I mercati hanno iniziato il 2022 in modo non certo positivo. Poi si è aggiunta la guerra Russia-Ucraina, un aumento delle tensioni internazionali e una crescente instabilità politica in alcuni Paesi europei. Qual è il quadro che si può delineare dopo aver superato la metà dell’anno e in previsione dei prossimi mesi?
«Dopo un 2021 caratterizzato da una forte crescita macroeconomica, un rallentamento della crescita a livello globale era attesa nella seconda metà del 2022. La guerra in Ucraina ha accentuato i problemi relativi al disequilibrio fra domanda offerta a livello di materie prime, portando ad un ulteriore aumento dei prezzi sia energetici che delle materie prime agricole, con un relativo aumento dell’inflazione.
I timori di recessione sono aumentati nel secondo trimestre, perché gli indicatori della crescita continuano a deteriorarsi. In effetti, non è facile fare una previsione poiché la lettura dei dati economici dopo la pandemia non corrisponde all’esperienza passata. Per esempio, gli Stati Uniti hanno riportato due trimestri consecutivi di crescita marginalmente negativa, quindi una recessione tecnica, ma il mercato del lavoro è quanto mai vivace, poiché il tasso di disoccupazione è allineato al livello minimo degli ultimi 50 anni. Nonostante ciò, i redditi reali (al netto quindi dell’inflazione) scendono a causa del forte aumento dei prezzi.
Questo calo del potere d’acquisto delle famiglie non si sta traducendo in una diminuzione dei consumi che, anzi, stanno ancora aumentando. Questo perché le famiglie riducono progressivamente il tasso di risparmio per compensare l’aumento del costo della vita.
Alla luce di questi sviluppi, abbiamo abbassato dal 20 al 10% le probabilità di uno scenario di stagflazione. Al tempo stesso, abbiamo alzato dal 30 al 40% le probabilità di uno scenario di contrazione della crescita economica globale.
Un rischio che potrebbe portare alla recessione è una riduzione della domanda in autunno per compensare le maggiori spese dei mesi passati. Ma leggere i dati economici oggi è più complesso, perché alcune correlazioni del passato non sembrano funzionare più, almeno nel breve termine. La capacità dell’economia di continuare a crescere dipende in modo importante dall’andamento dei consumi e dell’inflazione: l’autunno sarà il periodo critico per valutarne la tenuta».
Di fronte ad una rapida crescita dell’inflazione in varie aree del mondo come giudicate la strategia adottata dalle Banche Centrali in materia di tassi e quali ulteriori decisioni si possono attendere per il futuro?
«La sfida per le banche centrali è riuscire a calibrare i rialzi dei tassi per far scendere l’inflazione senza spingere l’economia verso una recessione. Infatti, ogni rialzo dei tassi rende più oneroso prendere denaro a prestito e incide quindi su settori che sono molto importanti per l’economia come, per esempio, quello immobiliare con il suo indotto, ma anche l’industria.
La Federal Reserve è stata tra le prime banche centrali ad aumentare i tassi di riferimento a marzo 2022, effettuando aumenti gradualmente più aggressivi, che si protrarranno con molta probabilità ad ogni riunione sino a raggiungere 3,33% a fine anno. Nonostante i più recenti dati sull’inflazione riflettano una timida discesa, la Fed attenderà ulteriori conferme sul calo dei prezzi prima di concludere il ciclo di rialzi dei tassi d’interesse.
La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha effettuato un rialzo dei tassi guida di 50 punti base il 16 giugno 2022, segnando il primo intervento restrittivo da 15 anni a questa parte, e che ha sottolineato la determinazione della BNS nella lotta all’inflazione. Ci aspettiamo che i tassi di riferimento raggiungeranno lo 0,50% a fine anno, lo 0,75% a partire da marzo 2023 mantenendosi però sotto l’1% nel corso del 2023.
Alla riunione del 21 luglio scorso la BCE ha alzato i tassi di riferimento di 50 pb. Si tratta solo del primo di una serie di aumenti atti a portare i tassi guida all’1% a fine anno, secondo le nostre previsioni. Altrettanto importante è l’accordo raggiunto all’unanimità da parte di tutti i membri del Consiglio Direttivo sul Transmission Protection Instrument (TPI), il nuovo strumento anti-frammentazione che dovrà garantire la trasmissione della politica monetaria in tutti i paesi dell’Eurozona. Si tratta di uno strumento importante per i paesi periferici, maggiormente vulnerabili agli aumenti dei costi di finanziamento. La politica della BCE, la tempistica e l’entità degli aumenti dipenderanno dagli sviluppi macroeconomici in Europa, soprattutto in relazione agli approvvigionamenti energetici».
