio: con Adriano Celentano ho recitato alla pari. Lavorando con me lui iniziò a parlare un linguaggio che apparteneva anche a me e che poi entrambi abbiamo condiviso nei nostri film. Sino a quel momento lui aveva avuto un suo modo di proporsi al pubblico, ed io il mio. Comunque, anche sul set le mie esperienze si sono sviluppate in modo tutto sommato normale. Io ero abituato al successo popolare già dai tempi del cabaret: averlo trovato anche al cinema non mi ha sorpreso. Magari le prime volte, poi ci ho fatto l’abitudine. Ed cosi’ anche il cinema è diventato il mio nuovo mestiere. Non ho particolari aneddoti da ricordare delle mie esperienze sul set. Tutto fa parte di un film: dentro e fuori dalle scene. Il mio impegno è sempre stato di offrire al pubblico un buon prodotto».
Tu eri molto amico anche di Paolo Villaggio…ricordi la serie dei tre film “Le comiche”?
«Lo ammetto: quelle produzioni le ho prese po’ sottogamba. quel tipo di pellicole. Come genere appartenevano più a Villaggio. Io ho partecipato, ma quel tipo di sceneggiature erano preparate soprattutto per lui: c’era un umorismo fatto di gag, smorfie, ruzzoloni. Sono comunque contento che quei film abbiano avuto un ottimo successo di pubblico».
La periodo d’oro della televisione italiana ha coinciso con gli anni ‘60/’70…
«È vero. Ma la nostra recitazione ed in particolare le nostre canzoni oltre alle favorevoli circostanze di quel periodo debbono molto anche ad Enzo Jannacci. Raccontavamo in modo serio dei fatti che erano umoristici. Per esempio: la canzone “La vita l’è bela”, ricorda in modo scherzoso che la vita è facile quando hai qualcuno che ti protegge, che ti tiene aperto l’ombrello sopra la testa. Derideva quelli che per fare il proprio mestiere si appoggiavano alla politica ed ai partiti. Questo è il modo in cui noi lavoravamo nei nostri spettacoli: proponendo un nostro linguaggio e le nostre intuizioni. Non vedo eredi a questo mio modo surreale di ironizzare sulla realtà e che comunque rimane una forma sempre impegnativa di descrivere le cose».
Cosa vorresti vedere ancora in televisione?
«Non so, debbo ammettere che per me il mondo dello spettacolo non è mai stato tutto. Oltre ad essere un personaggio pubblico, ho sempre mantenuto anche una mia vita privata. Quarant’anni fa, insieme a mio fratello, ho acquistato una cascina che ho trasformato in quella che oggi è la Locanda Pozzetto a Laveno Mombello, albergo e ristorante, ben frequentati dai turisti e dagli appassionati di buona cucina. Quindi oltre agli impegni professionali ho custodito una mia dimensione privata che non ho mai diviso con il lavoro».
Cosa stai preparando per il futuro?
«Andiamo con ordine. Innanzitutto sto lavorando ad un film, anche se non sono certo che si farà. Per il momento il titolo è: “Una mucca in paradiso”. Mi incontro spesso con l’architetto Stefano Boeri, quello che a Milano ha progettato i palazzi del Bosco Verticale, dove ha inserito spazi verdi ad ogni piano, per ogni appartamento. Nel 2015 il Council on Tall Buildings and Urban Habitat di Chicago li riconosciuti i grattacieli più belli ed innovativi del mondo. La trama di questo film è moderna ma sempre surreale. Un contadino viene assunto da un milionario per accudire il prato del suo appartamento nei palazzi del Bosco Verticale. Porta una mucca in casa e avrà fortuna vendendo agli inquilini del grattacielo il buon latte ed i formaggi freschi prodotti dalla mucca. La parte comica nasce dalla contrapposizione tra il personaggio del contadino, che rappresenta i valori tradizionali, e la nostra società che sia pure ultra-moderna, resta comunque sensibile al richiamo di una realtà semplice e genuina.»
E il teatro?
«Quando gli impegni me lo consentono, mi piace partire in tournée. Ripropongo le mie canzoni, alcune novità, e spezzoni dei miei film, come il “Ragazzo di Campagna” ed “E’ arrivato mio fratello”. Sono sempre molto apprezzati dal pubblico».
Cosa c’è nel tuo privato?
«Sempre con l’architetto Stefano Boeri, che è anche direttore della Triennale di Milano, ci piacerebbe organizzare un partenariato fra La Triennale ed il Festival di Locarno. Ho contatti con la Svizzera, dove ho molti amici. Ma anche con gli Stati Uniti. Mia nipote vive a New York. Ma, credetemi, ogni estate viene sempre a trovarmi per stare insieme alla sua famiglia».