Possiamo riassumere in poche cifre le dimensioni del vostro studio che è ai vertici della progettazione in Ticino e in Svizzera?
«Siamo un affiatato team – racconta Paolo Colombo – che conta un centinaio circa di persone di cui 50 architetti, 35 ingegneri e 15 collaboratori che si occupano a vario titolo della gestione dello studio. Mi piace sottolineare il fatto che un buon numero dei nostri ragazzi proviene dall’Italia ma poi ha scelto di trasferirsi stabilmente in Ticino. Abbiamo sedi a Zurigo, Lugano e a Teheran, mentre altri uffici sono in procinto di essere aperti in funzioni dei grandi lavori che abbiamo in corso nel mondo. Anche se Carlo e io trascorriamo buona parte dell’anno in volo su aerei per raggiungere i clienti e i cantieri, riteniamo necessario, infatti, avere stabili corrispondenti nei diversi Paesi per seguire di persona, giorno per giorno, le varie fasi di avanzamento dei lavori. In ogni caso, in Svizzera si concentra tutta la fase di contatto, ideazione e progettazione, mentre all’estero sono decentrate una serie di mansioni esecutive e di gestione operativa dei lavori».
Il vostro può essere a buon diritto definito uno studio di architettura con una marcata vocazione internazionale…
«Lavoriamo molto in Italia, in Ticino e in Svizzera ma abbiamo costruito o abbiamo cantieri aperti in Iran, Cina, Emirati Arabi, Kazakistan, Canada e in vari altri Paesi del mondo. I nostri interventi spaziano dalla realizzazione del piano urbanistico allo sviluppo del progetto architettonico fino all’esecuzione dei lavori e alla consegna “chiavi in mano” dell’intero complesso o edificio. Credo che un indiscusso punto di forza sia rappresentato dal fatto che il nostro studio non propone un brand definito ma in ogni contesto individua con il committente quale sia la soluzione più opportuna con un’architettura ispirata e fortemente centrata sul concetto di benessere dell’individuo, un palcoscenico emozionale mediato tra arte e funzione, curato nei particolari e funzionale e, naturalmente, attento all’ammontare dell’investimento previsto».
Un elemento sul quale focalizzate la vostra attenzione riguarda il concetto di architettura sostenibile. Che cosa significa?
«L’architettura sostenibile e le tematiche ambientali – prosegue Paolo Colombo – sono entrate a pieno diritto nell’agenda delle imprese, delle comunità locali ed internazionali. E le persone non possono più farne a meno. La parola “sostenibilità” e l’etichetta “architettura sostenibile” dilagano tra architetti e designer fondamentalmente per due ragioni: funzionali e formali. Ogni edificio o oggetto che sia sostenibile deve far trapelare consapevolezza ecologica, quindi attraverso la propria immagine; la sua funzionalità si relaziona al suo rapporto nei confronti dell’ambiente. Dunque, l’architettura sostenibile progetta e costruisce edifici per limitare l’impatto ambientale, ponendosi come finalità progettuali l’efficienza energetica, il miglioramento della salute, del comfort e della qualità della fruizione degli abitanti, raggiungibili mediante l’integrazione nell’edificio di strutture e tecnologie appropriate. Fare architettura sostenibile significa saper costruire e gestire un’edilizia in grado di soddisfare al meglio i bisogni e le richieste dei committenti, tenendo conto già dalla fase embrionale del progetto i ritmi e le risorse naturali, senza arrecare danno o disagio agli altri e all’ambiente, cercando di inserirsi armoniosamente nel contesto, pensando quindi anche ad un riuso totale dello spazio e dei materiali».
L’apertura contemporanea di cantieri in Ticino e in Svizzera, in Europa e nel mondo presuppone, credo, un elevato livello organizzativo…
«Un vanto sicuro del nostro studio è quello di essere riusciti, negli anni e non senza fatica, a stabilire una “gestione manageriale” che coinvolge ingegneri, urbanisti, architetti, ingegneri e varie altre figure professionali, tutti impegnati in un processo rigidamente pianificato e quotidianamente monitorato. Fare architettura, indipendentemente dalla scala dell’intervento, presuppone l’attivazione di un processo non dissimile da quello che caratterizza una moderna produzione industriale. E i nostri committenti riconoscono e apprezzano, oltre alla qualità architettonica, la capacità e la competenza nel gestire l’intero processo».
