L’AITI non può che guardare con grande attenzione allo sviluppo delle varie applicazioni legate all’AI e ai contesti che ne possono essere influenzati. Si tratta di un contesto in continuo divenire, che probabilmente conoscerà una accelerazione importante nei prossimi anni, ancora poco definibile.
Dunque, quando si chiede, in modo diretto, al presidente Oliviero Pesenti, se l’AI al momento è maggiormente foriera di possibilità oppure fonte di problemi, egli preferisce guardare gli aspetti positivi, senza escludere le possibili problematiche. «Per l’industria l’intelligenza artificiale rappresenta senz’altro un’opportunità, non fosse altro perché il nostro è un settore legato alle tecnologie. Bisogna anche considerare che nell’ambito dell’AI siamo probabilmente ancora all’inizio di un ciclo di sviluppo di tecnologie destinate a cambiare il mondo della produzione e quello del lavoro. Pertanto, è importante per le aziende poter contare su specialisti che sappiamo sostenere e indirizzare le imprese verso le opportunità dell’AI che man mano si svilupperanno. In linea di principio ritengo dunque che in ogni settore si debba guardare al cosiddetto bicchiere mezzo pieno, anche se non nascondo che un ambito determinante nel quale anche le istituzioni devono dire la loro è quello dei confini legali, etici e di sicurezza che dovranno essere messi per un utilizzo corretto e consapevole dell’intelligenza artificiale».
Per le aziende, le strade possibili potrebbero essere quella di formare internamente i propri dipendenti oppure di ricorrere a degli esperti, provenienti magari da USI e SUPSI. «Diverse aziende sono già entrate in materia, altre invece non lo hanno ancora fatto. Valgono entrambe le situazioni. Bisogna formare il personale necessario – e qui ci vuole sicuramente un impegno accresciuto della scuola nei suoi diversi ordini, non solo quello accademico dunque. D’altra parte, è corretto e doveroso rivolgersi come aziende agli specialisti già attivi sul mercato, che per le loro competenze sono preziosi», è l’opinione di Pesenti.
Che tra i settori che stanno traendo e potranno trarre maggior vantaggio dall’implementazione delle varie tecnologie legate all’intelligenza artificiale (un mondo ben più variegato rispetto alle applicazioni più conosciute come ChatGPT, come ha specificato ancora Barni), cita «progettazione e produzione”, andando poi più nello specifico: “in diversi rami industriali si fa strada la personalizzazione della produzione, pensiamo ad esempio al settore farmaceutico. L’intelligenza artificiale in questo senso fornirà un contributo determinante. Immagino l’importanza dell’AI anche nella sicurezza per quanto concerne le diverse funzioni aziendali. Ma visto che gli sviluppi dell’AI sono rapidi e di portata ancora sconosciuta, non possiamo dire oggi cosa succederà veramente».
Da una panoramica di Andrea Barni, digital coach della Fondazione Agire, i settori aziendali e industriali al momento stanno utilizzando l’intelligenza artificiale per ottimizzare la catena di approvvigionamento, per migliorare il servizio clienti e personalizzare le offerte, per aumentare l’efficienza delle linee di produzione, per prevedere la manutenzione e per ottimizzare la gestione energetica. Se ne stanno avvalendo anche le banche, il mondo della formazione, la sanità.
La conditio sine qua non per poter cogliere le opportunità presenti e soprattutto future, come sottolineato anche da Barni, è la digitalizzazione. A che punto sono le aziende ticinesi? Per Pesenti, «come detto prima la diffusione dell’AI è ancora abbastanza agli inizi. I processi di digitalizzazione riguardano oramai tutte le imprese; per quelli più direttamente legati all’AI non si può ancora dire lo stesso. La formazione è certamente determinante e le aziende avranno bisogno rapidamente di specialisti».
Guardando alle ripercussioni prossime sul mondo industriale ticinese e generale, «lo sviluppo tecnologico è sempre servito per far fare alle macchine attività ripetitive e pericolose. Poi si è passati ai lavori di precisione ed estrema precisione», rileva, convinto che «la nuova frontiera dettata dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale è quella di creare molte nuove possibilità non esistenti oppure molto difficili per non dire impossibili da realizzare con i tradizionali metodi di produzione. Ad esempio, geometrie dei prodotti che li rendono più efficienti in termini di uso dell’energia, prodotti in grado di rigenerarsi, capacità di calcolo esponenziali che creano nuove applicazioni, ecc». D’altro canto, Pesenti non nascondi rischi esistenti in termina di perdita di posti di lavoro, «soprattutto per posizioni professionali poco o mediamente qualificate».
Si intende che si potrebbero veder penalizzati profili con competenze medio-basse, la cui forza lavoro potrebbe non essere più necessaria, con la contemporanea creazione di opportunità per figure professionali che dovrebbero, per contro, essere altamente qualificate, con conoscenze specifiche nel campo dell’AI a 360 gradi.
Pesenti ritiene che queste ultime potrebbero «chiarire all’azienda utilizzi dell’AI ai quali magari l’azienda stessa non aveva pensato», contribuendo quindi in modo indiretto alla crescita e aprendo nuovi scenari. Importante è essere in grado di formare localmente figure simili. In merito, il Ticino, a livello accademico, pare essere all’avanguardia. Si è mosso con grande vivacità sul fronte dell’offerta formativa universitaria, dando vita all’USI al primo Master in Intelligenza Artificiale della Svizzera, che sta riscontrando grande successo con studenti che trovano facilmente lavoro anche prima della fine del percorso di studi e alla SUPSI al Master of Science in Engineering in Data Science e il Bachelor of Science in Data Science e Intelligenza Artificiale.
Pesenti a tal proposito loda la «risposta interessante della SUPSI che oramai da qualche anno offre una formazione ingegneristica in data science and artificial intelligence”, che ritiene essere “un passo importante” ma non sufficiente: “ce ne vogliono sicuramente altri, anche a livello delle scuole professionali e in altri ordini di scuola».
Insomma, tutti devono essere formati sull’AI, altrimenti il rischio è di essere esclusi dal mondo del lavoro. «Dobbiamo entrare nel merito di aiutare quelle fasce di lavoratrici e lavoratori che si trovano in una “terra di mezzo”, come età e come competenze, che hanno bisogno di sostegno e formazione per utilizzare le nuove tecnologie”, ci tiene a evidenziare».
Come già detto, la risposta, a suo avviso, è dunque la formazione, per tutti: a quel punto, l’AI sarà una occasione di crescita e non di perdita di posti di lavoro, una rivoluzione positiva.