Quando arrivo per la mia intervista a Marco Oliver Tepoorten, Chiasso è deserta, l’opposto di quella Chiasso che ricordano i vecchi spedizionieri, dove i treni arrivavano colmi di merci e la città di confine viveva di commercio. Le strade non erano mai vuote e ogni famiglia contribuiva al successo di una realtà, allora, estremamente vivace.

Mi scusi, può togliermi una curiosità: che origini ha il cognome Tepoorten?

«Effettivamente se lo chiedono in molti. È un cognome di origini olandesi, anche se i miei genitori sono tedeschi. Mio papà, come molti padri, era arrivato in Ticino per lavoro assieme a mia mamma; faceva lo spedizioniere e il mio primo posto di lavoro me l’ha trovato lui».

Dunque, lei è nato in Ticino…

«Sì, a Sorengo, il 28 settembre del 1970. Inizialmente abitavo a Loreto, poi ci siamo spostati a Cassarate, Viganello e infine a Carabbia. Ero un bambino molto dinamico, non stavo mai fermo e quando potevo andavo a Lugano. A quei tempi noi ragazzini vendevamo Topolini (rivista periodica che pubblica storie a fumetti con personaggi Disney) e pietre minerali per strada, così un giorno, ero in Via Nassa, mio papà mi vide… non ho avuto modo di replicare e mi sono ritrovato in collegio, al Don Bosco di Maroggia. È stato un periodo molto duro, dove purtroppo ho perso completamente la voglia di studiare».

Immagino che per lei entrare nel mondo del lavoro sia stata una sorta di liberazione…

«Parlerei piuttosto di una nuova opportunità, anche perché, come appena detto, è stato mio papà a trovarmi il posto di apprendista, proprio qui alla Franzosini di Chiasso.  Avevo quindici anni, oggi ne ho cinquantaquattro e non ho mai cambiato posto di lavoro (soddisfatto)».

Una carriera potremmo dire all’americana: da apprendista lei è arrivato a essere il proprietario della società…

«Detta in due righe sembra cosa semplice, ma sono stati anni impegnativi. Ho iniziato come dichiarante doganale, allora abitavo a Carabbia e mi svegliavo all’alba per arrivare in ufficio. Ho molti ricordi piacevoli, Chiasso era diversa, era più vivibile, c’erano molte persone legate alle spedizioni, molti trasporti venivano fatti sui binari e io stesso ho maturato una grande esperienza nei trasporti ferroviari. L’ultimo anno di apprendistato invece l’ho fatto a Ponte Tresa, mi hanno mandato lì per comodità visto che abitavo a Lugano, una sorta di premio, peccato però che avevo conosciuto la mia futura moglie a Chiasso e quindi mi sono ritrovato comunque a fare una lunga trasferta (divertito)».

Spedizioniere, sembra un lavoro del passato, un lavoro di cui si sente parlare poco. Lei a quindici anni sapeva quali sarebbero state le sue mansioni?

«Assolutamente no, anche perché quando mio papà mi ha accompagnato io sono arrivato come “raccomandato” e quindi avevo poco da dire, dovevo solo cercare di lavorare bene. Immagino che se dovessi chiedere a un ragazzo: “ti piacerebbe fare lo spedizioniere”, questo mi guarderebbe con due occhi sbarrati, perché non è il classico lavoro che ti propongono in quarta media, ma in passato si diceva che chi faceva un apprendistato da spedizioniere imparava tutto: dal commercio al relazionarsi con i clienti, era una vera e propria scuola di vita».

