La neve e pure il ghiaccio. Per Vicky Mantegazza lo sport si pratica al freddo, lei che è stata una brava sciatrice con diploma di maestra di sci. Ha rinunciato a gareggiare perché papà Geo l’aveva posta di fronte a una scelta: «O fai competizione o vai in Curva Nord». E Vicky non ha avuto dubbi, la sua fede era già profondamente bianconera.
Da tifosa a presidente. Il tuo percorso all’interno dell’HC Lugano si è fatto sempre più importante. Quali sono le tue sensazioni?
«Sicuramente sono consapevole del mio ruolo. Stare sul divano di casa sarebbe più facile, tranquilla e beata a godermi la vita. Però io ho la passione dell’hockey, mi sento bene quando posso fare qualcosa per la mia squadra e per la mia città. Mi metto in gioco con i miei pregi, i miei difetti, con le mie conquiste e le mie sconfitte. Mi assumo le mie responsabilità, non ho problemi ad ammettere i miei errori. Purtroppo quando sbagli lo vedono tutti, mentre quando fai qualcosa di bello sono in pochi a percepirlo. Sinceramente non pensavo di essere così forte. Quando mi fermo a pensare, sono orgogliosa di aver affrontato anche le situazioni più difficili da superare. L’amore per il Lugano mi ha sempre aiutata».
La tua forza e la tua sensibilità di donna hanno facilitato l’approccio a un mondo dell’hockey quasi esclusivamente composto da uomini duri?
«Non ho mai sentito una differenza tra uomo e donna. Sono sempre stata trattata bene e rispettata, anzi mi hanno spesso chiesto dei consigli, perché prendono in considerazione il mio modo di agire e le mie conoscenze. Ho una sensibilità sportiva che tanti uomini non hanno, quindi ne approfittano anche di questo buon mix. Io non sono una femminista, alla fine quello che conta è la persona, non il sesso. È giusto che ci sia la parità dei diritti fra uomo e donna, non solo quando conviene ma sempre, nel bene e nel male».
La donna che stravinceva con le Ladies ha incontrato qualche difficoltà di inserimento?
«Ammetto che ho dovuto fare la gavetta nonostante un percorso vincente di 15 anni alla testa del Ladies Team dell’HC Lugano, in cui abbiamo conquistato 7 titoli nazionali e una medaglia europea. In questa fase iniziale ho avvertito un certo scetticismo…».
Come hai reagito?
«La mia esperienza, che mi ha permesso di conoscere persone a tutti i livelli nell’hockey, mi ha consentito di entrare nel mondo maschile di questo sport meraviglioso con un bagaglio solido, senza subire confronti, anche perché diversi uomini che mi hanno preceduta non avevano a mio avviso le basi per assumere una carica di tale responsabilità, affidata loro per il fatto di essere maschi. E ancora oggi risulta essere un privilegio gratuito non solo nello sport».
Dieci anni di presidenza alla testa di uno dei club più importanti della Svizzera è un cammino significativo.
«Ho costruito una società con tante persone di fiducia, alle quali posso fare affidamento sempre. Principalmente in Consiglio d’Amministrazione io mi occupo di sport. Rispetto ogni carica, soprattutto sul piano tecnico. Il mio ruolo è anche quello di sostenere i giocatori. Quando entro negli spogliatoi a fine partita, di solito lo faccio per congratularmi o rincuorare la squadra, non intervengo in quelle circostanze. Credo che un presidente debba farsi sentire al massimo due volte a stagione nei momenti delicati, altrimenti rischia di bruciarsi».
Sei a favore del Polo Sportivo e degli Eventi?
«Tifo per lo sport. Penso che per restare al passo con i tempi la città di Lugano debba rimboccarsi le maniche, ha già aspettato troppo per la costruzione delle infrastrutture sportive a favore di tutte le società. E qui ci metto anche la Cornèr Arena, dove gioca l’Hockey Club Lugano. Pur essendo una pista datata 1995, è la più vecchia della Svizzera. È stata costruita bene, ma credo che sia arrivata con cinque anni di anticipo, dopo è cambiato il modo di accogliere il pubblico a livello mondiale con le lounges, la ristorazione e altre comodità che permettono di aumentare gli introiti. Stiamo prendendo in considerazione una ristrutturazione anche per lo spogliatoio della prima squadra, troppo piccolo».
La città è ancora scossa per la perdita del suo sindaco. Che rapporto avevi con Marco Borradori?
«Ottimo. È stato eccezionale, aveva una buona parola per tutti e ti faceva sentire a tuo agio. Il grande carisma che aveva conquistava i politici e la gente. Lugano resterà per sempre casa sua. Penso che ogni luganese farà in modo che la sua città possa continuare a seguire quello che lui ha seminato nel periodo in cui Marco è stato sindaco».
Con quali altre personalità hai avuto un legame particolare?
