La Loggia massonica femminile di Lugano, «Il Cammino di Vita», in occasione del suo trentesimo anno di fondazione ha deciso di impostare tutti i lavori in su un tema particolarmente sentito e universalmente condiviso dai membri dell’alleanza massonica: il tema della verità, parola-concetto altisonante, indissolubilmente radicata nelle coscienze, a volte inflazionata e talora bistrattata. La ricerca della verità presupponendo un lavoro di analisi approfondita, coinvolge in ogni caso spirito e mente. Gli incontri si sono aperti con una conferenza tesa ad analizzare la vicenda di Caino e Abele con il fine di stabilire l’attendibilità dell’episodio biblico e se, tra le righe dello stesso, fosse nascosta una verità stravolta dalla narrazione. Successivamente è andata a processo la fiaba di Cappuccetto rosso. Un tema che, anche questa volta sorprendentemente, ha consentito di viaggiare nel passato attraverso il tempo scoprendo quanto distante dal racconto si collochi la realtà obiettiva del suo substrato. Di entrambe le conferenze è stato incaricato l’avvocato veneziano Domenico Carponi Schittar appassionato studioso di antropologia culturale che nel 1984 e nel 1988, aveva organizzato due processi simulati (a Caino e al lupo) promuovendo una ricerca interdisciplinare alla cui conclusione i due personaggi furono assolti.
Lei ha sostenuto nel corso della sua lunga attività professionale numerose battaglie e polemiche nei confronti del sistema giudiziario italiano. Quali vittorie (e, se ci sono state, quali sconfitte) ricorda maggiormente?
«Sono stato occupato per più di quindici anni, facendomi numerosi nemici nel mondo giudiziario, nella difesa di un alto ufficiale dei carabinieri nel processo per un attentato terrorista che costò la vita ad alcuni di loro. L’ufficiale era accusato di avere falsificato prove per far condannare degli innocenti. La mia più amara sconfitta fu la condanna del mio difeso a dodici di reclusione. La mia più bella vittoria fu di sentirlo poi completamente assolvere nel giudizio di appello».
Nei suoi scritti si è spesso soffermato sui problemi dell’ascolto del bambino in sede civile e penale. Quale ruolo giocano in quest’ambito gli aspetti psicologici?
«La psicologia in questo caso è tutto. Chi la ignora danneggia quell’ascolto. Ma lo danneggia anche, in buona fede, lo psicologo esperto ma non competente specificamente in fatto di percorsi del pensiero del bambino e di approccio allo stesso per giungere alla sua conoscenza senza influenzarla. Oggi, in Italia, le più attendibili linee guida per l’ascolto del bambino (adottate anche in sede giudiziaria), vanno sotto il nome di «Carta di Noto», documento che ebbi l’onore di contribuire a redigere. Si tratta di una serie di regole (scaturite dalla collaborazione di giuristi, psicologi e psichiatri) suggerenti quello che si ritiene oggi il metodo più appropriato per interrogare il bambino senza forzarlo, influenzarlo, suggerirgli quello che l’esaminatore si attende da lui».
Lei è da lungo tempo impegnato nella lotta alla pedofilia. In base alla sua esperienza quali consigli darebbe in materia al legislatore?
«Posso trarre un suggerimento da una recente esperienza di un mio difeso tenuto sotto processo, in vari gradi, per ben dodici anni e poi assolto sulla base di prove disponibili fin dal primo giorno. Per evitare situazioni simili gioverebbe rendere cogenti le norme già esistenti che condizionano l’inizio e la protrazione della azione penale».
Quali aspetti apprezza in particolar modo del sistema giudizio svizzero?
«Non ho sufficiente esperienza per rispondere. Posso dire di apprezzarne la attendibilità, quanto a terzietà e fairness dei giudici svizzeri».
La sua iniziativa dedicata a una rilettura della fiaba di Cappuccetto Rosso ebbe un grande successo anche mediatico. È ancora convinto dell’innocenza del lupo?
«I miei interessi in materia di antropologia culturale mi hanno portato a cercare di stabilire cosa stia sovente alle spalle delle apparenze. E in tale ambito che negli anni ‘8o avviai, a mezzo di simulazioni processuali, ricerche interdisciplinari sulle vicende di Caino e del Lupo delle fiabe. Ricerche che portarono a concludere che Caino non uccise con intento omicida e che il lupo era in origine un essere positivo agente proficuamente per la sua società. Le radici della fiaba di Cappuccetto rosso sono antiche. Gli elementi che la caratterizzano (la Grande Madre, la capanna nel bosco, il bosco di querce, il cappuccio, il suo colore rosso, la paura, l’ingoiamento, l’utilizzazione della pelle del lupo) consentono tutti di risalire a riti primitivi di iniziazione giovanile e addirittura a riti di passaggio attraverso l’Aldilà favoriti da un animale-guida. Il lupo è stato dunque una delle innumerevoli vittime dei mutamenti sociali. Da essere propiziatorio del mondo dei cacciatori (lo provano ancora oggi detti millenari quali “in bocca al lupo “) fu trasformato in simbolo del male dal mondo degli agricoltori (che elessero a essere propiziatorio quel serpente che è invece negativo per il mondo dei pastori). Quella trasformazione lo collocò nella sfera dei cattivi, ma tuttavia non riuscì a cancellare i suoi veri meriti…quelli che ebbi la soddisfazione di far emergere nel processo facendolo assolvere».