Urbano Cairo, quali sono a suo giudizio le dinamiche che regolano oggi il mondo dei media e quale evoluzione futura prevede?

«Stiamo attraversando un periodo molto particolare in cui è quanto mai importante capire i trend di mercato. Sono stato di recente negli Stati Uniti per un giro di incontri con i più importanti editori e direttori di testate nazionali, internazionali, locali, televisioni, siti. Ho visto alcuni giornali molto in salute e alcuni siti e sistemi in situazioni molto meno brillanti. In ogni caso siamo in una fase di totale trasformazione. Una volta c’era il giornale di carta e basta. Oggi c’è un giornale che ha un sito internet, abbonamenti, social, podcast: di tutto e di più. Ogni giorno condividiamo un proliferare di idee, di specializzazioni, di capacità e un giornalista non deve soltanto scrivere un pezzo, ma deve saper fare molte cose in più. Quindi è tutto molto più divertente ed eccitante, anche se, evidentemente, questa complessità deve essere conosciuta, interpretata e gestita».

Lei riveste un ruolo di primo piano nel mondo dell’editoria, della televisione, della carta stampata. Che significato ha oggi parlare di “giornalismo di qualità”?

«Può sembrare un apparente paradosso di fronte una molteplicità di voci, non sempre adeguatamente qualificate, che affollano il mondo dei media, parlare di ricerca di un giornalismo di qualità, coerente rispetto ai principi e ai valori etici di questa professione. Eppure, proprio la grande confusione che spesso si crea, soprattutto a causa dell’invadenza dei social media, sembra spingere in senso opposto e c’è una fascia importante di lettori, per esempio di quotidiani, sia nella loro versione cartacea che in quella on line, che ricercano e richiedono sempre più spesso un utilizzo corretto dell’informazione, e cioè accurata verifica delle fonti, qualificati approfondimenti, confronti basati su fondati argomenti e non dettati solo da preconcette opinioni. Una corretta informazione significa mettere in condizione la gente a casa di sapere veramente qual è la verità, lasciare totale autonomia ai giornalisti per andare veramente a cercare quella che è la verità. Insomma lo spazio per un buon giornalismo esiste ed è doveroso che abbia un credito sempre maggiore, nonostante tutti i conformismi, le semplificazioni, la disinformazione».

In che modo è possibile preservare una corretta informazione rispetto alla dilagante influenza esercita dai social media?

«Uno degli aspetti più caratteristici delle società odierne è la velocità, che si tratti della velocità di produzione di beni, o quella degli spostamenti, oppure la velocità nell’ambito delle relazioni sociali. Per questo motivo i social media sono così popolari: le notizie vengono diffuse con grande rapidità, sono in continuo aggiornamento e perciò sono uno strumento perfetto per restare costantemente aggiornati su quello che succede in ogni parte del mondo. L’immediata diffusione dell’informazione vale non solo per le informazioni valide, ma funziona naturalmente anche per la propagazione di fake news che fanno cadere le persone nella trappola della disinformazione. Riconoscere le false notizie diventa dunque non solo un “dovere” per ogni buon giornalista, imponendo un’attenta e laboriosa attività di controllo della veridicità delle informazioni, sottoponendo alla “prova dei fatti” la versione della storia che ci è stata trasmessa o cercando fonti autorevoli che la confermano (e che hanno fatto questo lavoro per noi)».

All’interno delle sue varie attività come fa a riconoscere le persone di valore e quale politica persegue per valorizzare gli autentici talenti?

«Nei giovani e meno giovani che collaborano con me ricerco soprattutto tanta curiosità, voglia di conoscere, di capire, di ascoltare la vita delle persone. E poi le competenze digitali, oggi sempre più essenziali che mai. Inoltre, bisogna sempre credere in ciò che si fa ed essere ottimisti, perché il genio è 10% talento, 90% duro lavoro».

Hai mai valutato l’ipotesi di entrare direttamente in politica?

«Mi è stato chiesto più volte di scendere in politica e non è un segreto l’offerta che qualche anno fa mi venne fatta di candidarmi per la carica di Sindaco di Milano. Ci ho pensato, ma poi ho valutato che l’impegno politico, così come quello imprenditoriale, richiede una dedizione totale, in termini di tempo come di risorse, e io sono già sufficientemente occupato nel portare avanti nel miglior modo possibile le imprese che mi vedono coinvolto».

