Può raccontarci i tratti salienti della sua vita professionale?
«La mia vita professionale è stata molto densa e impegnativa, ma anche molto fortunata. Da studente dell’ultimo anno di medicina lavoravo come aiutante in sala operatoria in ortopedia, dal grande Ernesto Zerbi, l’unico che allora aveva il coraggio di operare al ginocchio anche le ballerine della Scala. Fu lui a presentarmi Umberto Veronesi e in quella primavera del 1973 cominciò tra noi due un sodalizio che si e’ interrotto solo con la sua morte, due anni fa. Certo ho lavorato per anni almeno 12 ore al giorno e fatto ben poche vacanze, ma, a fianco suo, ho come avuto tre vite: sono stato chirurgo e sono andato in pensione con un registro di oltre 4000 interventi di tumore al seno eseguiti personalmente; sono stato educatore (questo lo sono ancora) come direttore e poi segretario generale della Scuola Europea di Oncologia, che insieme fondammo nel 1982 grazie a un lascito permanente della famiglia Necchi Campiglio di Pavia e Milano; sono stato organizzatore e un po’ politico perché fui in prima linea nel programma Europa contro il Cancro che l’Unione Europea lanciò nel 1985 su proposta del Presidente francese Mitterand che si era ammalato di tumore alla prostata. Se oggi su ogni pacchetto di sigarette compare la scritta “il fumo uccide” è grazie all’azione capillare di convincimento che Veronesi e Tubiana (il grande oncologo francese) fecero su ogni capo di Stato e di governo. Non dimenticherò mai l’emozione di stringere la mano al Cancelliere Helmut Kohl, di ricevere una tazza di the personalmente da Margaret Thatcher, di camminare nei corridoi del Palazzo della Moncada a Madrid seguendo Felipe Gonzales. La grande fortuna è stata proprio quella di vedere anno dopo anno gli intrecci profondi fra la ricerca scientifica (ho studiato a lungo negli Stati Uniti le possibilità di prevenire il cancro), la cura dei malati (ricordo ancora nomi e volti di centinaia di pazienti, ognuna con la sua storia), e la necessità di insistere per cambiare la realtà’, migliorando ogni aspetto della nostra vita. Il mio libro sacro è sempre stato l’Odissea, il mio modello l’Ulisse di Dante: “fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”».
Da chirurgo a filantropo: come mai sostiene il “Corriere degli Italiani” e quali sono le principali caratteristiche di questo giornale?
«Vidi per la prima volta una copia del “Corriere degli Italiani” nella sala d’aspetto del Consolato a Lugano. Mi incuriosì molto soprattutto quando mi resi conto che veniva stampato a Zurigo da quasi 50 anni. Mi abbonai subito e telefonai alla redazione. Il “Corriere” era allora poco conosciuto in Ticino e aveva i suoi abbonati soprattutto in Svizzera interna, tra gli immigrati di prima e seconda generazione che lo hanno sempre sostenuto e atteso ogni settimana. L’origine del giornale è religiosa e anche oggi esso mantiene un legame con il mondo cattolico, ma in totale libertò, tanto che anche un agnostico come me ci si trova benissimo. Il suo illuminato presidente, Franco Narducci, in passato rappresentante della emigrazione italiana in Svizzera al Parlamento di Roma, garantisce a tutti la più assoluta libertà’ di espressione».
La lingua italiana in Svizzera: che contributo può dare il “Corriere degli italiani”?
