Di René Chopard
In quella che con Kuhn potremmo chiamare una rivoluzione paradigmatica, la tendenza degli attori economici è di, evidentemente, trovare le soluzioni per innanzitutto sopravvivere a corto termine, spesso diminuendo i costi. D’altro canto, la vita a medio e lungo temine necessita l’aumento di investimenti, in particolare nella formazione. Quest’ultima si ritrova dunque nella scomoda situazione di rappresentare una delle soluzioni imprescindibili per il futuro e nel contempo essere confrontata con non indifferenti difficoltà finanziarie nel presente.
Il cambiamento non investe però unicamente i singoli attori, ma il sistema nel suo insieme. Nel caso della piazza ticinese, verosimilmente si assisterà a una maggiore integrazione non solo dei servizi, ma anche fra istituti e professionisti con un maggiore intreccio in ambito formativo, processo, quest’ultimo che richiede una particolare attenzione, anche finanziaria, da parte di enti “sovra-aziendali”.
Un nuovo paradigma
La piazza finanziaria ticinese e i suoi attori stanno vivendo un importante cambiamento che taluni possono leggere come crisi. Abituato a crescere valorizzando importanti vantaggi di posizione, l’operatore finanziario del nostro Cantone è stato abituato a “subire” il suo successo. Oggi, sotto la pressione di contingenze esterne, la piazza finanziaria ticinese deve ripensare il suo posizionamento, gli istituti la propria strategia, l’operatore la sua attività. Il tutto si riassume in un cambiamento paradigmatico di non poco conto: il mondo cambia e con esso la piazza, gli istituti e i loro operatori. La sfida è di rimpiazzare i vantaggi competitivi esterni al sistema finanziario, che nel passato hanno permesso la sua crescita, con atout concorrenziali interni che consentano di perseguire il suo sviluppo. Per intraprendere questo percorso, le competenze e le relative formazioni sono elementi cruciali.
I cambiamenti e gli interventi formativi che questi ultimi necessitano possono essere declinati in tre gruppi:
– il passaggio dalla gestione patrimoniale off-shore al cross-border wealth management con la relativa “metamorfosi” del consulente e del suo bagaglio di competenze;
– l’aumento dell’importanza relativa di attività già conosciute, in particolare nell’ambito creditizio;
– lo stimolo per lo sviluppo di altre specializzazioni in un’ottica di diversificazione.
La metamorfosi del consulente
L’imporsi di un nuovo modello di business nella consulenza significa che, accanto alle consolidate competenze finanziarie, il consulente deve acquisire conoscenze specifiche in ambito regolamentare, fiscale ed economico-aziendale relative al Paese di provenienza del cliente. In questo processo sono coinvolti tutti gli operatori finanziari attualmente attivi che continueranno ad operare nella consulenza. Inoltre, nel caso delle banche, per continuare correttamente nella loro attività di supporto al consulente, i loro centri di competenze interni (per es. Compliance, Financial Planning, Corporate finance) dovranno acquisire maggiori e più approfondite conoscenze nei tre ambiti citati relativamente a tutti i Paesi con i quali è attiva.
In questo ordine d’idee è indispensabile proporre a tutti i consulenti che continueranno a essere attivi nel private banking formazioni incentrate su questioni regolamentari, fiscali ed economico-aziendali declinate nei Paesi di provenienza dei loro clienti . Per i centri di competenza, le formazioni devono essere più approfondite, suddivise sia per argomenti che per Paesi.
La riconversione in mestieri “conosciuti”
La specializzazione nel private banking ha fatto trascurare altre attività peraltro da sempre presenti nelle banche. A questo proposito, assistiamo oggi a una rivalutazione dell’attività creditizia all’interno degli istituti e la conseguente difficoltà nel trovare personale adeguatamente preparato e competente. Questi nuovi bisogni possono essere coperti grazie alla riconversione di personale attivo nel private banking ritenuto in esubero o inadeguato per il nuovo modello di business sopra indicato.
A livello delle conoscenze, si tratta di proporre formazioni nell’ambito tradizionale del credito a più livelli di approfondimento per rispondere a esigenze primarie (sostanzialmente crediti privati) o bisogni più sofisticati (in particolare in ambito aziendale) . A questo proposito, si apre un campo molto importante, che peraltro si ricollega a quanto già sottolineato sopra: il corporate finance. Da elemento sussidiario alla consulenza al cliente privato, potrebbe divenire attività specifica e aiutare alla diversificazione delle attività della piazza.
La proposta di nuovi mestieri
Una delle possibili risposte alla situazione attuale è lo sviluppo di altre attività. Questa scelta richiede l’acquisizione di nuove e a volte complesse competenze. Oggi, nello stimolare lo sviluppo della piazza si cerca di attirare sul territorio cantonale nuovi attori finanziari nei mestieri in relazione con la gestione patrimoniale (fra gli altri, fondi, fondi hedge, family office, ecc.) o afferenti ad attività economiche e commerciali (private equity, trade finance, ecc.). Per rendere ancora più appetibile la scelta del nostro territorio, ma anche per aiutare la crescita di queste professioni, è fondamentale poter disporre di personale specializzato. La politica di attrazione di nuove realtà finanziarie deve andare di pari passo allo stimolo per l’acquisizione di queste conoscenze da parte di operatori già attivi in loco.
Partendo da già acquisite competenze nella gestione patrimoniale, questi ambiti richiedono specifici approfondimenti. Deve dunque essere incoraggiato lo sviluppo di percorsi formativi che rispondano a queste nuove esigenze.
Finanziamento della formazione
In un periodo di crisi/cambiamenti come quello attuale, c’è un forte rischio che si instauri un ciclo vizioso dovuto a bisogni degli attori economici fra di loro contrastanti: da una parte, la crisi spinge a ridurre i costi per permettere di continuare le attività a corto temine; dall’altra parte, il cambiamento necessita di investimenti, in particolare in ambito formativo, per stimolare lo sviluppo a lungo termine. Visto che troppo spesso la formazione viene considerata un costo, l’effetto è un circolo.
Per arrestare questa dinamica involutiva, appare necessario l’intervento di attori al di fuori della logica imprenditoriale. Un finanziamento esterno al sistema dovrebbe permettere la trasformazione del circolo da vizioso in virtuoso.
In questo ordine d’idee, la formazione diviene un perno strategico irrinunciabile. Se il finanziamento che permette l’adattamento delle professioni esistenti alla nuova realtà può e deve essere assicurato dagli stessi istituti, ne va verosimilmente altrimenti per le due altre situazioni. La riconversione in professioni già esistenti può essere vista come una necessità individuale che trascende il bisogno dell’azienda, mentre lo stimolo per lo sviluppo di nuove professioni è piuttosto una responsabilità collettiva che aziendale. In questi due casi, il finanziamento esterno da parte di associazioni o enti pubblici si rende dunque necessario.
Formazione e servizi integrati
Dall’intreccio degli elementi sopra esposti, risulta un’integrazione delle competenze in ambito finanziario, normativo (giuridico e fiscale) ed economico-aziendale sommata a una specializzazione per Paese di provenienza del cliente. L’offerta di servizi così ampi e nel contempo così specializzati, stimoleranno verosimilmente la nascita di conglomerati dove banche, fiduciarie, fiscalisti, avvocati, ecc. intrecceranno le loro competenze per offrire un servizio completo. Se da una parte questo processo richiede formazioni sempre più integrate , dall’altra parte il loro finanziamento deve poter essere assicurato grazie anche a una visione generale e strategica a lungo respiro che vada aldilà dei singoli attori alla ricerca di una sopravvivenza a corto termine.