«L’opera d’arte si rispecchia sulla superficie della coscienza. Essa sta al di là e si dilegua dalla superficie, senza lasciar traccia, appena scomparso lo stimolo». Wassily Kandinsky
Attraverso questa iniziativa lo Stato si pone l’obiettivo di investire (non solo nel settore della formazione professionale) con questo preciso scopo: i giovani che raggiungono il 18-mo anno di età devono poter essere già inseriti in un progetto di formazione; a medio-lungo termine la quota di 25-enni in possesso di un titolo Secondario II (diploma post-obbligatorio) dovrà passare dall’attuale 88% al 95%.
Nelle intenzioni dei promotori credo di ravvisare un importante aspetto: il cuore dell’intero ragionamento mi pare sia, infatti, quello legato ad un “progetto di vita” che il giovane dovrebbe abbracciare; prima ancora che ad una certificazione scolastica o professionale propriamente detti il giovane sarebbe quindi chiamato ad assumersi la non leggera responsabilità di “diventare persona”.
Rimane ora da capire il come tutto questo sia concretamente realizzabile. Vorrei quindi provare a riflettere assieme al lettore su alcune delle necessità che una scelta – impegnativa ai massimi livelli, come quella formulata dalla Divisione della Formazione Professionale – comporta: per il giovane e, soprattutto forse, per le aziende o il sistema formativo in genere che lo accoglie.
Formazione e ruolo
Fino a ieri, nascere in una certa famiglia e crescere in un determinato luogo significava solitamente essere destinati a divenire qualcuno di cui già si potevano grossomodo intravedere o addirittura prevedere i destini. Sviluppare una serie di pratiche professionali significava – oltre che ad acquisire con la dovuta cura e attenzione le capacità di base necessarie e legate all’esercizio del mestiere appreso – assumere un ruolo da cui sarebbe molto probabilmente dipeso lo sviluppo ed il consolidamento della propria identità. Questo status, una volta maturato, poteva essere ritenuto relativamente stabile: il mantenimento di una funzione (professionale) solitamente si traduceva nella salvaguardia della propria identità.
I ragazzi di oggi – e questa non è più una novità – non si trovano a vivere in un contesto stabile e in un certo senso equilibrato come quello a cui hanno potuto fare riferimento coloro che, anche fino ad una trentina di anni fa, si sono formati all’adultità (non solo sul piano professionale); un contesto socioeconomico, quello del Fordismo e Taylorismo, che implicava una sorta di sapere fisso, dove la creatività e lo spirito di iniziativa potevano giocare le loro carte su uno scenario grossomodo definito e in un certo senso prevedibile. Ne consegue che alcune delle difficoltà che i nostri giovani oggi incontrano stanno proprio qui: non tutti sono in grado (o, semplicemente, non vogliono poiché questo non fa parte della loro storia futura) di riconoscere o di rintracciare, in un contesto – quello odierno – dove l’incertezza è all’ordine del giorno, l’ordinamento ontologico da cui far scaturire la propria esistenza. “Non tutti ci stanno dentro…”, verrebbe da dire… e le prime avvisaglie dello sfilacciarsi se non addirittura dello smembrarsi del legame sociale (un contratto sociale, messo sempre più sotto pressione) che dovrebbe invece accogliere questi giovani, sono sotto gli occhi di tutti. Da questi segnali – tra le altre cose – suppongo scaturiscano le misure messe in essere dalla DFP.
Formazione ed esistenza
Tutto ciò (ma, in verità, ci sarebbe molto altro ancora da scrivere) ci suggerisce che se la formazione di cui i giovani hanno bisogno deve essere pensata, per dirla con una metafora, per i mercati globali, essa deve giocoforza essere votata oltre che alla flessibilità, anche alla duttilità, alla elasticità estrema e a molto altro ancora. E qui potrebbe nascere un problema, poiché l’odierno imporsi di un nuovo concetto di lavoro deve fare oggi i conti con un tipo di giovane che non è portatore di un Sé che si dà come oggetto, vale a dire di qualcosa che si forma in virtù di un processo lineare e che si vota ad un’esistenza, come quella sopra descritta, da cui scaturiscono un ruolo professionale e un’identità personale definiti una volta per tutte. Se le cose stanno così, tutto questo ci porta a concludere che le opzioni che verranno offerte ai giovani facenti capo alle iniziative intraprese all’interno dei progetti che si riferiscono a “Obiettivo 95%”, opzioni necessarie per costruire insieme ai giovani stessi un progetto di vita, dovranno tener conto del fatto che l’educazione e la formazione oggi non possono più essere intese (se mai lo fossero state) come qualcosa che va ad aggiungersi o a consolidare i tratti di un’esistenza (quella di un giovane) che si sta piano piano facendo in mezzo a mille difficoltà (tanto per capirci: non sarà certamente sufficiente offrire occasioni di formazione facendo capo unicamente al famoso sviluppo di competenze); più precisamente: queste opzioni non possono non tener conto del fatto che l’educazione e la formazione, così come oggi è necessario pensarle e proporle, devono fare riferimento, prima ancora che a necessità di tipo tecnico-professionale, alla più autentica possibilità, per il giovane, di poter fare esperienza di sé. Fare educazione e formazione, oggi, significa quindi ricondurre la persona a sé stessa, aprendola al proprio essere e al proprio orizzonte di possibilità.
