Julie Arlin, partiamo da lei. Come è arrivata alla radio e alla tv?
«Mentre finivo l’università, nel 2005, la RSI ha indetto un concorso per volti nuovi. È stata un’amica a convincermi a parteciparvi, secondo lei ero fatta per quella attività e in effetti ho cominciato subito a lavorare in TV. Ben presto mi sono iscritta a un master in scrittura per cinema e televisione, a Milano. Non ho mai rinunciato – e ancora non rinuncio – a mettermi in gioco: in 17 anni ho affrontato esperienze anche molto diverse, come il mondo della comunicazione nel turismo, con belle esperienze all’estero. Dal 2016 però ho deciso di concentrarmi sulla radio e sulla presentazione di eventi privati».
Ora esce il suo primo libro. Come è nato?
«Complice il lockdown, ho avuto tempo per capire quale altra svolta potevo prendere: quando ciò che faccio diventa acquisito, ho bisogno di mettermi in gioco. Ho fatto ordine in testa e ho cominciato a suonare la chitarra, un sogno che avevo da ragazzina. Subito dopo è emerso un altro desiderio più profondo e mi sono detta: “Adesso non hai più scuse, è il momento per il libro a cui pensi da 9 anni!”».
Un romanzo con tratti autobiografici…
«Esatto, infatti non è un’autobiografia. Si racconta la storia di Emma, una giovane donna dalla vita invidiabile, che ha tanti amici, che lavora in televisione e che per paura di deludere gli altri si è costruita una gabbia di perfezione nella quale soffre ma di cui non osa lamentarsi. A darle l’occasione giusta per rompere gli schemi è una diagnosi spietata, una forma aggressiva di cancro che, forse, non la farà arrivare ai suoi 30 anni. È la storia di come, a duri colpi e mantenendo il segreto, lei trova il coraggio di trasformare la sua vita e diventare più spensierata, leggera e autentica. C’è ovviamente anche l’amore, perché a quell’età è impossibile non perdere la testa».
Come affronta un momento così doloroso?
«Prova fin da subito a farlo a modo suo: innanzitutto cercando di non rendere la cosa pubblica perché non vuole essere compatita e perché odia i pettegolezzi. Poco dopo lo shock iniziale della diagnosi capisce anche che questa può essere la grande occasione per liberarsi, la scusa ufficiale per lasciare da parte la paura di non essere capita o amata e vivere pienamente ogni istante che le è dato, perché potrebbe essere l’ultimo. Non smette di lavorare e, anzi, si concede molto di più di prima: feste, allegria, aperitivi, avventure e nuove emozioni. Tutto bello finché il corpo tiene ma quando le cure si fanno più pesanti, il conflitto e la pressione aumentano.».
Julie, molti suoi follower – ma anche molti suoi colleghi – si sorprenderanno leggendo questa intervista. Lei ha affrontato la malattia, la chemioterapia, la perdita dei capelli, la spossatezza indicibile…senza dirlo praticamente ad anima viva…
«È stata una scelta istintiva e su cui non ho mai negoziato: correndo il rischio che quelli fossero i miei ultimi mesi di vita, ho voluto che fosse per me un momento il più possibile divertente – e non temo di usare questa parola. Volevo vivere tutto al massimo. Al contempo, intimamente, discutevo con me stessa, affrontavo i cliché che mi portavo dietro, rivedevo il rapporto con gli altri, ho ridefinito il modo di amare e anche il concetto di femminilità. Continuavo ad apparire in tv e a lavorare agli eventi ma stavo cambiando, oltre alla fatica fisica ero meno compiacente, anche solo per il fatto che le energie erano poche ed andavano dosate. Ho dovuto ridisegnare i miei confini e per questo sono stata anche fraintesa e criticata ma era una conseguenza inevitabile della mia scelta di privacy. A volte mi sono imbattuta in persone non propriamente gentili e compassionevoli ma era un’altra lezione da imparare: giudicare è sbagliato perché sappiamo poco o nulla delle battaglie che stanno affrontando coloro che abbiamo davanti e perciò dobbiamo rispettarli».
Ma Perfetta da morire non è un libro sul tumore…
«Per nulla! È un romanzo che parla di un’esperienza di vita, all’interno della quale la scoperta di avere un cancro è una delle mille cose. Il tumore è un’occasione di trasformazione, l’input per fare della propria vita ciò che è giusto per sé. È un libro sulla bellezza della vita, sul coraggio, sull’amore, sui rapporti di coppia e sull’amicizia che salva (ci sono scene spassosissime come la parrucca che prende una sua identità e i fraintendimenti che ne conseguono. C’è anche una linea di mistero che viene svelata solo alla fine…n.d.r.). Nello scrivere, mi sono impegnata per creare un mondo, fatto da personaggi sfaccettati in cui tutti hanno un’evoluzione. E scrivendo ho subìto un’ulteriore evoluzione anch’io, mi ha fatto benissimo riguardarmi da fuori, con la distanza del tempo, questo lavoro che è durato quasi un anno mi ha permesso di diventare ancora più fedele a me stessa senza paura, amandomi nella mia non perfezione. Sradicare un’ideale di noi stessi è difficile e il tumore in questo è stato il motore ma è solo il mio esempio di perdita delle certezze, nella vita ce ne sono molti altri, ognuno ha il suo».
È una storia al femminile, eppure anche i maschi hanno una bella parte…
«Io stimo molto gli uomini, non immaginerei un mondo senza di loro e non potevo scrivere di Emma senza il mondo maschile che tanto le ha dato e tolto. In generale il confronto è ciò che fa crescere e se si parla di uomini e donne, credo che gli uomini abbiano tanto da insegnarci, sia che si parli di compagni, padri, amici, amanti o figure di riferimento di altro tipo. Nel caso della sofferenza femminile, che forse non possono comprendere a pieno come noi non possiamo capire la loro, stimo tutti quegli uomini che sanno mettersi in ascolto e restare anche quando le cose non vanno come vorrebbero: questo mi emoziona tantissimo!
Alcuni uomini che hanno letto il romanzo mi hanno confidato che, pur essendoci una protagonista femminile, si sono ritrovati perché i temi sono universali, inoltre hanno trovato spunti interessanti per capire un po’ meglio i bisogni di una donna, anche se restiamo tutte uniche.
Ho voluto inserire anche la musica – della mia generazione e di quel 2013 che mi ha sconvolto la vita. La musica aiuta a ricordare e ad emozionare, non ne potevo fare a meno, su spotify c’è la playlist chiamata “Il mondo di Emma”. Un altro tema è la fotografia, quella di Christian Tagliavini per esempio, amico e grande fotografo che, tra l’altro ha anche realizzato la bellissima copertina del mio libro».
Julie – che ora sta benissimo – mi saluta con un pensiero che, d’improvviso, mi scioglie il nodo alla gola che mi ha accompagnato per tutta l’intervista: «Accogliere con gentilezza ciò che ci succede, proteggersi senza diventare cattive. E ogni anto dire Che brava che sono, che riesco a mantenere il mio patto. Per la prima volta ero veramente amabile a me stessa. Anche per ricordarmelo, per rinnovare questo voto di fedeltà alla mia natura, ho scritto questo libro».