La crisi delle fonti energetiche e il continuo innalzamento dei prezzi degli idrocarburi fossili resta un problema prioritario. Quali dinamiche prevedete in merito all’andamento dei
costi dell’energia?
«La domanda energetica dovrebbe rimanere robusta: i viaggi internazionali sono in aumento come pure la domanda dalla Cina, il più grande importatore di materie prime al modo, dovrebbe portare ad un recupero dell’attività economica nel 2H. Eppure, la capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC+ a livelli molto bassi, rende più difficoltoso supplire ad eventuali interruzioni energetiche. Prevediamo che i rischi dal lato dell’offerta nel settore energetico (e dell’agricoltura) permarranno sino a fine anno. Più avanti, l’offerta di materie prime dovrebbe rimanere limitata a causa di anni di sottoinvestimento e di persistenti rischi climatici e geopolitici. Inoltre, la transizione verde e l’attenzione della Cina alle infrastrutture come leva per stimolare l’economia, dovrebbe sostenere la domanda di metalli per anni a venire. In quanto tale, l’ampio ciclo delle materie prime dovrebbe rimanere resiliente, con potenziale di rapido aumento dei prezzi nei prossimi trimestri».
In base alle vostre valutazioni quali strategie d’investimento risultano più opportune da adottare in una fase come quella che stanno vivendo attualmente i mercati?
«Data la continua incertezza sulla direzione dell’economia e sulla politica della Fed, ribadiamo che a nostro avviso non è il momento di effettuare previsioni sulla direzione dei mercati ed è meglio mantenere un orientamento tattico. Costruendo subito, o anche gradualmente nei prossimi mesi, portafogli diversificati, gli investitori possono ridurre la volatilità a breve termine e posizionarsi per una performance nel lungo periodo. Raccomandiamo di costruire un portafoglio robusto e flessibile, in grado di ottenere buone performance in diversi scenari. Continuiamo a preferire i comparti azionari legati al valore, tra cui le azioni globali dell’energia e i titoli del Regno Unito. Riteniamo che gli investitori possano anche gestire la volatilità del portafoglio puntando su un’esposizione azionaria difensiva tramite i titoli della sanità globali o azioni di qualità che generano redditi.
Anche i rendimenti sui mercati obbligazionari sono aumentati molto quest’anno. I rendimenti dei titoli di Stato hanno quasi raggiunto i livelli massimi dal 2018. Ciò indica che le prospettive a lungo termine per le obbligazioni sono migliorate rispetto a quelle che hanno prevalso dalla crisi finanziaria.
In ambito valutario favoriamo il franco svizzero, che svolge appieno il ruolo di bene rifugio. Il franco sta beneficiando dell’aumento dei tassi di riferimento della BNS oltre che dei fondamentali macroeconomici molto solidi del Paese, con un tasso di inflazione molto inferiore a quello dell’Eurozona. La valuta meno preferita resta l’EUR, in quanto nonostante l’aumento dei tassi di riferimento della Banca Centrale Europea, questi ultimi sono ad un livello troppo basso per essere compensare i rischi relativi alla guerra in Ucraina».
In estrema sintesi possiamo analizzare le previsioni economiche a breve-medio termine per le principali aree geopolitiche del mondo?
«Le previsioni di crescita macroeconomica per il 2022 vedono una crescita globalmente positiva, sebbene in calo rispetto alle previsioni di inizio anno. L’inflazione si è rivelata più elevata e persistente rispetto alle attese, ed è stata ulteriormente esacerbata dal conflitto fra Russia e Ucraina, che è fonte di ulteriore inflazione tramite l’aumento dei prezzi delle materie prime, sia energetiche che alimentari. A fine 2022 il Pil reale nell’Eurozona è visto al 2.7%, rispetto al 3.4% della Gran Bretagna, al 2,4% della Svizzera, all’1.8% degli Stati Uniti e al 3% della Cina».