Nicoletta della Valle, ultimamente si parla anche in Svizzera di infiltrazioni di organizzazioni criminali. È un fenomeno nuovo oppure in passato è stato sottovalutato, se non ignorato?

«Sappiamo oggi che le mafie italiane sono attive in Svizzera nel traffico di stupefacenti sin dagli anni ’80 e che rivestono tuttora un ruolo importante nel traffico di cocaina nel nostro Paese. Non solo in Svizzera, la diffusione e le attività in particolare della ‘ndrangheta sono state a lungo ignorate. Ciò è dovuto anche al fatto che organizzazioni criminali come le mafie conducono attività apparentemente legali nonostante il loro scopo sia di acquisire denaro e potere attraverso il riciclaggio di denaro, il traffico di esseri umani, di armi o di droga. Le mafie sono camaleontiche e agiscono in modo opportunistico, lanciandosi in qualsiasi affare lucrativo, compreso il gioco d’azzardo o il traffico di medicamenti. Inoltre i reati che commettono riguardano solo di rado i normali cittadini, per cui non vengono percepite come una minaccia dalla popolazione. Il fatto che oggi abbiamo più informazioni su questo fenomeno è dovuto alla digitalizzazione della comunicazione: se in passato gli affari venivano decisi verbalmente, oggi avviene tramite chat o e-mail. Se nel corso di un’indagine riusciamo ad accedere a queste conversazioni, otteniamo più elementi rispetto a venti anni fa. Inoltre i mafiosi interagiscono sempre di più tramite le reti sociali. Fermo restando che un’amicizia su Facebook non corrisponde sempre a un’amicizia reale, queste interazioni permettono di individuare con più facilità i legami tra le persone. Ciò comporta anche nuove sfide: se fino a venti anni fa disponevamo di poche informazioni, oggi dobbiamo scandagliare una vasta quantità di dati. Mettere al sicuro un hard disk significa setacciare migliaia di foto e chat. A tal fine servono esperti altamente specializzati dotati di strumenti sofisticati. In parole povere, se prima ci si nascondeva nell’anonimato, oggi ci si nasconde nella vastità di dati».

In quali settori e in che modo le organizzazioni criminali si infiltrano nella società e nell’economia?

«Prendiamo l’edilizia: le imprese o i fornitori possono permettersi di offrire prezzi stracciati rispetto alla concorrenza, poiché grazie ai proventi del narcotraffico non sono obbligati a fare profitti. Un’altra strategia consiste nell’impiegare materiale di scarsa qualità o nel praticare la tratta di esseri umani, esercitando pressioni sui lavoratori, sottopagandoli o negando loro giorni liberi o prestazioni sociali. In questo modo le imprese di origine criminale sottraggono appalti a quelle che operano legalmente riuscendo a rafforzare la loro posizione economica. I criminali infiltrano inoltre il tessuto sociale mantenendo un basso profilo: svolgono lavori normali, giocano a calcio nella società del luogo, cantano nel coro locale… dissimulando così il loro ruolo nella criminalità organizzata».

È un fenomeno diffuso in tutta la Svizzera oppure ci sono regioni più colpite?

«Dalle analisi emerge chiaramente che tutte le regioni della Svizzera sono interessate. Ciononostante, sfruttando le reti familiari o i contatti su cui fanno tradizionalmente affidamento le mafie diversi membri di clan mafiosi provenienti da una città o un paese si sono insediati gradualmente in una stessa città o regione, dando vita a strutture fino ad oggi attive soprattutto a livello locale. Molte segnalazioni ci arrivano proprio da queste zone. Un numero cospicuo di segnalazioni per presunto riciclaggio di denaro, traffico di stupefacenti o altri affari sospetti proviene inoltre dai Cantoni meridionali, dalle aree di confine con la Germania od oltre il confine con quest’ultima e dagli agglomerati urbani di Basilea e Zurigo».

Il Ticino come si comporta?

«La vicinanza linguistica e geografica con l’Italia favorisce la presenza mafiosa in Ticino, per cui a lungo si è erroneamente pensato che il fenomeno mafioso riguardasse solo questo cantone. Ora sappiamo che non è così. Il fatto che l’articolo 260ter del Codice penale abbia trovato applicazione per la prima volta nel 2003 proprio nei confronti di un avvocato ticinese condannato per appartenenza alla mafia, testimonia la tempestività del Ticino nell’affrontare la problematica. In generale osserviamo una grande sensibilizzazione al fenomeno nel Cantone, riconducibile anche all’intensa attività dei media italiani. Le autorità italiane sono infatti consapevoli che le mafie non amano stare al centro dell’attenzione mediatica, poiché nuoce ai loro affari. È questo che spinge le autorità italiane a rendere pubbliche in modo proattivo e trasparente le indagini e i nomi degli imputati, e i media a riferire regolarmente di arresti e sequestri. Il risultato è una maggiore sensibilizzazione al tema e una maggiore fiducia da parte della popolazione nello Stato e nella sua azione. Ciò si traduce in un aumento delle segnalazioni e, di riflesso, in una maggiore probabilità che tali sospetti sfocino in un procedimento penale. Anche questi sviluppi verranno in seguito divulgati, andando così a creare un circolo virtuoso sfavorevole per le mafie».

Lei ha affermato che ci sono infiltrazioni mafiose anche nelle amministrazioni pubbliche. Quanto è grave il fenomeno?