«Ho avuto tante persone che mi hanno aiutata. Chiaramente sono molto legata allo sport, quindi chi più mi colpisce mi racconta di sport. Sono tifosissima juventina, ho conosciuto il presidente Andrea Agnelli, i giocatori David Trezeguet e Stephan Lichtsteiner, che ho avuto l’onore di ospitare tutti alla Cornèr Arena per assistere con me a una partita del Lugano. Oggi, con grande piacere, Stephan è mio collega nel Consiglio d’Amministrazione».
Come personaggio pubblico hai tanti “follower” sui social. Che rapporto hai con Facebook e Instagram?
«Tengo in considerazione il loro ruolo, come quello dello smartphone, anche se ritengo che in certi momenti di relax ci debba essere un distacco totale a favore di una bella serata con amici. Non sono una schiava dei social e non entro praticamente più in Facebook perché è troppo negativo, percepisco rabbia e invidia in tanti post. Sono invece più attiva su Instagram, dove posso esprimere un messaggio attraverso una foto per una presenza positiva. Sono nata umile e l’arroganza non mi appartiene, mi dà fastidio».
Cosa ti fa provare emozione?
«Con il Covid sono diventata più sensibile. Ovviamente mi emozionano le persone che fanno parte della mia vita in modo importante. Mi emoziono anche vedendo due anziani che camminano tenendosi per mano».
Una squadra di calcio in Ticino, “Tutti in gioco”, schiera giocatori del vivaio al fianco di bambini con disabilità in un progetto di integrazione totale. Tu hai partecipato a un evento in cui è stata apprezzata la tua tenerezza…
«Ho risposto con piacere all’invito perché penso che questo sia veramente il fulcro del gioco. Quando un bambino nasce disabile e poi può praticare uno sport in cui si sente integrato in una squadra vera, è un messaggio molto bello. Considero dei piccoli eroi quei bambini che non fanno sentire diversi i loro compagni, ma al contrario ne evidenziano le loro qualità e soprattutto il loro diritto di sentirsi bene. Questo messaggio è una lezione di vita e lo sostengo pienamente in un mondo di oggi in cui i valori vengono sempre più spesso persi di vista».
La tua sensibilità e il tuo amore li apprezzano anche gli animali.
«Li adoro e appoggio qualsiasi associazione che li difenda. Sono nata in una famiglia in cui ho sempre vissuto con gli animali e ringrazio i miei genitori di avermi dato questa opportunità per me importante. Ritengo che l’animale non sia un dovere averlo, ma è un valore aggiunto. Crescere con un animale è qualcosa di veramente bello, perché ti è fedele, ti è devoto e ti dà tantissimo, più di quanto tu dai a lui, a differenza dell’essere umano. A casa mia ci sono tanti animali, tutti trovati per strada perché cerco di aiutare chi è in difficoltà, non miro ai pedigrée. Ho un cane, tre gatti, tartarughe, lumache africane, l’acquario e uno stagno. Da piccola avevo anche una scimmietta di nome Joe. Le considero esperienze bellissime e non capisco come l’uomo possa arrivare a essere così cattivo e violento con gli animali, così come con gli anziani o con i bambini, pure indifesi. È la cosa che mi fa andare più in bestia!».
I fratelli maschi, lo sci e gli animali
Nata a Sorengo il 26 settembre 1965, sotto il segno della Bilancia, Vicky Mantegazza si distingue per cuore e umiltà che mette nel suo intenso quotidiano, a partire dalla sua famiglia.
Birichina: «Sono cresciuta con tre fratelli maggiori, era difficile essere la piccola di casa, anche se la loro presenza maschile, talvolta impegnativa, mi ha aiutato a farmi le ossa, perché ho imparato a cavarmela. Sono arrivata pronta a scuola, anzi ero sempre una delle trascinatrici di tutte le classi. Non ero proprio una scolara modello, piuttosto una birichina».
Tifoso speciale: «Parlo naturalmente con mio padre anche di hockey, dei risultati correnti. All’inizio gli chiedevo dei consigli sul mio ruolo, ora sono confrontata con un’altra dimensione rispetto alla sua era. Oggi le società sono autentiche aziende e il cambiamento è stato radicale».
Energia: «Sfortunatamente ho due ginocchia “andate”, quindi non mi è possibile fare troppo movimento. La soluzione è la protesi, ma continuo a rimandare l’operazione. L’energia mi arriva da una famiglia che mi fa sentire bene, ho la fortuna di avere i miei animali che per me sono ragione di vita e questo mi aiuta quando ho bisogno, nella mia “comfort zone” che è casa mia. E lì dove mi rilasso e mi ricarico».
Vacanze: «Mi sento meglio al freddo, dove ho imparato lo sci, il mio sport preferito insieme all’hockey. Col tempo mi sono avvicinata anche al mare. Per me le vacanze di Natale restano in montagna».
Piatto di famiglia: «Mi piace mangiare. Adoro il riso. Un bel risotto con il salame è il piatto di famiglia».