Lorenzo Mammone, quali sono stati i principali passi nella sua formazione che l’hanno portata a intraprendere la carriera nel campo del giornalismo?
«Non si nasce giornalisti, o forse sì . Quel che è certo è che dopo le scuole medie ho iniziato sognare di fare il giornalista, incantato dalla cronache delle firme famose di allora: Indro Montanelli, Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Oriana Fallaci. Leggevo i loro articoli sui giornali che mio papà portava a casa, e sognavo. Volevo raccontare il mondo, lasciare un segno, vivere avventure. Tutto è nato così ed è stato consequenziale a questo sogno. Liceo, una Laurea in Lettere alla Statale di Milano, ma soprattutto tanti tentativi di collaborare con giornali, testate, radio. Ho iniziato dallo sport, scrivendo le cronache delle partite per la quadra di basket nella quale giocavo, sono passato alle collaborazioni saltuarie nei giornali locali, poi una parentesi radiofonica a radio 3i, fino all’assunzione al Giornale del Popolo. Una vera scuola di vita e professionale, prima di tentare un concorso all’allora TSI».
Come ha iniziato la sua esperienza presso la Radio Televisione Svizzera e quali sono state le sfide iniziali affrontate?
«Sono stato assunto nel 1989 dalla allora TSI a seguito di un concorso. A differenza di tanti giovani giornalisti che entravano in azienda non sono stato indirizzato verso il telegiornale o le cronache locali, bensì in un settore con una denominazione che mi riempiva di orgoglio: Dipartimento inchieste e rubriche giornalistiche. Lo guidava un giornalista si grande esperienza e competenza Willy Baggi, e tra i programmi di punta figurava il magazine Tesi Temi Testimonianze, diretto da un altro esponente di punta del giornalismo ticinese: Aldo Sofia. Era il sogno che si avverava. Fu un’esperienza totalizzante, coinvolgente: imparare il linguaggio televisivo, le tecniche comunicative di un nuovo media, affrontare temi locali e internazionali, realizzare documentari e inchieste , viaggiare nel mondo. Trattandosi di un magazine di informazione si spaziava da temi sociali, politici, economici, alla cronaca, un cambio di ritmo e di tematiche che imponeva rigore, studio, preparazione, capacità di adattamento. Sono stati gli anni che mi hanno forgiato e che hanno maturato in me una concezione del giornalismo che ha segnato tutta la mia vita professionale».
In veste di programmatore e di conduttore quali sono le trasmissioni che ricorda con maggior piacere e che hanno segnato una tappa importante nella sua attività giornalistica?
«Oltre a TTT, un altro momento importante è stata l’esperienza nel programma Falò, nato nel 2000 e del quale sono stato anche vice produttore e conduttore. Un programma di inchiesta che ancora oggi è tra i più apprezzati dal pubblico della RSI. È stato in particolare con Falò che ho sviluppato le competenze della conduzione, in un format che prevedeva il faccia a faccia con gli ospiti, un ruolo che conferiva una certa responsabilità al conduttore chiamato a sostenere e a difendere di fronte a chi veniva chiamato in causa, i contenuti delle inchieste realizzate dalla redazione».
Qual è, secondo lei, il valore del giornalismo di inchiesta nella società odierna?
«Viviamo in un paradosso, mai come oggi forse siamo stati invasi dall’informazione, in tutte le sue forme, in particolare quelle che derivano da internet: piattaforme web e social media. Spesso però questa modalità di fare circolare le informazioni sfugge al meccanismo di verifica e contestualizzazione che è tipico del giornalismo, in particolare di quello investigativo. Oggi nell’epoca delle fake news e delle sfide poste dalla disinformazione il giornalismo d’inchiesta sarebbe un baluardo su cui fare affidamento per orientarsi in una società sempre più complessa e piena di trappole, eppure mai come oggi le difficoltà finanziare, i tagli alle redazioni, la riduzione delle pubblicità mettono in difficoltà il giornalismo. Realizzare un’inchiesta costa tempo e denaro, significa dedicare settime nella ricerca delle prove, nella verifica delle fonti, significa avere i mezzi per contrastare denunce e richieste di risarcimenti, e sempre meno media possono permettersi quello che oggi viene considerato un privilegio. Eppure il giornalismo di inchiesta è una delle colonne su cui si basa la democrazia. Non andrebbe dimenticato. Mai!
