Il 2020 è stato senza dubbio uno degli anni più difficili degli ultimi decenni. Quale insegnamento morale ne dovrebbe a suo giudizio trarre l’intera umanità e in particolare il mondo cattolico?
«Non penso che i drammi della storia umana abbiano in sé stessi degli insegnamenti morali da dare. Penso che, in circostanze come quelle che tuttora stiamo attraversando, vengano meno molte maniere superficiali di dare senso a quello che facciamo e siamo. Questo può dare la spinta per cercare più in profondità ciò che ci fa realmente vivere. L’anno che abbiamo appena vissuto ha messo in luce la fragilità di un legame tra gli esseri umani basato unicamente sull’utilità e la necessità. Per chi si riconosce cristiano, a questo riguardo c’è il Vangelo di Gesù Cristo da imparare ad ascoltare nella sua radicalità, come mai fatto prima. Per tutti, c’è da sperare che le insufficienze di un modello di vita basato sui bisogni del singolo individuo evidenziate da questa crisi portino a scoprire un fondamento altro, capace di giustificare in maniera incondizionata la ricerca del bene comune».
Da più parti è stato ripetuto che dopo la pandemia non saremo più gli stessi. La convince questa affermazione e in che modo l’uomo sarebbe cambiato?
«Non c’è niente di ciò che accade nel tempo che non alteri il nostro modo di vedere la realtà e di abitarvi. Questo vale a maggior ragione per una pandemia, un fenomeno a espansione planetaria capace di incidere a ogni livello sulla nostra vita quotidiana. Detto questo è difficile prevedere che impatto avrà quello che stiamo attraversando sul nostro modo futuro di vivere. L’imprevedibile è una componente irriducibile della libertà umana».
Di fronte alle paure e alle preoccupazioni di questi mesi, quali speranze si sente di trasmettere ai fedeli della sua Diocesi?
«Noi annunciamo sempre e in ogni circostanza la speranza nell’inaudito, che Gesù Cristo, morto e risorto, ha acceso una volta per tutte nella storia umana. È a questa sorgente inesauribile che siamo rimandati con forza in questo momento. Non sono mai solo gli elementi incoraggianti del presente, ultimamente, a farci guardare avanti con fiducia, ma l’adesione a una promessa resa credibile dal fascino di una vita umana piena, donata nella libertà e per amore. Questo è il seme divino della fede che, con grande realismo, tenendo i piedi ben piantati per terra, ci fa tenere in ogni momento gli occhi fissi sulla Vita, più forte dei fantasmi della disperazione e della morte».
La Svizzera e il Ticino rappresentano senza dubbio un’area di benessere economico e sociale. Eppure anche in questo contesto esistono povertà e disagio. Con quali mezzi e progetti la Diocesi di Lugano interviene per fare fronte a queste situazioni?
«Siamo consapevoli che il disagio economico e sociale si è ulteriormente acuito anche alle nostre latitudini. La Diocesi di Lugano è presente in questo ambito attraverso le diverse associazioni caritative operanti da molti anni sul territorio, ma anche con le molte iniziative specifiche che sono nate o si sono rafforzate proprio in questo periodo: le raccolte alimentari, il servizio della spesa a domicilio, i centri di ascolto, i gruppi di volontari e volontarie che fungono da antenne per molte situazioni particolari di bisogno che possono sfuggire alle reti ufficiali di aiuto».
In generale, quali sono i problemi più gravi e urgenti con cui deve quotidianamente misurarsi il Vescovo di Lugano?
«Sono quelli legati alle difficoltà personali dei presbiteri e degli operatori pastorali attivi nei vari ambiti dell’attività diocesana. Soprattutto in questo tempo di distanziamento e di restrizioni varie è cresciuta l’esigenza di contatti più diretti e frequenti. Ho spesso indicato come prioritario l’obiettivo della formazione di reti di scambio, di vicinanza reciproca e di comunione, non solo tra presbiteri, ma tra famiglie, comunità e singoli fedeli. I tempi che stiamo vivendo non possono che portarmi, come Vescovo, a spendermi ancora di più in questo ambito».
Quali principali progetti vorrebbe vedere realizzati a favore della popolazione ticinese nel corso del 2021?
«Molto concretamente, in questo momento, mi sembra che il progetto più importante sia quello di impegnarci insieme al superamento di una crisi sanitaria che sta pesando soprattutto sulle componenti più fragili ed esposte della popolazione. Mi auguro che la campagna di vaccinazione possa avanzare nei tempi previsti e possa portare le persone a non sentirsi così oppresse dal senso di precarietà e di incertezza. Non bisogna dimenticare che l’essere umano può aprire spazi di generosità soltanto quando non è soffocato dall’angoscia della mancanza di una prospettiva praticabile a cui poter contribuire».
Infine, quali novità e iniziative si annunciano per i prossimi mesi nell’organizzazione della Diocesi di Lugano?
«Mi sembra irrealistico proporre per questo anno grandi novità. Ho indicato nella mia ultima lettera pastorale, intitolata Ripartire dal cuore, alcuni elementi che spero possano aiutare a vivere nella pazienza e nella fiducia questo tempo tribolato. Sono partite – per il momento online – alcune iniziative di formazione per laici che si orientano ad assumere compiti di servizio nella Chiesa. Si cerca in ogni ambito di tenere accesa la fiamma, in attesa di poter riprendere una dinamica di incontri e di manifestazioni in presenza. Questa è e sarà la novità permanente del nostro essere Chiesa, ossia ekklesia, che significa convocazione: il miracolo sempre inedito di uomini e donne, convocati dalla Parola e animati dallo Spirito di Cristo, in cammino verso il Regno».