Quando il 15 gennaio 2015 la Banca Nazionale Svizzera ha comunicato la decisione di non perseguire più l’obiettivo di tasso di cambio fra la moneta svizzera e quella europea (1 Euro = 1,20 CHF) introdotto il 6 settembre 2011, sono state molte le reazioni: dal profondo rosso del mercato borsistico svizzero con lo SMI Index calato da 9.198,20 (14 gennaio 2015) a 8.400,61 (15 gennaio 2015) fin ancora più giù a 7.899,59 punti (16 gennaio 2015) ad una molteplicità di previsioni nefaste, che hanno ridato linfa vitale alle argomentazioni catastrofiste di troppi economisti. Certamente: come ho avuto già all’epoca modo di scrivere, la BNS sarebbe forse potuta essere più accorta nel comunicare il proprio intento − magari introducendo temporaneamente un obiettivo di cambio più “morbido” (ad esempio: 1 Euro = 1,10 CHF). La sostanza, cioè che la decisione sia stata solo un piccolo episodio (e non la fine della competitività dell’economia rossocrociata) lungo l’arco della storia del Franco svizzero dalla fondazione della Repubblica elvetica nel 1798, rimane però invariata. Sintetizzando con una formula tautologica (ma altrettanto dimenticata nel dibattito), “i cambi cambiano”, cioè durante la loro esistenza possono assumere livelli più alti (o bassi) di concorrenzialità: da un punto di vista di medio-lungo termine, quest’ultima dipende però solo dai connotati dell’economia locale quali tipologia di beni prodotti, burocrazia, tessuto industriale etc.

 

Area Euro

Svizzera

 

2002

2014

2002

2014

PIL (PPA), dollari internazionali

8.810,79 mld. $

13.304,84 mld. $

265,0 mld. $

487,5 mld. $

PIL pro capite (PPA), dollari internazionali

27.183,0 $

39.328,3 $

36.376,7 $

53.539,8 $

Tasso d’inflazione

2,2%

0,4%

0,6%

0,0%

Tasso di disoccupazione

8,7%

11,5%

2,9

4,5

Variazione del PIL

1,0%

0,9%

0,1%

1,9%

Variazione del PIL pro capite

0,5%

1,0%

-0,6%

0,7%

 

 

Senza “rinvangare” quello, che è stato già ampiamente oggetto di discussione economica, è opportuno fare un passo indietro, cioè tornare al momento dell’introduzione dell’Euro avvenuta il 1 gennaio 1999 sotto forma virtuale ed il 1 gennaio 2002 quale banconote e monete metalliche. La Confederazione svizzera si è trovata all’epoca (meglio: prima ancora, nelle fasi decisionali) di fronte ad un bivio di carattere monetario: Franco svizzero o Euro? Se il quesito non si è forse mai posto in maniera così esplicita, esso trapela ancora oggi da ogni analisi economica. Il rischio, infatti, è quello di cedere alla tentazione di fare confronti fra lo status quo e quanto si sarebbe potuto trarre da un’adesione all’Area Euro. Che il tasso di cambio fra Euro e Franco svizzero abbia visto un progressivo rafforzamento di quest’ultimo dal 1999 in poi non meraviglia: infatti, esso rispecchia meramente i cosiddetti “fondamentali economici” della Confederazione elevetica, che (soprattutto, in tempi di crisi) è divenuta “porto franco”. L’Unione Europea e, nello specifico, l’Area Euro potrebbero essere sì in una posizione di forza economica rispetto alla piccola Svizzera, ma la conflittualità interna, i suoi Paesi membri sempre più disomogenei e la sostanziale assenza di creatività nel (ri)lanciare il Vecchio Continente ne minano il potenziale exploit. È, inoltre, prevedibile che (fintanto che l’incertezza su Euro e UE permanga) il Franco svizzero sia sottoposto a continue pressioni al rialzo, sebbene la parziale trasformazione della piazza finanziaria elvetica ne possa avere ridotto l’attrattività per gli investitori esteri.

Ma se tale trend si acuisse, l’economia svizzera non sarebbe meno competitiva? Non necessariamente, poiché le difficoltà del settore export sono pur sempre accompagnate da un rafforzamento della capacità d’importazione. L’abilità di pianificazione strategica dei policymaker sta proprio nel puntare con dinamismo sugli ambiti di volta in volta più attrattivi, compensando le eventuali perdite di quelli più penalizzati. Se la Svizzera avesse adottato l’Euro, la situazione non sarebbe (prevedibilmente) potuta essere molto migliore: alla perdita di sovranità monetaria ed all’esposizione ad una ricetta “monogusto” (one-size-fits-all) sotto l’egida della BCE si sarebbero aggiunti un Euro (inspiegabilmente, stavolta) forte rispetto alla moneta statunitense e le instabilità attuali europee. Certamente, le facilitazioni commerciali e finanziarie tipiche della UE non sarebbero state poca cosa, ma sarebbero ben presto state assimilate (quindi, dimenticate) per poi forse vedere prevalere il malcontento odierno tipico di molti Paesi membri. Il dibattito sul “Franco forte” è stato, quindi, giusto, ma non deve essere nemmeno sovrappesato: un’economia è strutturalmente e, solo in via secondaria, congiunturalmente competitiva. Ben più determinante è valutare l’orientamento del sistema-Paese (da adottarsi) in seguito al “nuovo” sistema bancario: quali gli sbocchi futuri? E quali le incognite?