Dopo l’apprendistato consegue la maturità professionale e inizia la sua scalata…

«Aggiungerei anche che sapevo il tedesco, lo parlavamo a casa, e questo mi è stato di grandissimo aiuto. È stato al reparto vagoni che ho scoperto di amare il contatto con la clientela, questo mi ha stimolato a cercare nuovi clienti senza che nessuno me lo chiedesse. A quei tempi il direttore si chiamava Achille Groppi, era di Rovio, era una persona vera, un uomo di frontiera, un vero spedizioniere che mi ha insegnato tutto quello che sapeva. Quando ha visto il mio sforzo mi ha dato la possibilità di passare al commerciale, avevo ventidue anni, a quei tempi la Franzosini aveva un furgone e due milioni di fatturato (a dir tanto). Con il mio lavoro siamo riusciti, nel giro di otto anni, a portare la società a un fatturato di dodici milioni di franchi, incrementando nuovi traffici. Sono stati anni di grande crescita, andavo tutte le settimane nella Svizzera tedesca, cercavo le migliori offerte possibili, mi recavo io stesso dai clienti. Ho dei bellissimi ricordi».

Ma la volontà e il lavoro non bastano per acquistare un’intera società, scusi la franchezza…

«È così, anche perché io non avevo soldi per comprare una società come questa, ma avevo un buon amico e quindi rispondo volentieri alla sua domanda. Questo mio buon amico era un fiduciario di Lugano, si chiamava Renzo Forni e consideri che quando lui aveva sessantacinque anni, io ne avevo una trentina. È stata una di quelle persone che mi ha cambiato la vita, perché è grazie alla sua fiducia, alla sua lungimiranza che oggi posso esser seduto su questa sedia».

Non ho capito a che punto decide di comprare la Franzosini o meglio in che posizione si trovava quando lo ha fatto…

«Dire che ho deciso di comprarla non è completamente corretto. Quando il vecchio direttore aveva lasciato ne era arrivato uno nuovo con cui non mi trovavo. Il mattino mi alzavo con il mal di pancia e così decisi di cambiare vita e aprire una società mia. Quando il vecchio direttore lo scoprì mi chiese come mai avessi preso una tale decisione. Ricordo ancora come gli risposi: “Achille, io non avrei mai fatto una cosa del genere e posso anche fare un passo indietro, ma quello che so è che voglio arrivare al lavoro con un sorriso”. Non so se fu l’onestà delle mie parole o altro, ma a quel punto Achille mi allungò la mano e mi disse che mi avrebbe venduto la società. L’ho già detto prima, erano personaggi di altri tempi, una stretta di mano valeva più di ogni contratto, erano così gli uomini di frontiera. D’istinto tesi anche la mia mano, in quel momento penso non mi rendessi conto di quello che voleva dire, e gli risposi: “Va bene”. Non conoscevo il prezzo, non sapevo come avrei fatto a pagarlo ed è a questo punto che è entrato in gioco il mio miglior amico, il fiduciario di Lugano».

Come mai non ha cambiato il nome della società?

«Perché mi era costato molto, il nome della società aveva un valore importante, affidabile. La società era stata fondata nel 1929 e ci tenevo a darle continuità».

Oggi il lavoro di spedizioniere è evoluto, il lavoro con i privati è ancora all’ordine del giorno?

«Assolutamente sì, il privato viene da noi quando deve effettuare uno sdoganamento, quando deve trasferirsi oppure per importare un acquisto, sia esso una vettura o una nuova cucina. Abbiamo tantissimi privati, anche nomi importanti, ricordo ancora quando abbiamo dovuto spedire a Sophia Loren, si trovava a Ginevra, un libro. Quella volta abbiamo voluto fare qualcosa di speciale, lo abbiamo consegnato di persona, con tanto di guanti bianchi. Mi è anche capitato di avere nelle mani la lista di tutti i beni di Cristiano Ronaldo, quando si doveva trasferire al Manchester United. Anche tra le aziende collaboriamo con multinazionali, per vent’anni abbiamo fatto la distribuzione di tutti i mobili Ikea in Svizzera, Italia e Austria e anche dei suoi cataloghi, ricordo ancora quando mandavamo centocinquanta camion in Germania a prenderli, era il libro più stampato al mondo!».