«Il “Corriere” ha dato per decenni un grande contributo alla presenza della lingua italiana in Svizzera e ora che si avvicina a compiere 60 anni ci rendiamo conto di quanto il suo potenziale sia addirittura cresciuto, tanto che stiamo lentamente modificando il suo nome in “Corriere dell’italianità”. Tra i nostri lettori e abbonati ci sono infatti tanti svizzeri che amano non solo la nostra lingua, ma la nostra arte, la nostra cucina, i nostri paesaggi e persino le nostre Ferrari e Maserati! Personalmente ho avuto la fortuna di essere chiamato in Ticino dal suo più grande oncologo, il prof. Franco Cavalli, quindi non posso considerarmi un emigrante in senso stretto, ma dovendomi recare frequentemente a riunioni mediche a Zurigo e a Losanna ho realizzato molto presto lo spessore della barriera linguistica e ho cominciato a sentire un affetto e una passione nuove per l’italiano. Ho dato il mio modesto contributo anche alla battaglia importante, fortunatamente vinta, per la libertà di movimento da un Cantone all’altro in ambito sanitario. Fino a pochi anni fa le Casse Malati non rimborsavano quasi mai le cure ricevute in un Cantone diverso da quello di residenza, ma oggi accettano costruttivamente che anche la comunicazione fa parte della cura: non dimenticherò’ mai una cameriera emigrata a Laupen che venne a farsi operare da noi a Lugano appena la legge lo consentì: «dopo tanti anni che lavoro qui sò abbastanza tedesco per servire i miei clienti al ristorante» mi disse «ma ora che ho un tumore al seno ho bisogno di sentire nella mia lingua che cosa devo fare e come mi devo curare».
Parliamo di un altro progetto che le sta a cuore, l’Associazione Gomitolorosa, di che cosa si tratta?
«Gomitolorosa è figlio delle mie origini piemontesi. Sono nato a Biella, la città della lana da secoli. Nessuno in Italia ha mai saputo lavare, filare, tingere, gomitolare la lana come noi biellesi e i nostri marchi, Zegna, Loro Piana, Lana Gatto, Fila, sono lì a dimostrarlo. Da poco ha riaperto anche il Cappellificio Biellese, storica fabbrica che trasforma la lana in feltro e produce eleganti copricapi, e continua la sua opera il Feltrificio Biellese che produce una grande varietà di oggetti utilissimi. Nella primavera del 2012 fui invitato a tenere una conferenza a un circolo Rotary e uscendo dopo cena vidi dei falò sulle montagne e chiesi di cosa si trattasse. Mi spiegarono tristemente che erano roghi clandestini di lana, accesi dai pastori disperati perché nessuno più’ la ritira, neppure gratuitamente. Il circolo è davvero vizioso: la richiesta di carne ovina è in aumento (anche perché è aumentata l’immigrazione musulmana) e le pecore non possono non essere tosate perché d’estate soffocherebbero dal caldo; ma la lana nostrana, autoctona, non ha più mercato perché battuta dalla spietata concorrenza dei filati cinesi e turchi che di pura lana hanno ben poco e quindi costano molto meno. Mi sono così ricordato che diverse mie pazienti mi spiegavano quanto il lavoro a maglia le avesse aiutate a vincere l’ansia e persino a ritornare a muovere bene le braccia dopo l’intervento. Nacque quindi l’idea della “lanaterapia” e con essa l’associazione Gomitolorosa (www.gomitolorosa.org): con un gruppo di amici non solo biellesi e con il sostegno di Banca Sella abbiamo cominciato a raccogliere fondi per salvare la lana dal fuoco e grazie al programma di responsabilità sociale del Lanificio Piacenza, possiamo trasformarla in gomitoli di 13 colori diversi e spedirla negli ospedali dove vi è domanda di lanaterapia. La cosa bella è che poi ci troviamo con decine e decine di coperte, sciarpe, cappelli, che possiamo in seguito donare a chi ha bisogno. Un esempio di cosiddetta “economia circolare”, di cui sono oggi molto orgoglioso e che spero di poter presto estendere ad altre regioni che soffrono per lo stesso problema, come la Sardegna, l’Abruzzo e la Puglia».
Nello specifico, quali iniziative avete in corso?
