L’eccellenza, nelle sue competenze, conoscenze e abilità. L’autenticità rispetto ai suoi valori, opinioni, identità e anche desideri, emozioni, fragilità. Lo scopo altruistico, il fine ultimo di ciò che fa, che esula da sé stessa e i suoi cari. A quale di queste tre spinte evolutive del leader desidera rispondere maggiormente in futuro rispetto a quanto già fa oggi?
«Alla più forte: l’autenticità. Ciò che faccio lo faccio perché ci credo, lo sento, lo penso e lo voglio così. Perché sono io».
Si parla molto di autenticità del leader e si fa molta fatica ad uscire dalla propria area di comfort. Fin dove la prima si spinge in lei come leader?
«Fino al massimo possibile, nei limiti della democrazia ovvero di visioni e idee diverse che possono prevalere. Nei miei mandati porto avanti ciò che sento e ritengo giusto e se d’un tratto mi ritrovo a dover portare avanti cose in cui veramente non credo, allora preferisco lasciare il campo».
Come la pandemia ha cambiato il suo stile di leadership?
«L’ha cambiato tanto. La mancanza di interscambio umano colloquiale ha reso il mio stile molto formale. C’è maggior preparazione delle riunioni perché niente può andare storto, quasi non si può più sbagliare. L’ha reso più freddo, veloce e razionale e meno umano. Si va agli estremi, o bianco o nero, mentre quando si è assieme accanto c’è tutto un mondo colorato».
La pandemia è stata un promemoria di vulnerabilità e incertezza per tutti: in che modo lo è stato per lei, come individuo e come leader?
«Mi ha portato a frenare e riflettere sul mio modo di vita: ma come facevo a correre sempre così tanto?».
Le porgo questo specchio. C’è lei e la sua immagine riflessa. Se io la guardassi come sta facendo lei, con i suoi occhi, cosa vedrei di diverso che da qui fuori non vedo?
«Vedrebbe che la rigidità che ho professionalmente verso gli altri l’ho anche con me stessa, utilizzo la stessa scala».
Immagini che questo specchio rifletta la sua anima. Com’è e come vorrebbe fosse diversa?
«La mia anima deve avere un sorriso alto così e mi piacerebbe che fosse un po’ meno ottimista, ingenua e più prudente, cauta nei contatti umani».
Guardandosi allo specchio, cosa non vede o non vuole vedere di sé?
«Non vorrei vedere che gli anni passano: che gioia mi vedessi avere sette anni».
Di intimo e rilevante per me, non sapete ancora che…
«…il progetto meglio riuscito della mia vita sono i miei due figli. Molti non sanno che sono anche una mamma».
Cosa di lei la fa sorridere e cosa di lei, invece, la intristisce?
«Sorrido al mio sorriso, alla mia positività. Mi rattrista la mia voglia di fare troppo e faccio fatica a cambiare regime. Prima o poi ci sarà un conto da pagare, arriverà il giorno. Sono nata un secolo troppo presto, avrei potuto fare di più e più velocemente».
Gira la ruota delle avversità e si ferma sull’incertezza, la più grande sinora nella sua vita. A suo tempo, nella situazione che ha in mente ora, come ne trasse beneficio?
«Facendo una scelta. Fu una lotta con me stessa, mi ricordo che non riuscivo più ad avere il mio solito sorriso. Nessuno mi poteva aiutare, solo io potevo. Nell’incertezza devi muoverti tu, richiede di scegliere. E così feci».
In ogni negatività, grande o piccola, c’è del positivo, grande e piccolo. Cosa le ha regalato di bello, grande e piccolo, il virus?
«Sono stata felicissima che la Svizzera abbia ricevuto una forte spinta nella digitalizzazione grazie ad una rinnovata consapevolezza di nuove modalità di comunicazione e di mobilità. Di piccolo, invece, ho accolto la possibilità di passare più tempo a casa con i
In passato, come ha rimediato ad un torto rilevante fatto o ad un errore significativo commesso e cosa ne è derivato?
«Nel modo più semplice ed efficace: chiedendo scusa, più di una volta. Mi ha fatto sentire più leggera, più sollevata e ha consolidato i rapporti umani»
Torni a quel momento in cui ha chiesto un aiuto importante: come ha vinto i timori e che impatto ha avuto nella sua vita?
«Non ho avuto timori perché l’aiuto era per una buona causa, non per me stessa. Mi ha rasserenata e chi me lo ha dato si è rafforzato perché ha capito l’intento».
Mi ha appena detto che l’impazienza è un suo punto debole influente. Immaginiamo che sia il mio. Siamo amici e vengo da lei per un consiglio: Monica, come faccio a trasformarlo in un punto di forza?
