Luca Albertoni, l’eccellenza, nelle sue competenze, conoscenze e abilità. L’autenticità, rispetto ai suoi valori, opinioni, identità e anche desideri, emozioni, fragilità. Il proposito altruistico, il fine ultimo di ciò che fa, che esula da sé stesso e i suoi cari, proiettato su comunità e territorio. A quale di queste tre spinte evolutive del leader desidera rispondere maggiormente in futuro rispetto a quanto già fa oggi?
«La base è l’autenticità, sono così come sono con tutti, ricerco costantemente l’eccellenza, talvolta sin troppo sfociando nel perfezionismo, e il fine ultimo altruistico è ben presente nella mia natura e nella mia attività. Tutte e tre sono molto legate fra loro. L’autenticità e il fine ultimo sono innati, l’eccellenza è l’obiettivo da raggiungere».
Una cosa concreta che può fare in merito da subito?
«Imparare tutti i giorni, mantenere la mentalità aperta, tenere vivo il bambino interiore, curioso, che assorbe e mette in pratica. È fondamentale, quotidianamente in tutti gli ambiti non solo quello lavorativo».
La vera autenticità, la totale e sincera apertura e espressione di sé stessi, fa paura e, quindi, si tende ad adottare comportamenti difensivi di varia natura. Li vede in Ticino e in lei?
«Credo che non sia possibile un’autenticità totale senza limiti, condizionamenti, adattamenti e questo vale anche per me. Il contesto influenza la cosa giusta da dire o fare in un dato momento senza bisogno di snaturarsi, difendersi o essere falsi. Saper calibrare l’autenticità è difficile, è una sorta di talento. In Ticino, purtroppo, vedo parecchi comportamenti difensivi: solitamente la novità non viene ben accolta, se rifiuti una proposta professionale spesso viene preso personalmente, ad esempio. Ciò ha poi un riflesso a cascata perché impone a tutti di doversi adattare».
In uno scenario di vera autenticità diffusa cosa sarebbe diverso in Ticino e in lei?
«Personalmente si potrebbe sviluppare ulteriormente il lato creativo dando più spazio a nuove idee. Il territorio, invece, ne guadagnerebbe in termini di ricchezza, non solo materiale ma anche in termini di creatività, crescita e apertura».
In cosa è geniale, sovraumano?
(risata) «Mi ritengo creativo, curioso ma geniale non mi corrisponde».
In cosa, invece, è umano, deficitario?
«In tutto sono umano, oserei dire troppo umano e questa sensibilità e desiderio di vivere di emozioni mi reca talvolta qualche sofferenza di troppo».
Le porgo questo specchio. C’è lei e la sua immagine riflessa. Se io la guardassi come sta facendo lei, con i suoi occhi, cosa vedrei di diverso che da qui fuori non vedo?
«Ci sono sfaccettature della personalità che non appaiono nel ruolo che ricopri. Il grado di mia sensibilità non collima sempre con l’aspettativa di efficienza e decisione della mia posizione. Credo che vedrebbe un livello di attenzione ai comportamenti umani insospettato e insospettabile».
Guardandosi allo specchio, cosa non vede o non vuole vedere di sé?
«Niente, non mi nascondo nulla».
Cosa di lei la fa gioire?
«La capacità di stupirmi e gioire ogni giorno anche per le piccole cose».
Cosa di lei, invece, la infastidisce?
«Diversi difetti…il fatto di essere a volte eccessivamente tollerante e non porre subito dei limiti».
Cosa la ingolosisce?
«Il cioccolato e la musica, i concerti».
Cosa, invece, la appaga e la realizza?
«Il potermi alzare la mattina in buona salute perché mi permette poi di fare altre cose che mi appagano come ascoltare la musica e ovviamente dedicarmi con energia al mio lavoro. Mi piace anche rendere felici le persone che ho intorno».
Di lei si dice che…
«Essendo un personaggio pubblico probabilmente si dicono tante cose, belle e meno belle. Penso che nessuno possa mettere in dubbio la mia onestà».
Il segreto o la paura più grande della sua vita: quale sceglierebbe di raccontare alla platea dei suoi associati e perché non l’altra?
«Racconterei entrambi ma se dovessi scegliere, nonostante il rischio, condividerei la paura perché potrebbe essere utile a chi mi ascolta e perché nel segreto c’è una componente più intima».
Cosa significa per lei essere rientrato in Ticino dopo una prolungata permanenza all’estero?
«Aver dovuto apprendere di nuovo, riabituandomi con difficoltà a vivere in un Ticino molto diverso da come l’avevo lasciato. Un nuovo inizio».
Secondo lei, cosa significa, invece, per noi?
«Una dimostrazione che è possibile partire e poi tornare in Ticino, nonostante la fuga dei cervelli di cui tanto si parla».
Poche donne al comando, pochi giovani al comando, pochi indipendenti al comando, pochi stranieri al comando, pochi nuovi al comando: che comando é?