Forse è il momento di chiarire che Franzosini non è solo a Chiasso, ma siete un gruppo importante e presente con diverse sedi a livello mondiale…

«Abbiamo la società madre, la nostra Holding, che si chiama Tepoorten Group SA, sotto di essa abbiamo la Franzosini Svizzera, Italia, Monaco, Inghilterra e una società che si occupa di dati per la digitalizzazione doganale, Ezdatacenter SA».

Lei è il presidente e il direttore generale di tutte le società, come fa?

«Me lo chiedo anch’io (ride), comunque ho un amministratore delegato per l’Italia, un direttore operativo qui, e in Inghilterra c’è mio figlio, che si occupa anche della sede monegasca».

Quindi ha un figlio che ha deciso di darle una bella mano all’interno dell’azienda di famiglia…

«Ho due figli, il più giovane studia al Politecnico di Losanna, mentre il maggiore ha iniziato a fare l’apprendistato qui, come me. Finito l’apprendistato ha scelto di occuparsi del commerciale, ma il Ticino gli andava stretto e ha deciso di partire. Lo ha fatto di punto in bianco, senza preoccuparsi di trovare un lavoro, era disposto a fare anche il cameriere. Così se ne è andato in Costa Azzurra, ha fatto diversi lavoretti e lì ha incontrato sua moglie, americana. Si è sposato e sono diventato nonno (soddisfatto). Ora si occupa della Franzosini di Monaco e parallelamente acquisisce clienti a livello internazionale e segue lo sviluppo della sede inglese».

Visto che stiamo parlando della sua famiglia e visto che lei è già nonno, immagino abbia conosciuto sua moglie molto giovane…

«Lei aveva 16 anni, io 18 e un anno dopo abitavamo già assieme, è la donna della mia vita. Sono stato fortunato».

Ha lavorato molto, viaggiato, come è riuscito a conciliare il tutto con la famiglia?

«Abitavamo a Vacallo, quindi quando i ragazzi tornavano da scuola per pranzo cercavo sempre di esserci. Anche la sera ero presente, naturalmente questo mi costava un sacrificio, quando loro andavano a letto io mi rimettevo al lavoro, erano tempi diversi, non c’erano tutti i collegamenti di oggi, quindi per comodità tornavo in ufficio fino a tarda notte. Devo dire che avevo tanta energia, avevo trentadue anni, un’azienda, avevamo anche comprato casa, insomma mi ero detto: “Se devo fallire, falliamo bene”, ma questo non significa che per me fosse un’opzione, volevo farcela».

Più di una volta ha ribadito che oggi le persone non sono più come in passato, lei stesso era amico di uomini più vecchi di lei che ha definito d’altri tempi. Cosa pensa dei giovani d’oggi?

«Ci sono ragazzi in gamba, ne sono certo, io ho sempre voluto avere degli apprendisti, ne avremo formati almeno una quarantina, ma poi, da un momento all’altro, non c’era più interesse. Venivano qui il mattino senza entusiasmo, con gli occhi spenti, andavano male a scuola… e così ho deciso di non assumerne più. Non dico che sia tutta colpa loro, siamo in una società dove i giovani passano la maggior parte del tempo incollati a uno schermo…».

La sento preoccupato…

«Lo sono, non posso negarlo, per i giovani sono preoccupato, perché se non trovano una vera guida, un esempio da seguire positivo sono persi. Devono stare attenti, devono essere capaci di misurare, dosare certe tecnologie, soprattutto ora con l’intelligenza artificiale, che ti porta a non usare più la tua testa. Io la uso, ha velocizzato incredibilmente parte del mio lavoro, ma lo faccio ora, dopo anni di studio e di esperienza. Se i nostri ragazzi lo fanno già a scuola cosa gli resterà in testa? Ripeto, sono sicuro che ci sono giovani in gamba, che faranno la differenza, è solo che io faccio molto fatica a trovarli, mi sembrano tutti senza passione».

La passione per il suo lavoro, per le sfide, è stata il suo motore?