In questo contesto il servizio pubblico, nel quale ho il privilegio di lavorare da 35 anni, offre ai suoi giornalisti e al suo pubblico tutte queste garanzie, anche se il tentativo di indebolirlo, riducendone le entrate, avrebbe proprio quelle conseguenze nefaste appena descritte».
In che modo la trasmissione “Patti chiari” ha influenzato il suo approccio professionale e quali temi ritiene siano stati fondamentali da trattare?
«Patti chiari è un programma che difende i diritti dei cittadini. E sono proprio i cittadini protagonisti, coi loro problemi, al centro dei temi che trattiamo. Ci tengo a sottolineare il concetto di “cittadini”, un ruolo che tutti, di volta in volta, ricopriamo nella veste di consumatore, pensionato, paziente, imprenditore, contribuente, inquilino, proprietario o di chi si trova di fronte ai meccanismi distorti della burocrazia, delle grandi imprese o ancora di chi è senza scrupoli. Il ruolo del programma, applicando i principi della corretta inchiesta giornalistica, è quello di operare come un “quarto potere”, come controllore del sistema , un ruolo che ha caratterizzato la testata in questi anni e mi ha convinto ancora di più delle potenzialità del giornalismo di denunciare ma anche di mutare il corso degli eventi. Le inchieste in un ambito locale sono le più complesse, perché si opera in un contesto territoriale dove ci si conosce tutti, perché non mancano le pressioni, ma offrono una grande opportunità, perché il lavoro giornalistico di denuncia porta spesso alla soluzione dei problemi. E questa per me è la più grande soddisfazione».
Come si è evoluto il panorama mediatico durante il suo lavoro presso la Radio Televisione Svizzera e quali cambiamenti ha notato nel modo in cui il pubblico consuma le notizie?
«Quando ho iniziato a lavorare alla RSI non era ancora iniziata l’era del digitale, non c’era internet, non c’erano i social. La concorrenza era solo quella televisiva e si declinava su un numero ancora limitato di canali. L’avvento della digitalizzazione ha posto una grande sfida alla RSI. La necessità di poter declinare i contenuti anche sull’ on line ha reso la comunicazione più essenziale, più diretta, di più facile consumo senza per questo togliere la complessità ai fatti che vengono descritti. Una sfida non facile che per esempio Patti chiari ha saputo cogliere proponendo un format attraente, fruibile, con un linguaggio piano e formalmente vivace senza per questo venir meno al suo ruolo di testata di informazione, rigorosa e precisa. Oggi in uno scenario mediatico così fitto di offerte, vince chi sa farsi notare per originalità, ma anche chi sa offrire garanzie di rigore giornalistico, di affidabilità, di indipendenza».
Quale consiglio darebbe ai giovani aspiranti giornalisti che desiderano entrare nel mondo del giornalismo?
«Partirei da una frase di un famoso inviato del Corriere della Sera che recitava : “Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi, ma è sempre meglio che lavorare». Una frase che racconta una grande verità: il lavoro di giornalista, per chi ci crede davvero, è una missione, così entusiasmante che nello svolgerla ti sembra di fare l’unica cosa che vorresti fare, e quindi diventa come un hobby. Se hai questa passione, questo desiderio, se ti entusiasma davvero sei sulla strada giusta. Poi ci vuole cultura generale, studi, applicazione. Ma nulla è pesante se l’obiettivo è chiaro, se la voglia di riuscire ti spinge. Sogna in grande e impegnati nel piccolo, ogni giorno: leggi, scrivi, sii curioso, confrontati. Non ci sono scorciatoie e soprattutto non si finisce mai di imparare».