«Le iniziative di maggior interesse sono al momento due: la prima è una ricerca che stiamo finanziando presso l’Università di Reading, in Inghilterra, per misurare con speciali elettroencefalogrammi l’impatto del lavoro a maglia sulla mente. Vediamo risultati stupefacenti, simili a quelli che si ottengono con lo yoga e la meditazione. Solo che in più ci troviamo con un bel maglione! La seconda iniziativa si chiama EWE, che in inglese vuol dire appunto pecora femmina (ram è il maschio, lamb l’agnellino), ma che per noi è il perfetto acronimo di European Wool Exchange, cioè della rete di collaborazione che stiamo costruendo con associazioni simili in Inghilterra, Spagna, Croazia, Slovenia, Grecia e Cipro. Il nostro sogno è quello di trasformare la lana da rifiuto speciale quale è oggi in risorsa di nuovo preziosa, nell’edilizia come isolante, in agricoltura come fertilizzante, in ecologia con le grandi spugne che assorbono il petrolio dalla superficie del mare, e naturalmente con la nostra lanaterapia che aiuta ogni giorno centinaia di donne a superare momenti difficili nella loro malattia».
Che cosa ne pensa del mecenatismo oggi e che ruolo dovrebbero avere i mecenati per la società civile?
«Senza mecenati non avrei potuto fare neppure un terzo di quanto ho realizzato nella vita! La nostra Scuola di Oncologia non esisterebbe senza il lascito della famiglia Necchi Campiglio, i laboratori di ricerca sul cancro in Italia non sarebbero al terzo posto nel mondo se non ci fossero le donazioni di ogni provenienza che raggiungono ormai quasi 80 milioni di euro ogni anno (74 nel 2017), senza le donazioni al mio piccolo Gomitolorosa avremmo tante tonnellate di lana bruciate in piu’. La Svizzera e il Liechtestein hanno un numero stupefacente di Fondazioni e anche il nostro Ticino si difende molto bene. Non ci rendiamo neppure conto di quanta arte, quanta cultura e quanto sport in meno avremmo se non ci fossero migliaia di donatori che arrivano dove lo Stato non puo’ o non sa arrivare. Mi sono sembrate un po’ patetiche le polemiche di questi giorni sui mecenati che hanno donato milioni per restaurare al piu’ presto la basilica di Notre Dame a Parigi. Gocce nel mare davanti alla poverta’? Atti di narcisismo e di vanagloria? Non tocca a noi giudicare, credo, però, che sia assai difficile sostenere che sarebbe meglio che quel denaro restasse nei caveaux di qualche banca nostrana o esotica!».
Che cosa fa di un grande chirurgo un grande filantropo?
«Non penso di essere stato un grande chirurgo (se non forse per essere stato tra i primissimi a sviluppare una tecnica che consente di operare tutto il seno salvando però areola e capezzolo) e non ho certo i mezzi per essere un grande filantropo. Ma sono certo di aver dedicato la mia vita alla medicina e alla chirurgia con inesauribile passione e dedizione, cosiì come sono sicuro che ogni atto di generosità genera dell’energia positiva che prima o poi ritorna e aiuta a vivere. Ad ogni riunione annuale il mio maestro Veronesi ripeteva «non ostinatevi a voler curare il tumore al seno se non amate le donne, il loro ruolo nella società, la bellezza e l’armonia dei loro corpi. Fate d’altro! Esistono tante altre specializzazioni in medicina!». E oggi io posso dire ai miei allievi non ostinatevi a fare i medici se non siete anche un po’ filantropi. Il medico aiuta l’individuo malato, il filantropo aiuta la società che ha problemi, perché ha la coscienza del grande mistero dell’ingiustizia del pianeta. Che merito abbiamo infatti ad essere nati a Lugano o a Milano invece che in un villaggio sperduto del Bangladesh o dell’Etiopia? Nessuna colpa, certo, ma anche nessun merito, e di questa semplice verità non dovremmo dimenticarci mai».