«Assolutamente sì, mi sono sempre mosso guidato dalla passione, ho incontrato persone che mi hanno aiutato, ma veramente aiutato, mio padre, il vecchio titolare di quest’azienda e il mio fiduciario. Sono state tre guide, le ringrazio ogni giorno».

Lei è molto legato a Chiasso, immagino le pianga il cuore vedere quello che sta succedendo…

«Intende dire che sta diventando una città fantasma? Certo che mi fa male, così come mi fa male vedere quell’obbrobrio ovale vicino ai miei uffici abbandonato, il potenziale c’è, ma la volontà di rinascita? Non so, penso che i momò siano speciali, e lo dico da ex luganese, hanno un carattere aperto, non voglio togliere nulla ai luganesi, bellinzonesi o locarnesi, ma chi vive il Mendrisiotto mi capisce, basta venire alla Fiera di San Martino o alla Sagra dell’Uva. In settimana qualcuno gira ancora, ma le società qui fanno fatica, non c’è una vera guida politica per promuovere la nostra regione. So che ci sono problematiche reali, come il cambio, che non ha aiutato il commercio, ma tutte le città hanno dovuto reagire e Chiasso avrebbe potuto fare di più».

Ha mai pensato di mettersi in politica?

«Ho i miei contatti, con cui condivido i miei pensieri, ma per ragioni anche lavorative non ho mai pensato seriamente alla politica. Chi fa un lavoro come il mio non può esporsi troppo perché rischia di trovarsi in situazioni scomode e mettere il piede in due scarpe… non è da me».

Guardiamo al domani, lei pensa che il lavoro di spedizioniere continuerà ad esistere?

«La nostra società effettua trasporti in tutto il mondo, penso che non ci sia un’azienda in Ticino che non abbia ricevuto una nostra fattura. Non temo il futuro, lavoriamo con il mondo intero, dall’America all’Asia, il nostro compito è quello di fare arrivare la merce il prima possibile e completamente integra, senza dimenticare tutte le pratiche doganali sia in Svizzera sia all’estero di cui ci occupiamo… resto positivo». 

Se potesse dire qualcosa, da imprenditore, al Ticino, cosa direbbe?

«Non ho la pretesa di dare consigli, ma penso che il Ticino valga di più, dovremmo trovare la forza di uscire da questo luogo che io definisco la “fabbrica” della Svizzera, dove ci sono gli operai. Dobbiamo essere più attrattivi, richiamare i giovani e per farlo dovremmo alzare i salari, non fare il contrario. Sì, abbiamo molti frontalieri, ma anche aziende importanti, che potrebbero dare molto e attirare nuovi lavoratori. Il mio, quindi, è un appello: pagate di più, non speculate sui salari, dimentichiamo quei tristi anni in cui gli operai venivano pagati mezza giornata e lavoravano a tempo pieno».

Chiasso terra di traffico, lei stesso ha detto che non si reca a Lugano nelle ore di punta perché ci metterebbe più di un’ora…

«La situazione non migliorerà, le merci non torneranno su rotaia, non dopo che il governo svizzero ha autorizzato il passaggio alle 40 tonnellate, prima erano 28. Una scelta politica che stiamo pagando e continueremo a farlo».

Mi sta dicendo che non c’è una via di ritorno?

«È un problema a livello europeo, non voglio immaginare ora che l’autostrada del Brennero è a una corsia, a causa dei lavori legati alla ricostruzione del gigantesco viadotto austriaco… per i prossimi cinque anni avremo altri tir che passeranno dalla Svizzera. La soluzione? Dovremmo trovarla a monte, ma come è possibile se stiamo vivendo l’epoca del consumismo sfrenato che alimenta in modo esponenziale il traffico sulle strade?».

Non sono pochi gli spunti di riflessione, chi erano questi uomini di frontiera? Capaci di battersi per il bene dei loro impiegati e capaci di tener fede alla parola con una stretta di mano?