Che cosa rappresenta per lei il mondo del calcio: passione, popolarità, investimento o che altro?

«Il calcio, così come è oggi organizzato e come lo sarà sempre di più in futuro, comporta necessariamente la coesistenza di molti aspetti diversi. Nel caso mio posso dire che tutto nasce da lontano, quando da giovane cominciai a giocare in modo non professionistico a pallone. La passione coltivata nel corso degli anni per il Toro mi ha indotto a cogliere l’opportunità di acquistare quella società che è sempre stata nel cuore della mia famiglia. Quanto agli investimenti devo dire che oggi solo pochissimi club in Europa potrebbero, se anche lo volessero, sostenere i costi che una squadra di alto livello impone. Sono perciò molto contento del fatto che il mio Torino sia in grado di competere con altre squadre italiane che hanno bilanci molte volte maggiori del nostro».

Imprenditori si nasce o si diventa?

«Per diventare imprenditori penso che sia soprattutto necessario avere la capacità di trasformare le proprie passioni in imprese seguendo allo stesso modo un approccio rigoroso al business e uno slancio quasi istintivo verso sfide sempre nuove. Sotto questo aspetto la Bocconi ha svolto un ruolo fondamentale nella mia formazione perché mi ha insegnato a competere e ad affermarmi a livello internazionale. Oltre agli elementi di economia, di politica economica, di sociologia, di marketing, di organizzazione del lavoro appresi nel corso degli studi, ritengo essere stati fondamentali l’abitudine al rigore, alla disciplina, alla continuità nell’applicazione di un metodo. Durante l’università vinsi una borsa di studio e frequentai un semestre alla New York University. Quella fu un’esperienza fondamentale, anche se la passione per la comunicazione l’avevo da sempre. In famiglia leggevamo il Corriere della Sera e io compravo spesso anche La Notte perché all’epoca c’era un direttore molto bravo, Stefano «Nino» Nutrizio, capace di fare un quotidiano innovativo e popolare. La tv intanto stava crescendo ed era un mondo che mi attirava. Negli Usa mi imbattei in una forma di comunicazione televisiva più evoluta rispetto a quella a cui ero abituato in Italia e volli approfondire quel mondo. Quando tornai in Italia pensai subito che dovevo parlare di tutto quello che accadeva in Usa, e che avevo capito, con l’imprenditore che, in quel momento, si stava muovendo di più nel settore: Silvio Berlusconi».

Infine, quali sono le doti più importanti a cui occorre fare ricorso per avere successo nella vita?

«Creatività coniugata al rigore, coraggio, energia, profondo senso logico, capacità di sognare e pragmatismo. Porsi ambiziosi traguardi deve continuare a essere il pensiero guida di un imprenditore, senza mai demoralizzarsi, impegnandosi a cogliere al volo le opportunità. Immaginare nuove possibilità è un esercizio costante per me. Certamente ci sono dei momenti nei quali bisogna concentrarsi per dare concretezza e solidità a un nuovo progetto e allora non c’è più molto margine per divagare perché ci sono conti da risanare, posti di lavoro da mantenere, decisioni da prendere. Però appena le acque si calmano e la situazione si stabilizza io comincio già a pensare a quello che potrebbe essere il passo successivo».

Urbano Cairo

Nato a Milano, Urbano Cairo è presidente di Cairo Communication e di Rcs MediaGroup (della quale è anche amministratore delegato). Laureato nel 1981 in Economia aziendale alla Bocconi con una tesi su «La strategia finanziaria delle medie imprese industriali in fase di espansione», è entrato in Fininvest all’indomani del diploma e vi ha percorso una lunga carriera manageriale diventando anche amministratore delegato di Mondadori Pubblicità. Nel 1995 il salto a imprenditore con la fondazione di Cairo Pubblicità. Nel 1999 acquisisce l’Editoriale Giorgio Mondadori, nel 2003 dà vita a Cairo Editore, oggi leader nel mercato dei settimanali, del 2013 è l’acquisizione del canale televisivo La7 e del 2016 l’Opas a seguito della quale diventa azionista di maggioranza di RCS Media Group. Dal 2005, inoltre, è proprietario del Torino Football Club.