Bisogna quindi trovare la quadratura del cerchio; mettere insieme, cioè, le esigenze di formazione di un giovane che sta crescendo e che sta diventando persona, con le esigenze del mondo del lavoro. Non bisogna però commettere l’errore – val la pena di ripeterlo, poiché facile, in questi casi – di pensare che ad una maggiore offerta formativa corrispondano necessariamente migliori occasioni di crescita. Non è quindi una questione di posti di lavoro (sappiamo infatti tutti, e molto bene, che in Ticino non è difficile trovare un posto di apprendistato…; difficile è invece riuscire a mantenerlo…). Bisogna invece tener ben conto delle esigenze formative del giovane e intenderle come diffrazioni di un’unica necessità, profonda, originaria, che abbisogna di potersi confrontare con pratiche educative e formative da intendersi come fenomeni di apertura a nuove prospettive di senso. La questione non è quindi di ordine tecnico, bensì di natura esistenziale.
Metodi e mezzi
Come procedere, in concreto? Le proposte sono molte, e già in parte messe in essere. Affinché queste, però, non si trasformino in fenomeni di colonizzazione della vita dei giovani che stanno attraversando un momento di difficoltà (ad esempio: che senso ha offrire cento occasioni di formazione ad un ragazzo che non riesce a comprendere l’importanza del concetto di lavoro, inteso per sé così come per chi gli sta attorno e per la collettività intera?), tutti – chi si occupa di educazione e formazione, ma soprattutto gli imprenditori e gli adulti in generale – abbiamo la responsabilità di mostrare, di indicare al giovane quanto il suo sguardo sul mondo possa essere modificato, ampliato, complessivizzato e come è possibile, detto altrimenti, accedere a nuove condizioni di crescita, a nuove prospettive di senso per la propria vita. Tutto ciò non ha a che fare unicamente – soprattutto, direi – con le tecniche del lavoro; formarsi non significa solo acquisire abitudini corrette e funzionali, fatte di gesti quotidiani mutuati da un contesto professionale preciso nel quale ci si sta esercitando -; formarsi significa inserirsi in una trama di senso pronta ad accogliere il gesto tecnico e le abitudini che si stanno praticando come qualcosa di necessario e di carico di significato per sé, per la propria esistenza. Per ragazzi come quelli a cui potrebbero essere offerte le opportunità scaturenti dal programma “Obiettivo 95%” è quindi estremamente importante poter contare su un contesto fatto di persone adulte dove vengano offerti e frequentati soprattutto contesti di senso e non unicamente contenuti tecnici da elaborare, per quanto questi possano essere importanti. Prima di ritornare a saper fare di conto o ritornare ad essere capaci ad impaginare una lettera o a stringere un bullone, il giovane deve prima di tutto imparare a capire che questo potrebbe essere importante per lui, per crescere e divenire persona, in un continuo processo – mai concluso – di svolgimenti e ricapitolazioni, di formazione e ri-formazione, di costruzione e de-costruzione. Le nostre responsabilità di adulti sono quindi molte e si pongono a differenti livelli. Per concludere, ne richiamerò solo una: l’esercizio, costante e continuo, di un occhio attento ai pericoli della specializzazione esasperata e della formazione fine a sé stessa composta di pratiche e gesti professionali perfettamente eseguiti ma privi di senso è ciò che ci consentirà di prenderci cura di questi giovani secondo quelli che sono i loro bisogni di crescita, e non i nostri.