Lei, Carlo Colombo, è ritenuto uno tra i più importanti architetti e designer italiani. Fin da subito ha disegnato per brand top level e da quel momento ha collezionato centinaia di collaborazioni con i più importanti marchi del design Made in Italy: Antonio Lupi, Arflex, Artemide, Cappellini, De Padova, Flou, Flexform, iGuzzini, Moroso, Poliform, Poltrona Frau, Teuco, Varenna, Zanotta, solo per citarne alcuni. Oltre al disegno di prodotti di arredo e al design, si occupa per le aziende di strategia e di marketing, elabora progetti grafici e cura mostre, lavora come consulente e come direttore artistico. Possibile sintetizzare in poche parole il suo approccio al mondo del design?
«Direi che nei lavori di design cerco di operare progressivamente per riduzione e svuotamento, eliminando il superfluo e prediligendo i materiali naturali, pur utilizzando anche quelli artificiali, valorizzati al massimo nelle loro qualità estetiche e tattili. I miei progetti di interior e architettura sono ugualmente caratterizzati dalla purezza delle linee e dall’astrazione formale, restando sempre ancorati alla realtà produttiva dei materiali. In questo approccio credo che abbia avuto la sua influenza la frequentazione per tanti anni delle botteghe artigiane della regioni da cui provengo dove ho avuto modo di conoscere e apprezzare la qualità di un mestiere fatto con le mani».
Negli ultimi anni lei ha lavorato per alcuni marchi del lusso come Aston Martin, Lamborghini, Maserati e Bentley, fino ai mobili firmati Bugatti. Quali problemi pone lavorare per marchi che vantano una storia cosi importante?
«Nello sviluppare due temi come quelli del luxury car e del luxury brand, ho cercato di mantenere quella che è la mia caratteristica come designer, il mio linguaggio, il mio modo di fare, senza tuttavia perdere mai di vista il rispetto verso la storicità di questi marchi, il loro DNA. La chiave è la capacità di essere coerenti, propositivi, di avere sempre nuove idee, e di avere un partner al tuo fianco che sia altrettanto rispettoso, intelligente e capace per poter portare avanti un’idea del genere».
È possibile indicare un elemento specifico che potrebbe essere indicato come la cifra del suo lavoro di designer?
«La cura del dettaglio, sia che si tratti di un oggetto che di una architettura. Lo sforzo è sempre quello di non lasciarsi influenzare dalle mode del momento ma di cogliere ogni possibile occasione per dimostrare che non tutto è già stato creato, ma che c’è ancora molto da scoprire e raccontare, senza venir meno ad una matrice iniziale di rigore e di purezza».
Il suo lavoro di design non preclude ripetute e importanti incursioni nel mondo dell’arte…
«Ho sempre sviluppato una grande passione per l’arte, sia come fruitore e collezionista che come creatore di oggetti che avessero anche una valenza artistica. Per fare solo uno degli ultimi esempi, 784 è una poltrona-scultura progettata e realizzata assemblando appunto 784 barre di alluminio pieno di sezioni diverse, tagliate e finite in modo da rendere ergonomica la seduta. Questo progetto svolge la funzione di poltrona, ma si colloca in posizione ibrida tra l’oggetto d’arredo e il multiplo d’arte, anche perché la 784 sarà prodotta in soli 9 esemplari, firmati e numerati. Osservato dal punto di vista del mercato il dilemma arte-design oggi appare molto meno contradditorio di quanto possa sembrare: mentre scende il potere d’acquisto della classe media a cui si rivolgeva il design industriale cresce nel mondo il numero di persone che consumano arte, e cresce con essi la domanda di oggetti esclusivi e unici, la cui funzione risulta del tutto secondaria rispetto al valore dell’investimento».