Alfonso Girón Domínguez , quali sono le motivazioni professionali e personali che l’hanno indotta a lasciare la Spagna per trasferirsi in Ticino?

«Mi sono laureato in Architettura presso l’Universitat Politècnica de Valencia e in quella bellissima città sono poi restato alcuni anni lavorando come architetto all’interno del gruppo Typsa, una delle più importanti società immobiliari del Paese, con prestigiosi complessi residenziali per clienti spagnoli e internazionali. Successivamente sono rientrato nella mia terra nativa e sono stato cofondatore a Villarrobledo (Comunità Autonoma Castiglia-La Mancia) di uno studio di architettura specializzato anche nella realizzazione di interni e complementi d’arredo. La svolta è avvenuta nel 2011, quando le condizioni politiche ed economiche della Spagna si erano fortemente deteriorate e con la mia famiglia ho scelto di trasferirmi in Ticino, una regione che conoscevo molto bene per averla più volte visitata, apprezzandone sempre, oltre che il clima, la qualità della vita, la sicurezza, la voglia di guardare con positività al futuro delle persone e della collettività. Un aspetto particolare è poi dato dal fatto che io sono appassionato di ciclismo e il Ticino è un vero e proprio il regno dei cicloamatori. Ho avuto anche modo di collaborare per alcuni anni all’allestimento di diversi show-room della Assos, anche quello a Paradiso».

Ci vuole raccontare quale è la sua idea di architettura e quali sono i principali lavori realizzati in Spagna?

«Credo che la “buona architettura” non abbia bisogna di molte definizioni, basandosi in definitiva su pochi concetti tanto semplici a dirsi quanto molto più complessi da applicare nella realizzazione di un edificio. Per me i valori cardine dai quali non è mai possibile prescindere sono quelli dell’assoluto rispetto delle peculiarità del luogo, che deve essere analizzato nei minimi dettagli; della funzionalità, cioè della costante preoccupazione nell’individuare le soluzioni più idonee a rendere più pratica e gradevole, in una parola migliore, la vita delle persone che in quell’edificio lavoreranno o abiteranno; della bellezza, dando vita a forme e linee essenziali, pulite, contemporanee. L’applicazione di questi elementi è già un buon punto di partenza per progettare edifici che potranno durare nel tempo».

In che misura è stato invece influenzato dalla tradizione architettonica svizzera e in particolar modo dall’Accademia di Mendrisio?

«Nel tempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare le opere di molti architetti che hanno operato in Svizzera e in Ticino come Aurelio Galfetti, Peter Zumthor, Livio Vacchini o Luigi Snozzi per citarne solo alcuni. Si tratta di grandi personalità che hanno ciascuno lasciato un segno nella storia dell’architettura. Non credo però che si possa parlare di una “scuola ticinese” quando piuttosto di percorsi individuali accomunati dal fatto di aver promosso una sorta di “ribellione” nei confronti dai canoni stilistici e accademici fino ad allora dominanti. Ammiro naturalmente anche i progetti di Mario Botta, anche se il suo approccio e le sue scelte architettoniche mi sembrano più convincenti riguardo per esempio ad alcuni edifici religiosi realizzati all’inizio della sua carriera piuttosto che in edifici civili della sua maturità».

Recentemente lei ha realizzato una villa di grande fascino a Carona: quali sono gli elementi architettonici che la contraddistinguono?

«È stato un lavoro che mi ha molto appassionato perché mi ha dato modo di esprimere liberamente quello che dovrebbe sempre essere il ruolo dell’architetto: una sorta di direttore che, con il suo progetto, mette insieme e coordina le peculiarità imposte dal luogo, le normative vigenti, il funzionamento e la professionalità del cantiere, la scelta attenta dei materiali. Nel caso della villa realizzata a Carona, mi piace pensare di essere riuscito a valorizzare al massimo la spettacolare posizione e la sua vista panoramica, distribuendo gli spazi in modo da costituire una continua relazione tra interno ed esterno e dunque con la natura circostante. Direi che, complessivamente, l’edificio si caratterizza per uno stile moderno, dove il minimalismo di alcune soluzioni non penalizza in alcun modo la funzionalità della costruzione. Un altro aspetto che vorrei sottolineare è che il progetto comprendeva anche la realizzazione di tutti gli arredi interni, che sono stati appositamente studiai al fine di raggiungere un’uniformità stilistica ed un ottimale equilibrio tra l’involucro esterno e rivestimento interno».

Nei suoi edifici lei utilizza spesso materiali naturali come la pietra e il legno: quali le ragioni di questa scelta?

«È vero. Per me il legno costituisce una sorpresa continua, e il più antico materiale da costruzione che l’uomo abbia mai impiegato, non finisce mai di stupirmi e soprattutto dimostra attraverso il suo impiego di essere assolutamente contemporaneo e all’altezza di altri materiali innovativi. Anche la pietra è da sempre considerata uno dei materiali edili tra i più pregiati e anche se per un certo periodo è stata soppiantata da altri materiali come il cemento armato, l’acciaio e il vetro, di recente si sono riscoperte le sue preziose qualità. Le costruzioni in legno e pietra non appartengono unicamente alla tradizione, anche se ne sono l’emblema, ma possono scoprire il loro volto moderno pur mantenendo un grande fascino. L’importante è riuscire ad integrarli creando un nuovo equilibrio con altri materiali caratteristici delle contemporaneità».

Il tema della sostenibilità è centrale anche nell’architettura e nell’edilizia: che cosa significano per lei parole come ecosostenibilità e rispetto dell’ambiente?

«Realizzare un’architettura sostenibile significa progettare edifici in grado di minimizzare il loro impatto sull’ambiente, sia in termini di materiali e tecniche di costruzione utilizzate, sia in termini estetici, sia in termini di prestazioni energetiche. Purtroppo queste buone intenzioni sono molto spesso ridotte a retoriche dichiarazioni “di facciata” cui non fanno seguito comportamenti coerenti. Fare della “buona architettura” vuol dunque dire cercare di definire un modello di casa (e di costruzione più in generale) che sia sostenibile e allo stesso tempo realizzabile a basso costo come risposta efficace e facilmente replicabile al cambiamento climatico e alla crisi abitativa mondiale, senza tuttavia trascurare mai il concetto di funzionalità e l’obbiettivo di progettare qualcosa di bello che soddisfi anche il nostro gusto estetico».

Lei si occupa anche di architettura d’interni e di fotografia. Come nascono queste passioni e come si inseriscono nel suo percorso professionale?

«L’architettura d’interni è una disciplina che ho sempre praticato, dando anche vita, nel corso della mia vita, a studi professionali specializzati nella progettazione, realizzazione e commercializzazione di arredamenti e complementi d’arredo. La fotografia è invece una passione più recente ma che vivo con intensità e che trovo assolutamente complementare al mio ruolo di architetto. La fotografia di architetture e particolarmente quella d’interni sta vivendo una fase di rinascita. In un’epoca in cui tutti si improvvisano fotografi grazie a uno smartphone, le caratteristiche di uno scatto professionale rischiano ancora di non essere percepite come distintive. Eppure è evidente che una foto scattata da un’angolazione particolare e con la luce giusta può cambiare totalmente l’impressione su chi osserva. Quando di tratta di mostrare il progetto o la realizzazione di una casa, di dover mostrare le un ambiente l’occhi di un bravo fotografo d’interni fa la differenza».