In un contesto economico e sociale in trasformazione, quale ruolo può avere oggi una banca fortemente radicata nel territorio?
«Il ruolo fondamentale di una banca rimane naturalmente quello di svolgere con competenza la propria attività: finanziare progetti, accompagnare investimenti, gestire il risparmio e mettere in relazione chi dispone di capitali con chi ne ha bisogno. Ma per una banca cooperativa come la nostra credo sia necessario andare oltre. I nostri soci sono in gran parte persone che vivono nel territorio in cui operiamo e questo ci attribuisce una responsabilità particolare.
Significa prestare attenzione alle iniziative che possono generare valore per la regione e, nello stesso tempo, accompagnare il cliente in una riflessione più ampia. Quando, per esempio, affrontiamo il finanziamento di un’abitazione, non ci limitiamo necessariamente all’ipoteca: possiamo richiamare l’attenzione sull’efficienza energetica dell’edificio, sulle possibilità di rinnovo, sui costi futuri o sulla pianificazione finanziaria complessiva.
È in questo senso che ci definiamo sempre più una banca di consulenza: non semplicemente un luogo nel quale acquistare un prodotto finanziario, ma un interlocutore capace di comprendere la situazione del cliente nel suo insieme e accompagnarlo nel tempo».
Questa impostazione è strettamente legata anche al vostro concetto di sostenibilità. Che cosa significa concretamente?
«Per noi sostenibilità significa considerare contemporaneamente la dimensione economica, quella ambientale e quella sociale. Non può ridursi alla realizzazione di un edificio efficiente o alla proposta di un prodotto finanziario sostenibile: deve diventare un’attitudine. Una scelta è davvero sostenibile quando funziona nel lungo periodo. Un investimento che riduce il consumo di energia, per esempio, può comportare inizialmente un costo maggiore, ma diminuire nel tempo i costi di gestione e l’esposizione alle oscillazioni dei prezzi energetici.
Credo inoltre che una banca abbia anche una funzione di esempio. Non possiamo chiedere agli altri di adottare determinati comportamenti se noi per primi non cerchiamo di metterli in pratica. L’obiettivo è quello di essere in qualche misura “contagiosi”: mostrare che alcune scelte sono possibili e che possono produrre risultati positivi».
La nuova sede di Savosa rappresentare fisicamente questa filosofia…
«Quando abbiamo iniziato a progettare la sede, avremmo potuto limitarci a risolvere una necessità logistica. Abbiamo invece deciso di cogliere l’occasione per ripensare anche il modo in cui una banca può inserirsi nel proprio territorio. Volevamo un edificio funzionale all’attività bancaria, naturalmente, ma anche aperto, trasparente e capace di dialogare con ciò che lo circonda. Persino la scelta del vetro ha per me un significato: una banca è tradizionalmente associata alla riservatezza, e la riservatezza resta naturalmente garantita, ma questo non significa che debba essere un luogo chiuso. La sede fisica continua ad avere un valore importante anche in un mondo sempre più digitale. Possiamo utilizzare il telefono per moltissime operazioni, ma le persone hanno ancora bisogno di sapere che dietro quel sistema esistono un luogo, delle competenze e soprattutto delle persone alle quali rivolgersi. Il digitale deve semplificare la relazione, non sostituirla».
L’edificio ha ottenuto importanti certificazioni nell’ambito della sostenibilità. Quali soluzioni considerate più significative?
«Abbiamo voluto realizzare l’edificio secondo criteri molto rigorosi, ottenendo la certificazione SNBS e adottando soluzioni di elevata efficienza energetica e ambientale. È stato un percorso impegnativo perché ogni scelta di maggiore qualità comporta inevitabilmente una discussione sui costi. L’impianto fotovoltaico è un esempio concreto. Abbiamo inoltre costituito una comunità energetica che permette di utilizzare l’energia prodotta non soltanto per la banca, ma anche per gli altri fruitori dell’edificio, aumentando l’autoconsumo. Una parte importante riguarda la mobilità elettrica. Molti posteggi sono già dotati di colonnine di ricarica e l’energia prodotta durante il giorno può essere utilizzata direttamente per ricaricare i veicoli. Parallelamente sosteniamo anche chi utilizza i trasporti pubblici. La sostenibilità non deve trasformarsi in una contrapposizione tra soluzioni, ma nella ricerca di un equilibrio capace di ridurre complessivamente la nostra impronta ecologica».
