Qual è stato l’effetto della Voluntary Disclosure sulla piazza finanziaria ticinese? Da quanto lei sa restano ancora dei clienti italiani con capitali non dichiarati?

«L’effetto per UBS in termini di patrimoni è stato in proporzione piuttosto contenuto ed ha coinvolto i clienti che non avevano approfittato degli ‘scudi fiscali’ precedenti, e penso questo possa valere anche per le altre banche della piazza ticinese. In effetti, la grande maggioranza ha confermato la scelta di mantenere i propri capitali dichiarati presso di noi, sia attraverso la nostra fiduciaria statica che con altre fiduciarie, o molto più semplicemente nella forma della cosiddetta contraenza diretta. Siamo estremamente soddisfatti dei risultati quantitativi e qualitativi raggiunti che sono stati il frutto di anni di lavoro di preparazione da parte dei nostri consulenti e dei nostri specialisti. Dal momento in cui il Consiglio federale aveva annunciato la ‘Weissgeldstrategie’ abbiamo affrontato apertamente le discussioni con i nostri clienti spiegando compiutamente quelle che sarebbero state le conseguenze ma soprattutto li abbiamo accompagnati verso un grande cambiamento culturale».

 

A volte si sentono voci che dicono che ci sia un afflusso di capitali dichiarati dall’Italia verso la Svizzera. A suo avviso questa voce corrisponde al vero?

«Non possiamo ancora parlare di un chiaro trend,  ma sono afflussi che trovano conferma nei numeri, grazie anche alla situazione molto difficile con la quale le banche italiane sono confrontate. Stiamo assistendo ad un cambio di tipologia di cliente, oggi alla ricerca di un partner bancario che li sappia supportare non solo per la gestione del proprio patrimonio coerentemente al profilo di rischio e agli obiettivi d’investimento, ma anche per scelte di pianificazione successoria e di ‘Family banking’. Non da ultimo siamo una meta privilegiata per piccoli e medi imprenditori italiani che hanno sempre più bisogno di accedere a piattaforme di consulenza globale, in grado anche di monitorare e controllare l’aspetto del rischio».

 

Il quadro normativo è cambiato radicalmente per la piazza finanziaria elvetica, con la “fine” del segreto bancario per i clienti esteri e la determinazione delle banche  ad avere relazioni solo con i clienti esteri che hanno regolarizzato la loro situazione fiscale. Come vede il futuro? La piazza finanziaria svizzera in generale, e quella ticinese in particolare, hanno le carte necessarie per restare competitive in questo nuovo contesto?

«Stiamo vivendo un cambiamento epocale, e tutta la piazza finanziaria svizzera è in piena transizione da un modello di business a un altro. Sono fiducioso, ma dovremo diventare sempre più competenti e performanti, e soprattutto far percepire alla clientela il valore aggiunto della gestione ‘svizzera’. Il nostro destino è quello di innovarci e diventare sempre migliori, solo così potremo affrontare la competizione globale. Serve un cambiamento di mentalità, dove immagine e reputazione sono requisiti imprescindibili. Ma dovremo anche saper rendere la piazza finanziaria maggiormente attrattiva per aziende e famiglie benestanti, così come rivedere l’imposizione fiscale sulle persone giuridiche e fisiche che oggi rende il Ticino poco attrattivo, non solo se confrontato a una tassazione più conveniente in piazze lontane, ma anche a livello svizzero. Infine, per la piazza ticinese, rimane fondamentale poter promuovere attivamente servizi e prodotti bancari al di fuori dei propri confini, in particolare garantire l’accesso al mercato italiano».

 

Qual è a suo avviso la strategia che la piazza finanziaria ticinese dovrebbe adottare per restare competitiva? Sarebbe pensabile la creazione di nuovi prodotti finanziari che tengano conto delle esigenze fiscali della clientela estera?

«Per continuare a garantire un settore bancario e finanziario qualificato a lungo termine è necessario mantenere una elevata professionalità e qualità della formazione del personale. Puntare su soluzioni e servizi bancari e finanziari qualitativamente superiori, come lo sono già ora nei confronti degli altri Paesi, e sapere cogliere le nuove opportunità informatiche nell’ambito della digitalizzazione su prodotti e processi».

 

A suo avviso la piazza ticinese riuscirà a preservare i livelli occupazionali attuali o è destinata ad una cura dimagrante?

«Ritengo si debba essere realisti, e molto difficilmente potremo rivedere i livelli occupazionali registrati nel passato. Come d’altronde per la Svizzera nel suo complesso, questa fase di consolidamento nel settore bancario è destinata a perdurare ancora un po’ di tempo. Si sono già registrate delle contrazioni per una parte delle attività bancarie, e se vogliamo garantire un futuro ai nostri giovani, occorre rendere la piazza più efficiente anche dal punto di vista della  redditività e soprattutto nella gestione dei costi. Poi si potrà lavorare con maggiore serenità e cominciare a ricostruire».

 

Si è molto parlato del tentativo di portare in Ticino società di commercio di materie prime e di trading. L’intenzione è sicuramente da incoraggiare, ma lei pensa che ci siano le condizioni per farlo? Oppure crede che il private banking resterà la vocazione fondamentale della piazza?

«Credo che il DNA della piazza finanziaria ticinese sia e rimanga quella del Private Banking e Wealth Management. Le attività di ‘commodity trading’ richiedono competenze specifiche e masse critiche che solamente Ginevra e Zurigo possono garantire, essendo una tipologia di business ad alti costi e rischi».

 

Il caso BSI ha avuto un grosso effetto mediatico. Lei crede che questa vicenda abbia influenzato la fiducia dei clienti esteri nella piazza ticinese?

«A prescindere dal caso BSI, ritengo che qualsiasi notizia negativa con conseguenze sull’immagine e sulla reputazione della piazza, non possa certamente giovare a lungo termine».

 

Ora parliamo un po’ di UBS in Ticino. L’istituto rappresenta una grande realtà nel cantone, e recentemente avete annunciato alcuni tagli di posti di lavoro. Avete l’intenzione di ridurre ulteriormente il personale?

«Come in altre aziende svizzere anche UBS controlla regolarmente tutte le unità operative in ambito di risorse, processi e strutture, e dove necessario apporta delle modifiche. Questo ci permette ad esempio di centralizzare determinate unità o Teams, alfine di ottenere economie di scala e masse critiche. È chiaro che queste decisioni non sono mai facili da prendere, ma ciò ci permette di lavorare con maggior efficienza e sinergie, e garantire così posti di lavoro nel lungo termine».

 

Quali sono i vostri progetti per il futuro in Ticino? Che ruolo ha la nostra regione nella strategia della banca?

«Da sempre UBS in Ticino rappresenta una fetta importante nel portafoglio di UBS Svizzera, grazie a una posizione di leader in tutte le unità operative di business su territorio ticinese. Vogliamo mantenere e dove possibile rafforzare la nostra quota di mercato, investire nella formazione in modo coordinato e strategico per dare la possibilità alle forze lavorative locali di proporsi sul mercato con un alto livello qualitativo. Credo che il ruolo di una grande banca sia proprio quello di supportare e favorire lo sviluppo di una piazza finanziaria connessa all’economia, e mettere così le proprie risorse e infrastrutture a disposizione degli attori economici locali».