Come nasce la sua scelta di impegnarsi nella lotta al Covid19?
«Sono un medico e quando c’è un’emergenza, ci si deve mettere a disposizione degli altri. Inizialmente avevo accettato l’appello dell’Ordine dei medici, pensavo di finire in un ospedale, in prima linea ma il Ministero ci ha dirottati ai controlli aeroportuali. Poi un mio amico mi ha chiesto aiuto perché suo padre novantenne stava molto male, l’ho curato e guarito e da lì è iniziato un passaparola, che mi ha portato a curare nuovi pazienti, ogni giorno, andandoli a visitare di persona».
Come è possibile avere un contatto diretto con il paziente quando il medico si presenta tutto coperto da tute di bio-contenimento?
«L’esperienza che mi sono fatto curando oltre 700 persone mi ha confermato nell’idea che il paziente vada prima di tutto visitato: bisogna parlargli e dargli forza. Io visito a mani nude, perché l’utilizzo delle mani è fondamentale: do la mano al paziente quando arrivo in una casa, porto solo una doppia mascherina. Non mi sono mai contagiato, non sono immune, però tocco il paziente, lo visito, gli palpo i linfonodi, provo la grandezza della milza, del fegato. Poi spesso quando vado via, gli faccio una carezza e quando li ho guariti, li abbraccio e li stringo forte. Il paziente deve sentirsi assistito, deve capire che qualcuno si sta occupando di lui, altrimenti si sente abbandonato. Va in panico guardando in televisione il bollettino dei morti. Vi assicuro che entrare nelle case di quei pazienti che si sentono abbandonati e dargli una speranza aiuta già il processo di guarigione, perché si sentono rafforzati, hanno la voglia di provarci, non si lasciano più andare».
Perché le cure domiciliari possono costituire una valida alternativa alla ospedalizzazione dei pazienti?
«Le cure domiciliari sono fondamentali, soprattutto quelle precoci, perché la tempestività dell’intervento rappresenta una delle chiavi del buon esito della cura: bisogna intervenire immediatamente bloccando l’infiammazione, onde evitare che il virus sia facilitato a colonizzare altre cellule e tessuti che non ha ancora contagiato. Poi ogni paziente è diverso, bisogna parlare con lui, possibilmente visitarlo, raccogliere la sua anamnesi. Però ci sono alcuni elementi fondamenti della cura di cui tenere sempre conto: dare l’antinfiammatorio immediatamente, possibilmente già nella prima o seconda giornata (senza attendere il risultato del tampone!) e iniziare con una terapia che riduca la capacità del virus di replicarsi. Ci sono alcuni farmaci che funzionano: l’idrossiclorochina insieme all’azitromicina per esempio, l’ivermectina che è ancora più efficace, sempre insieme all’azitromicina, e anche alcuni integratori, come la vitamina D, presa ad alto dosaggio; soprattutto d’inverno, poiché prendiamo meno sole, ed è fondamentale: io do almeno 100.000 unità internazionali per 6 giorni, ovviamente insieme alla vitamina K2, perché altrimenti la vitamina D va nei tessuti molli e quindi potrebbe essere dannosa, anziché migliorare la situazione del paziente. La vitamina K2 però non va presa nello stesso pasto della vitamina D3, poiché le due sono antagoniste, quindi una a pranzo e una a cena, sempre con qualcosa di grasso».
Perché è fondamentale prevenire la “tempesta citochinica”?
«In alcune persone questa reazione si manifesta probabilmente perché hanno un gene particolare che ancora non abbiamo identificato e su cui il mondo scientifico sta indagando. In quei casi, la reazione immunitaria specifica, cioè la formazione di anticorpi anti Sars-Cov2, genera in realtà una risposta anomala ed eccessiva del sistema immunitario, per cui la malattia, che prima era una semplice, anche se pesante, malattia respiratoria virale, si trasforma in una malattia autoimmune. Sono gli stessi anticorpi che vanno a creare i danni, ovvero la formazione di microtrombi che portano il paziente in ospedale, intubato in terapia intensiva e spesso, purtroppo, anche alla morte».
Oltre al tempismo, quali altri sono i fattori da tenere in considerazione per una cura ottimale?
«Se noi li curiamo prima, hanno più possibilità di uscirne senza danni, perché i problemi sono anche quelli derivanti dal cosiddetto Covid di lunga durata o Long-Covid: ci sono molte persone che hanno danni a distanza di un anno. Io sto cercando di trattarli e ci sono anche dei centri specifici. Certo, non sono più in pericolo di vita, però rischiano anche conseguenze invalidanti».
In sintesi, quali consigli si sente di dare a chi avverte sintomi sospetti?
«Al primo sintomo prendete immediatamente un antinfiammatorio. Uno qualsiasi, quello che avete in casa: bloccare l’infiammazione è fondamentale, può fare la differenza. Il paracetamolo non è un antinfiammatorio e per di più abbassa i livelli di glutatione, quindi riduce la capacità antinfiammatoria dell’organismo. Subito dopo chiamate il vostro medico di medicina generale, e se non risponde o ha la segreteria telefonica che vi invita a “stare tranquilli in attesa, e richiamare solo se non riuscite a respirare”, allora scrivete a uno dei tanti comitati che si sono formati (come IppocrateOrg.org e TerapiadomiciliareCovid19.org) o inviate una richiesta d’aiuto via Whatsapp a Cristina, l’angelo volontaria che mi assiste, al +39 351 5407910. Ormai sono migliaia i medici che prestano cure domiciliari, lo fanno rubando il tempo al lavoro, alla famiglia e al sonno. Ma questo è il ruolo più autentico del Medico».
Perché le cure domiciliari continuano ad essere guardate con sospetto dal sistema sanitario nazionale italiano?
«E una domanda che mi auguro possa trovare un giorno, quando la pandemia sarà finita, una risposta chiara ed esauriente, senza ambiguità e reticenze. Ma ne dubito fortemente. Per ora mi limito ad osservare, che al di là dei protocolli, delle proposte di modifica, della Mozione che vincola il Governo ad approntare terapie domiciliari precoci, approvata con soli due voti contrari alla Camera dei Deputati, dei pronunciamenti dei Tribunali amministrativi e del Consiglio di Stato, è cresciuta nella gente la consapevolezza che le migliori pratiche messe in atto da un numero crescente di medici su tutto il territorio nazionale, rendono le terapie domiciliari precoci, di cui si parla per fortuna sempre di più, una risposta inconfutabilmente efficace nella lotta contro la pandemia».