Mattia Minotti, direttore di Fidigit e CIO del Gruppo Fidinam, affronta il tema della digitalizzazioneQual è la sua valutazione riguardo allo stato attuale della digitalizzazione tra le piccole e medie imprese attive in Ticino?

«Il panorama è molto variegato. Quando parliamo di PMI ticinesi, spesso ci riferiamo ad aziende a conduzione familiare, strutture snelle, con ridotti livelli di management e una forte concentrazione delle decisioni in poche mani. Questo modello, ancora molto diffuso, rende la trasformazione digitale un percorso complesso. La digitalizzazione richiede infatti risorse, tempo e competenze specifiche: non basta più l’informatico “tuttofare”. Servono esperti in diversi ambiti – gestione dei dati, sicurezza, infrastrutture, processi – e non tutte le imprese dispongono di queste figure. A ciò si aggiungono gli investimenti economici e organizzativi necessari. Di conseguenza, molte PMI affrontano il tema in modo frammentario, senza una visione d’insieme né una strategia a medio termine».

In che misura gli imprenditori sono consapevoli riguardo all’importanza di questo passaggio?

«Direi che c’è un’attenzione crescente, ma non sempre accompagnata da una reale comprensione del percorso da compiere. Talvolta l’imprenditore associa la digitalizzazione al semplice uso del computer o all’acquisto di un software gestionale. In realtà, significa ripensare globalmente i processi aziendali, automatizzare, migliorare la comunicazione interna ed esterna. Molti credono che l’intelligenza artificiale o le nuove tecnologie possano risolvere automaticamente i problemi. Ma prima di tutto occorre partire da un’analisi dei bisogni reali dell’azienda. Digitalizzare oltre la propria capacità di gestione può diventare un rischio: si finisce per essere schiavi della tecnologia, invece che beneficiarne».

Qual è il primo passo che consigliate a un imprenditore che si rivolge a voi?

«Il punto di partenza è sempre il dialogo. Dobbiamo capire esattamente qual è il business del cliente, quali sono le sue necessità e le priorità strategiche. Solo dopo possiamo proporre soluzioni realmente utili e sostenibili. In passato si tendeva a soluzioni personalizzate e sviluppate su misura per l’azienda, mentre oggi la differenza è fatta da soluzioni agili, in grado di accorciare i tempi di risposta ai clienti e di mantenere alta la qualità del servizio. Le soluzioni standard, con la giusta dose di configurazione, permettono maggiore flessibilità, costi più contenuti e la possibilità di beneficiare dell’esperienza di più utenti». 

Quali principali elementi caratterizzano il vostro approccio di consulenza nei confronti delle aziende?

«L’approccio consulenziale è nel nostro DNA.  La società Fidigit è il ramo specificatamente dedicato alla consulenza digitale del Gruppo Fidinam. Il progetto è nato alcuni anni fa da una decisione strategica per integrare le competenze fiscali, contabili ed aziendali già esistenti a quelle tecnologiche.

In pochi anni siamo passati da tre, ad oltre sessanta collaboratori in Svizzera, con sedi a Lugano, Zurigo, Ginevra, Berna e Lucerna. Ci occupiamo sia di consulenza IT strategica e tecnica – architettura, infrastruttura, sicurezza, supporto IT – sia di gestione dei sistemi ERP, che rappresentano il cuore della digitalizzazione aziendale. L’obiettivo è offrire soluzioni integrate, “chiavi in mano”, che uniscano la dimensione tecnologica a quella organizzativa».

Da dove si comincia, concretamente, quando un’impresa decide di digitalizzarsi?

«Il primo passo è una fotografia della situazione esistente: infrastruttura tecnologica, processi operativi, modalità di gestione. Spesso il vero ostacolo non è tecnico ma culturale. La digitalizzazione richiede infatti un cambiamento di mentalità. Non basta introdurre un software: bisogna ridefinire ruoli, responsabilità e flussi decisionali. In molte aziende di piccole dimensioni, dove l’imprenditore è al centro di molti processi, la tecnologia può aiutare a distribuire meglio il lavoro, a standardizzare procedure e a ridurre le dipendenze».

Quali sono i processi basilari della trasformazione digitale di una PMI?

«Oggi si punta molto sulla collaborazione interna, sulla gestione condivisa delle informazioni e sull’interazione digitale con il cliente. Per esempio, i portali documentali stanno sostituendo le consegne fisiche o via e-mail. L’accesso immediato ai dati permette maggiore trasparenza e velocità di risposta. Anche l’adozione di tecnologie di supporto o l’intelligenza artificiale applicata al servizio clienti, consente di ridurre tempi e costi di sviluppo. In generale, l’obiettivo è migliorare la flessibilità e la capacità di reazione delle imprese, fattori chiave in un mercato sempre più veloce».

Spesso la digitalizzazione si intreccia con il tema della successione generazionale. È così anche in Ticino?

«Assolutamente sì. Le nuove generazioni sono più abituate all’uso degli strumenti digitali e chiedono processi snelli e accessibili. L’imprenditore più anziano, invece, tende ad affidarsi ai metodi tradizionali. Nelle aziende familiari questo scontro di mentalità è frequente. Ma quando il passaggio generazionale è gestito bene, la tecnologia diventa un’occasione di crescita: permette di dare continuità all’impresa, renderla più attraente per i giovani collaboratori e favorire l’ingresso delle nuove generazioni di leaders».

Le aziende ticinesi possono contare su un ecosistema che le aiuti in questo percorso?

«Direi di sì, anche se con margini di miglioramento. La presenza di università e centri di ricerca sul territorio è un vantaggio competitivo importante, soprattutto per la formazione di nuove competenze. Tuttavia, le risorse più preparate tendono a orientarsi verso i grandi player o verso progetti più innovativi, mentre la digitalizzazione delle PMI non è sempre in cima alle loro ambizioni. Ci sono comunque associazioni di categoria e istituzioni che si stanno muovendo bene, proponendo esempi e modelli di riferimento. E devo dire che anche tra imprenditori si nota un atteggiamento collaborativo: le aziende, pur concorrenti, si confrontano e si scambiano esperienze, creando una sorta di rete locale che rafforza il territorio rispetto alla concorrenza nazionale e internazionale».

Guardando ai prossimi anni, quali scenari prevede per la digitalizzazione delle PMI?

«Nessuno potrà sottrarsi a questo cambiamento. Chi vorrà restare competitivo dovrà affrontare il tema, prima o poi. Prevedo una concentrazione naturale del mercato: molte aziende digitali nate negli anni del boom tecnologico scompariranno, mentre emergeranno pochi player solidi in grado di garantire continuità e sicurezza.

Ci saranno inoltre nuovi obblighi normativi – identità digitale, cartella elettronica del paziente, gestione dei dati – che imporranno alle imprese di dotarsi di strumenti conformi. Non da ultimo, l’intelligenza permeerà molti processi aziendali, addirittura gestendo in autonomia alcuni di questi. Queste necessità spingeranno anche le realtà più piccole a compiere il passo. Ma resta un punto fermo: la tecnologia non sostituirà il valore umano. La fiducia, la competenza e la relazione diretta con il cliente restano il cuore di ogni attività. Il vero equilibrio del futuro sarà proprio questo: unire innovazione e umanità, velocità e prossimità, efficienza e cultura aziendale».

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