«Purtroppo il quadro di cui disponiamo è incompleto. Al momento ci limitiamo a osservare situazioni casuali che potrebbero rivelarsi problematiche. Si pensi alla cugina di un presunto membro della mafia assunta come segretaria del capo di polizia di una città di medie dimensioni, cui l’unico appunto che le possiamo muovere è proprio questo legame di parentela, o a una candidata per un posto presso un’altra autorità di polizia il cui padre è imputato in un procedimento per mafia. In Svizzera giustamente si ritiene che le colpe di una persona non debbano ricadere sui familiari. Tuttavia non bisogna dimenticare che le organizzazioni mafiose poggiano saldamente, la ‘ndrangheta persino in modo quasi esclusivo, su legami familiari. L’appartenenza di un parente a una cosca fa sorgere degli obblighi anche per i membri della famiglia estranei alla criminalità, che lo vogliano o no. Prendere le distanze è impresa ardua. Per le autorità l’assunzione di personale o l’aggiudicazione di appalti è dunque una questione delicata. È perciò importante sensibilizzare e avvisare non solo le autorità preposte alla sicurezza o al perseguimento penale, ma anche quelle civili. Abbiamo quindi deciso di recente di fare un punto della situazione per valutare il reale grado di sensibilizzazione delle autorità e se gli attuali strumenti per individuare, prevenire e perseguire le infiltrazioni mafiose siano sufficienti o presentino lacune».

Come mai la popolazione, e in parte le autorità, non sembrano recepire la gravità del problema?

«Esiste effettivamente una discrepanza tra la percezione pubblica, la Statistica criminale di polizia (SCP) e la situazione reale della criminalità. La SCP riporta i rapporti di denuncia stilati dalla polizia. Tuttavia accade molto raramente che le forme gravi di criminalità siano oggetto di denuncia o siano riscontrate in occasione di normali controlli, per cui sono molto sottorappresentate nelle statistiche. Queste forme di criminalità possono infatti essere individuate solo attivamente e con un grande dispendio di mezzi e di personale. Ad esempio solo attivandosi in modo mirato e analizzando le comunicazioni crittate le autorità di polizia o doganali sono in grado di scoprire una grossa partita di droga e l’organizzazione coinvolta. Questa discrepanza tra la percezione pubblica, la SCP e la realtà crea problemi nella ripartizione delle risorse. Ad esempio in caso di aumento delle effrazioni politica e società chiederebbero subito alla polizia un dispiegamento maggiore di risorse e una maggiore presenza per strada e nelle aree residenziali. Tuttavia se venissero sottratte risorse alle indagini sugli stupefacenti, ciò non avrebbe particolari ripercussioni negative sulle statistiche. Al contrario: a un calo del numero di effrazioni corrisponderebbe anche un calo del numero di reati per droga. Un paradosso che andrebbe a scapito delle risorse destinate alle indagini complesse che mirano a smantellare il traffico di droga e le reti criminali».

Come affrontano oggi le polizie il fenomeno (Fedpol in particolare)?

«Le parole magiche sono cooperazione e scambio di informazioni, a livello nazionale e internazionale. Le operazioni internazionali hanno permesso negli ultimi anni di scoprire canali di comunicazione crittata basati sulla telefonia mobile utilizzati dalla criminalità organizzata. Grazie alla cooperazione con Europol e Interpol abbiamo avuto accesso a questi dati. Nonostante il numero esiguo di elementi finora analizzati, abbiamo già potuto ottenere un quadro approfondito della criminalità organizzata in Svizzera. Anche la collaborazione nazionale è decisiva: i Cantoni individuano reati quali il traffico di droga, di armi e di esseri umani il cui perseguimento rientra nella loro competenza, ma sono in grado di riconoscere i nessi solo grazie alla collaborazione con esperti dei partner nazionali. Fedpol dal canto suo è in grado di individuare insieme ai partner internazionali le reti e i legami tra gruppi criminali in Svizzera. Se ottiene da un’autorità estera informazioni su un reato imminente, avvia le indagini preliminari per esaminare le strutture e i legami esistenti. Nel caso in cui i sospetti dovessero trovare conferma, il Ministero pubblico della Confederazione o il pubblico ministero cantonale competente procederà all’apertura di un procedimento penale».

L’anno scorso il Consiglio nazionale ha approvato un postulato di Marco Romano che chiede migliori strumenti per lottare contro le mafie. In quali ambiti e in che modo si potrebbe migliorare?

«La società, la politica e le autorità devono essere consapevoli che esiste una necessità di intervento e che la Statistica criminale di polizia rispecchia solo parte della realtà. Le forme gravi di criminalità sono difficili da individuare. Se le polizie cantonali non dispongono di sufficienti risorse per scavare più a fondo, queste rimarranno sommerse. La lotta alle organizzazioni criminali inizia dalla loro individuazione, e in questo ambito c’è ancora molto da fare. Non dimentichiamo che la criminalità è lo specchio della società: interconnessa, mobile, globale. I criminali non conoscono frontiere e comunicano in maniera crittata in reti chiuse. Quando analizziamo i dati di queste reti, ci muoviamo sempre con ritardo rispetto alla realtà. Lavoriamo quindi a procedimenti che non riguardano reati recenti, ma perpetrati diversi anni prima, mentre nello stesso momento vengono commessi reati almeno della stessa entità che sfuggono agli occhi delle autorità e dell’opinione pubblica».

Nicoletta della Valle