Parliamo di inflazione: a inizio febbraio la Federal Reserve e Banca Centrale Europea (BCE) hanno annunciato decisioni importanti e divergenti sui tassi d’interesse e hanno fornito indicazioni abbastanza diverse per i prossimi mesi.
La Federal Reserve ha alzato i tassi solo di un quarto di punto portandoli a un livello di 4,5–4,75% e ha usato toni più morbidi riguardo la futura direzione dei tassi. La BCE invece ha alzato i tassi di mezzo punto, anticipando che un simile rialzo potrebbe ripetersi a marzo e forse anche a maggio. Su queste basi il picco per la BCE potrebbe essere al 3,25% tuttavia il rischio di aumenti ulteriori, e magari esagerati, non è trascurabile per la zona euro.
I mercati hanno reagito positivamente a questi annunci: i rendimenti obbligazionari sono scesi sia negli Stati Uniti che in Europa, entrambi i mercati azionari sono saliti soprattutto i settori più esposti ai rialzi dei tassi come la tecnologia.
La reazione delle borse è spiegata dall’avvicinarsi del picco dei tassi d’interesse ma è stata anche amplificata da alcuni fattori tecnici: molti investitori infatti sono ancora poco presenti sulle azioni dopo la correzione dello scorso anno. Inoltre, gli algoritmi che guidano molti fondi, tesorerie e gestioni in gran parte hanno comprato in reazione alla diminuzione della volatilità che per la prima volta da oltre un anno è scesa leggermente al di sotto della media di lungo termine (prendendo come riferimento l’indice VIX).
Le dichiarazioni di della Presidente della BCE Christine Lagarde sono quindi state contestualizzate dai mercati. Da una parte, esse stesse influiscono sull’andamento della curva dei tassi d’interesse e quindi sui tassi a lungo termine. Dichiarazioni più accomodanti avrebbero diluito l’impatto delle attuali politiche monetarie restrittive e la banca centrale doveva quindi mantenere ufficialmente la propria linea.
Dall’altra, la riunione di marzo coinciderà con la presentazione delle nuove stime economiche della BCE che dovrebbero recepire l’inflazione più bassa e la discesa dei prezzi del gas. La speranza è che la BCE non segua un approccio dogmatico ma si basi invece sugli ultimi dati economici come la Federal Reserve, che proprio per questo ha coniato il termine “data dependant”.
Gli indicatori economici suggeriscono come i prezzi al consumo continuino a salire, ma a un ritmo più lento. L’inflazione del 2023 rimarrà elevata perché un dato medio che parte dal livello dello scorso anno, il dato sul quale concentrarsi è l’andamento mensile e, in particolare, il livello di uscita alla fine di quest’anno.
Su queste basi, l’inflazione è in decisa frenata, un trend che continuerà nei prossimi mesi anche per alcuni fattori tecnici, come la stessa costruzione dei panieri che quest’anno registreranno un maggior peso di materie prime energetiche proprio mentre il prezzo del gas sta scendendo.
Inoltre, i tassi d’interesse più elevati con un certo ritardo temporale frenano i settori ad alta intensità di capitale e leva finanziaria, tra i quali spiccano immobiliare e costruzioni. Tipicamente questo avviene 6-12 mesi dopo i primi rialzi dei tassi, quindi l’impatto dei rialzi già fatti deve ancora manifestarsi appieno a livello economico.
Negli Stati Uniti i recenti dati macroeconomici dipingono un’economia solida, e quindi con l’inflazione che sta scendendo più lentamente rispetto alle attese. I mercati iniziano ad incorporare la probabilità che la traiettoria di aumento dei tassi della Fed potrebbe essere più aggressiva rispetto alle attese, prezzando attualmente un picco dei tassi di riferimento del 5.2% rispetto al 4.8% all’inizio del mese di febbraio. È probabile che alla prossima riunione di marzo la Fed alzerà le previsioni di crescita come pure la traiettoria dei tassi di riferimento. Sebbene l’inflazione non stia scendendo tanto velocemente quanto atteso, vediamo un allentamento della pressione sui prezzi durante il corso dell’anno. Infatti, l’impatto derivante dall’aggressivo aumento dei tassi effettuato nel 2022 si ripercuoterà nell’economia reale nel corso del 2023, causando un rallentamento della crescita.
Tuttavia, il rischio di aumenti dei tassi esagerati in un contesto d’inflazione in discesa esiste e probabilmente è tra quelli più sotto osservazione da parte degli investitori: se un anno fa i mercati si preoccupavano dell’inflazione, oggi si preoccupano invece delle banche centrali.
In questo contesto continuiamo a preferire i titoli value, cioè società che producono buoni flussi di cassa e con valutazioni contenute. Inoltre, siamo positivi su settori come la farmaceutica, i beni di prima necessità e l’energia.
Sul mercato azionario americano rimaniamo cauti, mentre siamo positivi sui mercati emergenti che, oltre a offrire uno sconto del 40% rispetto all’indice globale, per oltre un terzo comprendono titoli cinesi (prendendo come riferimento l’indice MSCI EM).
Nel campo obbligazionario vediamo dei rendimenti interessanti, ma rimaniamo selettivi, preferendo i titoli di buona qualità, soprattutto i corporate investment grade. L’inasprimento degli standard di prestito e il rallentamento della crescita suggeriscono un rischio di default più elevato e, di conseguenza, riteniamo che il segmento high yield sia più vulnerabile.
Ci aspettiamo inoltre un rafforzamento delle materie prime a fronte di un clima economico meno negativo del previsto e della riapertura cinese che ne aumenterà la domanda.