Avete in ogni caso concepito la sede anche come un luogo aperto a incontri ed eventi. Perché questa scelta?
«Crediamo molto nel dialogo. Uno dei problemi che vedo nella società contemporanea è che siamo continuamente raggiunti da informazioni, newsletter, social media, messaggi digitali, ma non necessariamente comunichiamo meglio. Spesso partiamo dalle nostre esigenze e dalle nostre conoscenze senza domandarci quale sia il punto di vista dell’interlocutore. Ci parliamo, ma non sempre ci comprendiamo. Abbiamo aree che possono ospitare formazione, workshop, assemblee, eventi e momenti di confronto, utilizzabili anche indipendentemente dall’apertura ordinaria della banca. Sono spazi a disposizione delle nostre attività, naturalmente, ma che possono essere utilizzati anche da associazioni, enti, imprese o gruppi che propongano iniziative coerenti con i nostri valori. Un incontro ha valore quando una persona torna a casa con qualcosa che prima non aveva: un’informazione, un’idea, una conoscenza o un’opportunità. Questo è il tipo di relazione che vogliamo favorire».
Un simile approccio richiede però anche un diverso modo di relazionarsi con la clientela.
«Certamente, ed è un lavoro continuo. Per noi la comunicazione non coincide con il marketing o con la sponsorizzazione. Significa innanzitutto comunicazione interna e capacità dei collaboratori di instaurare una relazione autentica con il cliente. Per questo investiamo nella formazione e cerchiamo di sviluppare una cultura basata sull’ascolto. Cerchiamo di applicare un principio molto semplice: servire il cliente come vorremmo essere serviti noi. Significa non essere evasivi, dedicare attenzione alle sue esigenze e cercare di capire realmente quale sia il problema da risolvere».
Come si traduce questa attenzione alla sostenibilità nella consulenza e negli investimenti?
«Innanzitutto, rendendo il cliente consapevole delle possibilità esistenti. Nell’ambito immobiliare, come dicevo, possiamo favorire una riflessione sull’efficienza energetica e sugli interventi di rinnovo. Nell’ambito degli investimenti e della previdenza disponiamo invece di prodotti orientati alla sostenibilità che possiamo proporre alla clientela. La decisione resta naturalmente sempre del cliente, ma quanto maggiore è la conoscenza, tanto più una decisione può essere coerente con le esigenze e con i valori della persona».
Il modello cooperativo rafforza questo rapporto con il territorio?
«Senza dubbio. Essere una banca cooperativa significa avere una relazione particolare con la comunità nella quale si opera. Cerchiamo di sostenerla attraverso sponsorizzazioni, collaborazioni e iniziative locali, con un’attenzione particolare ai giovani e ai settori giovanili dello sport. Abbiamo inoltre strumenti come la piattaforma di crowdfunding “Eroi locali”, che consente di raccogliere risorse per progetti nati sul territorio. In determinati casi la banca stessa decide di accompagnarli direttamente. Essere parte di un territorio significa anche partecipare in prima persona e mettersi in gioco. I nostri collaboratori vivono qui, incontrano i clienti fuori dalla banca, frequentano gli stessi luoghi e partecipano alla stessa comunità. È questa vicinanza che permette di capire meglio esigenze e opportunità. Alla fine, il vero valore di una banca sono le persone. È su questo equilibrio tra innovazione e dimensione umana che vogliamo costruire la banca del futuro ed il rapporto di fiducia con i nostri clienti».



