Eléonore ci regala questa intervista – sì, per chi la scrive questa intervista è stata un dono – nei giorni di convalescenza dopo l’intervento che in qualche modo sancisce il passaggio dalla malattia alla guarigione.
Sette anni fa, nel contesto di una vita normale e quindi per sua natura straordinaria, Eléonore scopre di avere un cancro al seno. Tutta la sua vita ne è inizialmente sconvolta, così come quella del suo compagno e dei figli di lui, che anni prima hanno perso la mamma.
Eléonore, qual è stato il primo momento di speranze e di forza dopo la diagnosi?
Quello in cui mi sono accorta che non ero sola, che non dovevo affrontarlo esclusivamente con le mie forze. Il mio compagno si è dimostrato da subito non solo estremamente presente, ma anche estremamente capace di starmi accanto nel modo giusto, quello di cui avevo bisogno e che poteva veramente darmi le energie per affrontare le cure.
Lei è, appunto, una donna piena di energia e di speranza. C’è stato però un momento in cui le è sembrato che le forze le venissero meno?
Sì. Purtroppo ho affrontato diverse recidive e quando la malattia torna, dopo che si è già vissuta una o due volte, non lasciarsi andare allo sconforto è particolarmente difficile. Io però sono stata fortunata, e come me lo sono tante persone che ogni giorno combattono con questo male. La vicinanza di coloro che amo e che mi amano, la loro tenerezza nei gesti quotidiani, la forza del loro sorriso sono stati un sostegno indispensabile.
E poi la musica…
La musica certo. Quando ho conosciuto il mio compagno, prima del cancro, da subito è iniziato un sodalizio non solo sentimentale ma anche musicale. Abbiamo cominciato a scrivere e comporre e quando è arrivata la diagnosi, abbiamo subito capito che quella comunione di intenti poteva essere un’ulteriore forza non solo per noi, ma anche – senza alcuna presunzione – nella speranza di aiutare tutti e tutte coloro che si trovavano nella nostra stessa situazione.
E infatti, nel bellissimo album che avete dedicato al dolore e alla guarigione, non c’è traccia di disperazione. Soltanto una fortissima emotività, che però non induce a un pianto irrimediabile, ma al contrario ha una commozione energica, piena di vita anche quando il tema è la paura della morte. La vita che il giorno dopo potrebbe non esserci più.
Sono proprio contenta di sentirlo, perché questo era proprio il nostro scopo: comunicare la nostra emozione, la nostra gioia di vivere e di amarci. La speranza che domani andrà meglio e che se anche dovesse andare peggio, si troverà la forza di affrontare quel brutto momento con tutti gli strumenti che ho scoperto in me, a volte proprio grazie alla malattia. Una forza che non credevo di possedere, una dolcezza che avevo sempre reputato come una debolezza e invece scoprivo essere una grande arma a favore della vita. Mi sono sorpresa di trovarmi paziente. Oh sì, la pazienza, una dote che la malattia ti costringe a far emergere.
Mentre chiacchieravamo, infatti, ha fatto spesso cenno a ciò che ha scoperto di sé durante la malattia, a come la paura, il senso di caducità delle cose, può spingere a scoprire il proprio animo più profondo e spesso celato nel tran tran quotidiano.
Sì, grazie nel mio caso alla musica e alla meditazione (ma per altre persone possono esserci altri mille modi di vivere e scoprirsi durante la malattia), ho imparato tanto, soprattutto di me stessa e di ciò di cui ho bisogno. Che cosa allora è davvero importante per me? Amarmi, lasciarmi amare, creare e testimoniare. Tutto questo ho cercato di mettere nell’album e anche nel videoclip uscito proprio in questi giorni sulla RSI.