Un decennio dopo lo scoppio della crisi finanziaria i problemi che questa ha evidenziato restano in buona parte irrisolti. Ma le politiche dilatatorie finalizzate ad attenuarne gli effetti stanno esaurendo le risorse disponibili e la loro efficacia sta svanendo. Il maggior problema evidenziato dalla crisi è dunque l’inadeguatezza della governance utilizzata per gestire sistemi dinamici complessi come quelli in cui il mondo economico e finanziario è chiamato oggi ad operare. In altre parole, si è attribuita la crisi ad un eccesso di liberismo in campo finanziario, mentre è vero l’esatto contrario, imboccando una strada che prima o poi porterà fatalmente a nuovi disastri. Cosi, per esempio le scosse impreviste sul tasso di interesse che andrà a sostituire il Libor sembrano confermare il fatto che le autorità non hanno ancora imparato la lezione.

Un elemento su cui si è particolarmente soffermato Antonio Foglia riguarda il continuo trend al rialzo del franco svizzero, comprato soprattutto dagli svizzeri e dagli Stati “canaglia”. Un paese come la Svizzera con una forte surplus di partite correnti nei conti con l’estero non può che investire all’estero una quota crescente dei propri risparmi. I fondi pensioni svizzeri inevitabilmente lo hanno fatto ma coprendo il rischio di cambio. I loro acquisti di franchi per hedging spiegano circa la metà dei franchi che la BNS ha venduto al mercato. I privati hanno forse avuto un comportamento analogo, mentre le aziende hanno investito meno all’estero. 

Tra il 2009 ed il 2019 il surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti svizzera ha generato avanzi cumulati pari a quasi 700 mld di CHF, cifra che deve equivalere agli investimenti all’estero degli svizzeri. Di questo necessario riciclo risulta essersi fatta interamente carico la Banca Nazionale Svizzera le cui riserve in valuta estera sono infatti aumentate di un’entità paragonabile (735 mid). I soli fondi pensione, infatti, pur avendo investito all’estero poco più della metà di questo surplus (350 mld) sono stati disposti a correre il rischio al cambio per solo 60 mld, lasciando alla Banca Nazionale Svizzera il compito di coprirne la differenza con una aumento delle proprie riserve valutarie. L’avversione al rischio dei risparmiatori svizzeri sembra essere dunque il fatto di gran lunga dominante nella domanda di franchi. La BNS ha socializzato un rischio che i privati a quel prezzo non volevano correre: la politica dei tassi negativi è stata controproducente perché abbatte la propensione al rischio. Probabilmente solo un ulteriore apprezzamento importante del cambio potrà indurre i fondi pensione ad avere più esposizione rispetto ad altre monete.