«Non credo ci sia un ammanco allarmante in ognuna di queste categorie e il tessuto è in evoluzione attraverso processi di crescita, innovazione, internazionalizzazione e passaggio generazionale. Per me conta chi è in grado di dare valore, non la categoria a cui appartiene».
Fare il leader, essere il leader, sentirsi il leader, formare il leader, in ordine di importanza secondo lei…
«Il leader deve soprattutto trasmettere dei valori e essere credibile e di esempio. Formarsi, esserlo, sentirsi e in ultimo farlo, in ordine di importanza. Il farlo mi sembra sia il risultato finale mentre formarsi e esserlo li vedo sullo stesso piano».
Un “EMBA” sta a “formare il leader” come “x” sta a “essere il leader”: è un’uguaglianza possibile?
«Un EMBA, formarsi non basta, ci vuole molto di più: valori, empatia, intelligenza emotiva ad esempio e non le impari a scuola ma le puoi sviluppare soprattutto con l’esperienza, l’esempio altrui e il confronto. L’efficacia di un’eventuale formazione specifica in merito dipende dalla propria capacità di apprendimento che è, a mio avviso, la vera “x” dell’equazione».
Professionalmente vuole più tempo per le relazioni importanti o più tempo per il pensiero strategico?
«Per il pensiero strategico perché è la direzione, cosa voglio e quindi cosa faccio. Le relazioni vengono di conseguenza».
Viviamo la transizione del capitalismo da “egoista per fini egoistici” a “altruista per fini altruistici”. Siamo, quindi, egoisti per fini altruistici e altruisti per fini egoistici, pensi agli investimenti sostenibili ad esempio. La leadership evolve di conseguenza. Cosa accelererebbe questa transizione?
«Detto che il punto di partenza cosí come posto risale a tempo addietro, io ho l’impressione che queste trasformazioni e i ritmi siano dettati dagli eventi esterni più che dalla volontà umana. Non rimane che vedere che accade».
La provoco: in Ticino (e non solo) successo uguale soldi (soprattutto) e possibile cambiamento uguale ostilità (o quasi). Che conseguenze hanno sul territorio a livello culturale, formativo, sociale, politico ed economico?
«In generale è un deciso freno allo sviluppo del territorio a tutti i livelli citati che, essendo interconnessi, sono nei vari aspetti sia causa che conseguenza l’uno con l’altro. Imprese e individui, così, lasciano o non vengono in Ticino. Un elemento che inoltre soffre è l’apprendistato, a volta considerato come formazione meno prestigiosa, a torto. Ne aggiungerei un’altra di massima che frena sensibilmente: il ricco è colui che ruba».
Immagini una vita da brivido, degna di essere vissuta, come fosse un sole. Cos’è il cielo di questo sole?
«Domanda impegnativa. Forse non sono abbastanza fantasioso e il valore della natura è talmente grande per me: fatico ad identificare qualcosa di diverso dal cielo che conosciamo e che ci permette una vita da brivido qualunque essa sia».
Chiuda per favore gli occhi e torni a quel momento in cui ha fatto i salti di gioia e lo visualizzi: quei salti, potessero ascoltarla, cosa si sentirebbero dire da lei?
«Non bisogna avere vergogna di esternare le proprie emozioni».
Tenga gli occhi chiusi e torni a quel momento in cui era sull’orlo di un precipizio e lo visualizzi: quell’orlo, potesse parlare, cosa le direbbe?
«Essendoci stato poco tempo fa a causa del Coronavirus non fatico a rivivere il ricordo: quanto sono importanti e preziosi la vita e gli affetti!».
Sempre con gli occhi chiusi torni a quel momento in cui ha atteso trepidante un esito e lo visualizzi: cosa sprizza da tutti i suoi pori mentre attende?
«La speranza e la consapevolezza di aver sempre dato il massimo».
Le dono una bacchetta magica prepagata per uno specifico desiderio: quale nuova qualità regala alla leadership ticinese di tutti gli ambiti, non solo quello politico, che oggi non vede? I suoi predecessori hanno già detto lo spirito di team, la fierezza del successo altrui, la fiducia nella capacità collettiva, l’apertura mentale, il coraggio e la visione.
«Alla leadership ticinese regalo il coraggio di essere autentici».
La bacchetta magica non funziona, ormai si è impegnato al regalo: quali azioni intraprende?
«Persevero nel mio lavoro di convincimento in tal senso che faccio da tanto tempo».
Si scelga il titolo dell’intervista…
«Un’autenticità un po’ fuori dagli schemi».
Che valore ha avuto per lei questa chiacchierata?
«Mi sono divertito tantissimo. Le domande sono particolari, possono andare in direzioni diverse e mi sono piaciute molto».
Riprenda per favore lo specchio. In conclusione, cosa sussurra nell’orecchio della sua immagine riflessa?
«Puoi essere fiero di quello che sei».
E in quello di chi la sta leggendo in questo istante?
«Spero di non essere stato noioso».