«Gerardo, guardalo come un’opportunità per imparare a frenare la lingua ed essere gentile con le persone mettendole a loro agio. Da una parte lascia andare di più e considera che ci sono cose più importanti, dall’altra valuta bene se anche gli altri devono correre, se ha effettivamente valore aggiunto».
Immagini di avere tre mesi di vita. Cosa cambia della sua quotidianità? Quale sogno tira fuori dal cassetto? Che emozioni prova? A chi dà l’ultima carezza?
«Continuo a fare ciò che faccio se posso, con più attenzione verso i miei cari. Poter passare gli ultimi mesi con le persone che sanno farmi ridere, che mi sono accanto e a cui sono grata è il mio sogno. L’ultima carezza è un’unica lunga carezza a mio marito e ai miei due figli tutti insieme».
Torni a quel momento in cui ha pianto col singhiozzo e lo visualizzi: quelle lacrime, potessero parlare, cosa le direbbero?
«Nella vita, Monica, devi sempre essere positiva, vedere il bello degli altri, dirglielo e ringraziarli».
Mi faccio piccolo, così piccolo da entrare in lei e camminare fino al suo cuore. Apro la porta, accendo la luce: cosa vedo?
«Vede un luogo affollato (non conforme alle restrizioni Covid!). Tanta gente che aiuta a pompare sangue e mi dà l’energia per andare avanti. Vede anche una parete di fotografie appese delle persone che non ci sono più, la parte del cuore che soffre».
Quale è la sua fragilità e come la accoglie nella sua quotidianità?
«Anche se non sembra, sono molto sensibile e soffro quando vengo tradita o delusa dalle persone. Faccio molta fatica a gestirla e lo faccio preavvisandoli, dicendoglielo prima che accada con l’auspicio di prevenirla».
Com’è un mondo senza rancori, con maggiore consapevolezza della propria responsabilità, empatia e accettazione di sé stessi e degli altri?
«Sicuramente un bel mondo, soprattutto se si previene il rancore piuttosto che rimediarlo con il perdono».
E un mondo che funziona ad obiettivi emozionali invece che fattuali o numerici?
«Le emozioni sono molto importanti ma ci devono essere tutte le componenti, anche la razionalità. L’emotivo è di passaggio, il razionale è ciò che resta».
Le dono una bacchetta magica prepagata per uno specifico desiderio: quale nuova qualità regala alla leadership ticinese di tutti gli ambiti, non solo quello politico, che oggi non vede?
«Alla leadership ticinese regalo sicuramente il fare squadra per vincere, accordandosi».
Che domanda vuole che le faccia in dirittura d’arrivo?
«Rifarebbe quello che ha fatto?».
Rifarebbe quello che ha fatto?
«Sì».
Che sensazioni le ha dato questa chiacchierata?
«Spero esca che sono una persona totalmente normale. Mi vedono rigida, che tartasso ma non sono solo quello, è solo l’immagine mia che appare. Spesso mi sento dire “non pensavo che fossi così” quando mi conoscono meglio. Faccio mille cose, sono un po’ agitata, richiedo velocità, anche con me stessa. Quando risponderò maggiormente all’autenticità penso che gli altri mi vedranno di più per chi sono, anche una madre di famiglia ad esempio. Questo è anche il senso di questa piacevole chiacchierata».
Che valore particolare ha avuto per lei?
«Mi sono raccontata per quale sono veramente. Mi sono fermata un attimo, è stata un’occasione per riflettere, diversa, che di solito non mi capita nella giornata. Ho risposto a domande che normalmente non mi faccio ed è stato come leggere sei libri tutti assieme».
Riprenda per favore lo specchio. In conclusione, cosa sussurra nell’orecchio della sua immagine riflessa? E in quello di chi la sta leggendo in questo istante?
«Difficile questa. A me sussurro “prenditi più tempo per te stessa”. A te lettore “non lasciarti vincolare da stereotipi e fai ciò che senti”».
La carriera di Monica Duca Widmer
Monica Duca Widmer si è laureata nel 1984 in ingegneria chimica al politecnico federale di Zurigo (ETHZ) e ha conseguito un dottorato nel 1987 all’Università degli studi di Milano. Dal 1992 è responsabile di EcoRisana, uno studio di ingegneria nel settore ambientale con specializzazione sui siti inquinati. Ha ricoperto diverse cariche in ambito accademico: è stata membro del consiglio dei Politecnici federali (1998-2008), del Consiglio della scuola universitaria professionale della svizzera italiana SUPSI (2004-2015), dell’Università di Lucerna (2012-2016). È vice-presidente dell’Accademia Svizzera delle Scienze Tecniche SATW e presidente del Consiglio dell’Università della Svizzera Italiana.