Negli scorsi mesi si è discusso ampiamente della “minimum tax”, una tassa che prevede un’aliquota fiscale minima del 15% per le multinazionali. L’idea di modificare l’attuale regime fiscale, nell’aria da diversi anni, si è concretizzata in autunno con un accordo internazionale adottato da 137 paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). In realtà, sebbene il focus dei media sia spesso sull’aliquota del 15%, l’accordo è basato su due pilastri: da un lato i Paesi dell’OCSE vogliono che le cento aziende più grandi del mondo siano tassate non solo nel paese in cui la società ha sede, ma anche dove vengono effettivamente ottenuti i ricavi, ossia dove si consumano i rispettivi servizi. Per la Svizzera il meccanismo funzionerà nei due sensi: le aziende svizzere esportatrici dovranno pagare le tasse sugli utili realizzati in altri paesi, mentre le aziende estere che importano in Svizzera pagheranno una parte di tasse nel nostro paese. Secondo le prime stime ad essere interessate dal nuovo regime fiscale saranno diverse multinazionali elvetiche, come i giganti della farmaceutica Novartis e Roche e dell’alimentare Nestlé.
Con il secondo pilastro dell’accordo, la sopracitata minimum tax, si vuole introdurre un tasso d’imposizione minimo del 15% per le aziende che raggiungono un fatturato annuo mondiale di oltre 750 milioni di euro. Nel caso della Svizzera, si prevede che a rientrare in questo regime saranno tra le 200 e 300 aziende. Inoltre, ad esse si aggiungerebbero circa 2-3 mila filiali di aziende estere operanti nella Confederazione.
L’obiettivo dei firmatari è chiaro: imponendo uno standard fiscale minimo uniforme a livello globale si vuole contrastare quella “corsa al ribasso” che porta le multinazionali a delocalizzare le proprie attività in paesi con una fiscalità più conveniente, con le conseguenze del caso. Pensiamo alle BigTech, molto criticate perché con il regime fiscale attuale beneficiano di una tassazione molto basse e riversano ai Paesi dove operano solo una piccola parte degli enormi profitti realizzati.
In Svizzera il nuovo regime fiscale entrerà in vigore nel 2024
La Svizzera è stata coinvolta nelle discussioni a livello internazionale e il Consiglio federale già in estate aveva dichiarato di essere favorevole all’accordo OCSE. La road map svizzera si è concretizzata il 13 febbraio, quando il Consiglio federale ha deciso di attuare, con una modifica costituzionale, l’imposta minima del 15% concordata dall’Ocse e dagli Stati del G20 per le grandi multinazionali. L’entrata in vigore è stata stabilita il primo gennaio 2024 e sarà garantita da un’ordinanza temporanea alla quale, in una seconda fase, seguirà una legge per modificare la costituzione. Berna ha inoltre specificato che questo cambiamento necessiterà di tempo e di adeguate misure accompagnatorie onde evitare una perdita di attrattività dell’economia svizzera.
Le conseguenze per le banche svizzere
Come sottolineato dall’Associazione svizzera dei banchieri (ASB), gli istituti bancari non sono toccati direttamente dal primo pilastro in quanto fornitori di servizi finanziari già regolamentati. Non va tuttavia dimenticato che le banche riflettono l’intera economia e sarebbero quindi indirettamente colpite qualora la competitività della Svizzera dovesse diminuire. Nel secondo pilastro, le grandi banche svizzere e straniere sarebbero in linea di principio colpite al pari di qualsiasi altra grande impresa. Jan Weissbrodt, Head of Tax dell’ASB, a questo proposito ha spiegato che «alcuni aspetti particolari dell’attività bancaria sarebbero particolarmente colpiti dal secondo pilastro, come ad esempio le differenze significative tra il modo in cui vengono calcolati gli utili in Svizzera e a livello internazionale. Con il sistema proposto dall’OCSE, verrebbe sempre tassato il più alto dei due valori di profitto annuali, quindi le normali fluttuazioni di valore da un anno all’altro potrebbero comportare che lo stesso importo venga tassato due volte. Sarà essenziale trovare soluzioni nella metodologia di calcolo che possano contrastare questi effetti».
Servono misure accompagnatorie
L’impatto della global minimum tax non sarà marginale: la nostra economia è orientata verso le esportazioni e non ha un mercato domestico particolarmente sviluppato. Inoltre, uno dei fattori di competitività consiste proprio nella tassazione moderata. Gli ambienti economici hanno infatti manifestato il timore che la Svizzera possa perdere entrate fiscali da grandi gruppi che registrano la maggior parte delle loro vendite e profitti all’estero. Rispondendo ai timori espressi dal mondo economico, il Governo sottolinea che la Svizzera dispone di un margine di manovra in materia di politica fiscale per contrastare un’eventuale perdita di attrattiva della piazza economica aggiungendo che la Confederazione, i cantoni, le città e i comuni collaboreranno strettamente all’attuazione della proposta. Un concetto ribadito anche dalla Segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali Daniela Stoffel la quale, in occasione dell’Assemblea generale dell’Associazione Bancaria Ticinese tenutasi lo scorso settembre, in un’intervista per il nostro sito web aveva dichiarato: «se è vero che ci conformeremo agli standard accertandoci che le nostre aziende siano tassate adeguatamente a livello internazionale, ci assicureremo anche che vengano introdotte delle compensazioni di tipo fiscale o finanziario e, più in generale, delle condizioni quadro migliori atte mantenere la competitività del mercato». Queste misure sono richieste da tutti i settori dell’economia compreso il settore finanziario, che non può permettersi di vedere indebolita l’attrattività in un contesto già fortemente competitivo.