Lei è un’imprenditrice e filantropa molto nota. Che peso ha avuto la sua famiglia nella sua scelta di diventare mecenate? C’è una persona in particolare che l’ha ispirata?
«Un peso enorme. La mia famiglia ha sempre creduto nella filantropia. Già mio nonno Elio Bracco, che fondò la nostra azienda nel 1927, portava nel suo codice genetico di uomo, di cittadino e di imprenditore, un fortissimo senso di responsabilità sociale, che ha trasmesso con passione ai suoi familiari. Nato a Neresine, nell’isola di Lussino, oggi appartenente alla Croazia, nonno Elio si è sempre occupato dei suoi conterranei, profughi italiani dalla Venezia Giulia, dall’Istria e dalla Dalmazia. Mio padre Fulvio Bracco, poi, è stato un pioniere nel campo di quella che oggi si chiama responsabilità sociale d’impresa, a cominciare dalle borse di studio intitolate a sua madre che sono un po’ le “antenate” dei nostri progetti per i giovani. Per questo come Bracco abbiamo sempre sviluppato iniziative filantropiche e io personalmente ho avuto l’onore di essere stata la prima presidente di Sodalitas, la fondazione che ha introdotto la CSR in Italia e che rappresenta un ponte tra le aziende e il mondo del no profit in Italia».
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Con la musica ho da sempre un legame davvero fortissimo. Nella mia famiglia la musica è sempre stata “di casa”, la frequentazione della Scala un’abitudine sin dalla mia giovinezza: ricordo ancora con profonda emozione le serate all’Opera con i miei genitori e le mie sorelle. Sin da giovane ho capito che la musica, in virtù del suo valore culturale e sociale, ha una valenza etica ed educativa incredibile, e che più impari ad ascoltarla più la ami. Il gusto si affina e si educa con l’ascolto e la consuetudine. Per questo occorre offrire ai giovani le chiavi per poter conoscere e apprezzare la musica, e l’arte in generale. Questa passione familiare si è tradotta nelle tante iniziative in campo musicale di Bracco prima e ora di Fondazione Bracco: dal sostegno ai primi concerti sinfonici e da camera alle pubblicazioni dedicate agli interpreti, dalle borse di studio per giovani musicisti alle tante serate d’opera, dalle mostre, tra cui mi è molto cara quella dedicata nel 2001 a Giuseppe Verdi nel centenario della morte, fino alle grandi tournée della Filarmonica della Scala in Canada e Stati Uniti nel 2007, in Asia nel 2008 e il concerto all’Expo 2010 di Shanghai. Dal 2011 la Fondazione Bracco ha poi stretto un legame speciale con l’Accademia della Scala che rappresenta oggi un unicum nel panorama dell’alta formazione in Europa.
L’ultima iniziativa dedicata alla musica, “I cantieri del suono”, è di altissimo valore culturale e scientifico: abbiamo affiancato il Comune di Cremona e il Museo del Violino nel restauro del Piccolo violino 1793 di Lorenzo Storioni. Una vera alleanza di partner pubblici e privati, ognuno portatore di competenze specifiche: dall’acquisto dello strumento alla interessantissima campagna diagnostica non invasiva, ad opera del Laboratorio Arvedi dell’Università di Pavia per lo studio dei materiali e delle caratteristiche tecniche costruttive del violino. Oggi questo pezzo unico, grazie all’intervento di Fondazione Bracco, è entrato a pieno titolo nelle collezioni custodite da questo splendido Museo del Violino e nella memoria collettiva».
Che cosa l’ha spinta a istituire la Fondazione Bracco? C’è stato un evento particolare?
«La nascita, nel 2010, di Fondazione Bracco, ha coronato l’impegno filantropico della famiglia e del Gruppo. Era da tempo che pensavo di dare vita a uno strumento per tramandare i nostri valori alle future generazioni di dipendenti e non solo.
Scienza, cultura e società sono i tre macro-ambiti di cui si occupa la Fondazione, combinando saperi, discipline, prospettive. Fondazione Bracco, dalla connotazione fortemente internazionale, si propone di formare e diffondere espressioni della cultura, della scienza e dell’arte quali mezzi per il miglioramento della qualità della vita e della coesione sociale. In questo contesto, promuove la valorizzazione del patrimonio culturale, storico e artistico nazionale, sviluppa la sensibilità ambientale, sostiene la ricerca scientifica e la tutela della salute, favorisce l’educazione, l’istruzione e la formazione professionale dei giovani, sviluppa iniziative di carattere assistenziale e solidale per contribuire al benessere della collettività».
Lei è una fautrice della filantropia strategica, come vive Fondazione Bracco questa sfida?
«Abbiamo concepito fin dall’inizio la nostra Fondazione, come un partner progettuale di enti e istituzioni per realizzare insieme iniziative su temi di interesse comune. Non siamo e non abbiamo mai voluto essere un ente di mera erogazione.
