Quali sono state le principali tappe che l’hanno avvicinato alla politica e al PPD e quali sono le motivazioni ideali di questa vocazione?

«Penso sia un mix di elementi già presenti nella mia fortunata gioventù a Mendrisio. I nonni proprietari di una locale osteria, luogo di riunioni politiche, di feste, di infinite discussioni giocando a bocce e a carte. Da bambino ho trascorso molte ore lungo il viale delle bocce e da subito mi sono sentito coinvolto nella comunità. Mio papà, che un brutto male ci ha portato via troppo presto, lavorava per l’Ufficio tecnico comunale e in casa spesso, anche con la mamma docente, discutevamo di tematiche d’interesse locale. Successivamente per tutta l’infanzia e adolescenza sono stato attivo in varie associazioni del Borgo, vivendo le locali tradizioni e manifestazioni che letteralmente scandivano il ritmo dell’anno, generando aggregazione sociale. Inconsciamente ho arato un terreno fertile che mi ha portato non appena maggiorenne a mettermi a disposizione per il Consiglio comunale e da lì è partito tanto. Dico tanto, non tutto. Successivamente infatti sono arrivati gli studi in scienze politiche e sociali a Berna. Poi arrivarono anni di sorprese. Giovanissimo sono divenuto collaboratore personale dell’allora Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini. Un’esperienza eccezionale nella Direzione del Dipartimento delle istituzioni. Un primo vero lavoro molto intenso e arricchente. Quindi nel 2007 l’allora neo Presidente del PPD ticinese Giovanni Jelmini mi diede enorme fiducia chiedendomi di assumere la direzione del Segretariato del Partito cantonale e la direzione del settimanale Popolo e Libertà. Sei anni di gestione di una struttura complessa, lavorando intensamente dietro le quinte della politica cantonale e nazionale. Poi nel 2011 è arrivata inaspettatamente l’occasione di lanciarmi al fronte. La candidatura al Consiglio Nazionale, l’elezione “tribolata” con il sorteggio e nel 2015 la conferma per un secondo mandato con un risultato personale che ancora oggi mi dà energia. Mi sento parte di una comunità, i meccanismi istituzionali mi stimolano e ho piacere nel, come dicono i tedeschi, “gestalten”, nel dare forma a progetti e soluzioni. Amo la Svizzera!».

Lei è molto legato, per gli studi e le molteplici attività politiche, sociali e culturali svolte, a Mendrisio. Quale ritiene possa essere il ruolo di questa città nell’assetto territoriale del Cantone?

«Premessa: non dimentichiamo mai che il Ticino ha “soli” 350.000 abitanti. Una micro-realtà nel contesto globale. Siamo tuttavia in una posizione geografica strategica che ha vissuto uno sviluppo incredibile negli ultimi 60 anni e ha potenzialità per evolvere ulteriormente. In questo contesto mi piace pensare a una Mendrisio capace di consolidare una propria identità, parte integrante di un Ticino composto da vari agglomerati complementari tra loro. In questo contesto Mendrisio ha numerose carte da giocare. Una cittadina diffusa con vocazione residenziale, un forte senso di comunità e tradizioni secolari (nel 2019 le Processioni storiche diverranno Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO). Un polo formativo nell’arte e nella scienza del costruire con l’Accademia di architettura e la SUPSI. Secondo motore economico del Cantone grazie a una zona industriale con aziende inserite in catene di valore internazionale. E infine, come mi fanno notare spesso i colleghi d’oltralpe, è sufficiente uscire dall’autostrada e salire in direzione Monte Generoso o Monte San Giorgio per sfatare i cliché e scoprire un Mendrisiotto territorio ricco di natura, storia e prodotti locali. Non per nulla Mendrisio è il Comune con la superficie vitivinicola più estesa del Ticino».


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