Da un punto di vista “metodologico”, oggi è essenziale dotarsi di strumenti gestionali atti a prevedere la valutazione dei risultati di performance e impatto dei progetti, calibrando le risorse in modo più accurato e costante nel tempo. In una parola, abbiamo bisogno di passare a una filantropia più “strategica”. La filantropia strategica non è ancora una pratica diffusa, ma è fondamentale per gestire la crescente complessità del mondo. Una filantropia guidata da una “visione del giorno per giorno”, e non dal concetto di sostenibilità futura, rischia di essere inefficace e di avere impatti sulla realtà sociale inadeguati rispetto alle risorse investite. A tale riguardo, di recente Fondazione Bracco e Fondazione Sodalitas, in collaborazione con Percorsi di secondo welfare, hanno pubblicato una ricerca che ha mappato le fondazioni di impresa presenti in Italia scattando la fotografia aggiornata di un comparto assai dinamico che svolge un ruolo nel sociale sempre più importante a supporto dell’intervento pubblico. L’ultima rilevazione realizzata in Italia sul mondo delle corporate foundation risaliva al 2009, e da allora molto è cambiato: in questi dieci anni le fondazioni d’impresa sono cresciute per numero, centralità nella strategia dell’impresa fondatrice, consapevolezza del loro ruolo, capacità innovativa, efficacia nel contribuire in modo diffuso alla qualità della vita delle persone e al benessere delle comunità. A fronte di un inevitabile ridimensionamento del welfare pubblico, infatti, le fondazioni private hanno saputo diventare un attore importante del cosiddetto secondo welfare, in pratica, tutte quelle politiche sociali sviluppate con il contributo dei privati».
Il mecenatismo di domani sosterrà ancora singoli progetti oppure affronterà tematiche in modo strutturale e avvierà partnership collaborative in una logica di sistema che coinvolga tutti gli stakeholder verso la sostenibilità nel lungo periodo?
«Mai come oggi, il “fare rete” è l’unica possibilità per mettersi davvero al servizio degli altri, in modo lungimirante e imprenditorialmente sostenibile. Non esiste governo, università, organizzazione non profit, fondazione, impresa che possa risolvere individualmente i problemi sempre più eterogenei e improrogabili che gravano sulla società. Se è vero che l’unità fa la forza, occorre che tutti gli attori – pubblico e privato, accademia e industria, for profit e non profit – mettano in comune i propri strumenti e le proprie competenze per sperimentare e identificare soluzioni solide, che durino nel tempo e possano essere di ispirazione ed aiuto per altri, in modo da moltiplicare gli impatti. Per questo motivo, uno degli obiettivi più importanti del sistema filantropico – di cui si discute anche in ambito di Unione Europea – è concentrarsi su uno sforzo comune e facilitare alleanze di dimensione strategica. Esistono troppe piccole fondazioni che spesso si ritrovano a non conseguire gli obiettivi perché viene a mancare una seria pianificazione che intacca ovviamente anche l’ambito economico, compromettendo l’indispensabile continuità di mezzi e risorse per riuscire ad andare avanti. L’approccio strategico permette di dialogare in un sistema sempre più integrato, anche con partenariati pubblico-privato di più ampie dimensioni».
Che cosa si aspetta dalle istituzioni musicali che finanzia da anni?
«La sintonia con la mission dell’Accademia, che trasmette il sapere di generazione in generazione, è sempre più forte. Questo è un esempio di filantropia strategica e svolta in maniera sistematica. Ogni anno gli allievi della Scala vivono la straordinaria opportunità di sperimentare sul palcoscenico più prestigioso del mondo le competenze acquisite, guidati da professionisti che li accompagnano in un’attività che non è solo formativa, ma anche produttiva, un’attività alla cui realizzazione contribuiscono le sempre più frequenti collaborazioni con autorevoli Enti, in Italia e all’estero. Con loro abbiamo già ideato e realizzato molte iniziative, tra cui mostre con scenografi, fotografi di scena e sarti teatrali, concerti con l’Orchestra e con i solisti dell’Accademia di canto in Italia e all’estero e un’attività di formazione sui principi di un’alimentazione sana e completa realizzata insieme al CDI e rivolto agli allievi della Scuola di Ballo.
Nel futuro continueremo a sostenere Accademia, nelle sue diverse e variegate accezioni declinate su musica, danza, palcoscenico, in un progetto pluriennale ad ampio spettro, a Milano, in Italia e nel mondo. Questa scelta di investire sulle nuove generazioni in un’istituzione d’eccellenza come l’Accademia è parte integrante del nostro impegno a favore dei giovani. Un impegno racchiuso nel nostro ProgettoDiventerò, un’iniziativa pluriennale lanciata ormai 3 anni fa con l’obiettivo di accompagnare i ragazzi nel loro percorso professionale e offrire ai giovani talenti concrete opportunità di formazione e lavoro attraverso un articolato programma di stage e borse di studio».
Parliamo di diritti di fondatori e mecenati: in Svizzera ferve la discussione su quanto influsso il fondatore possa e debba esercitare sulla fondazione da lui istituita. Lei cosa ne pensa?
«Non mi stupisce, visto che la Svizzera, d’altronde, è il Paese benchmark per il mondo delle fondazioni: più di 13mila fondazioni raggruppano valori patrimoniali per quasi 100 miliardi di franchi, dei quali ogni anno vengono distribuiti 2 miliardi di franchi (CEPS Basilea). Il 30% delle fondazioni indica la cultura e l’arte tra gli ambiti di attività. Mi sembra che in Svizzera, ma un po’ dovunque, si stiano manifestando alcune nuove tendenze del mecenatismo contemporaneo: si parla sempre più di partenariati, di lavorare insieme, non più di mera erogazione di denaro; e nelle Fondazioni si cerca di acquisire competenze affinché i progetti filantropici generino valore non solo per i beneficiari, ma anche per la comunità. Per ciò che riguarda i diritti dei fondatori, certamente gli Stati possono fare molto, come l’esperienza degli Stati Uniti insegna. Ma i diritti non sono tutto: sono convinta che la generosità renda felici».