Gli impieghi, già al momento, potrebbero essere ampi, come spiega Colin Porlezza dell’Istituto di media e giornalismo (IMeG) dell’USI: «Anche se per lungo tempo è stata concepita quasi esclusivamente in relazione alla produzione automatica di testi, le sue applicazioni spaziano dall’individuazione di tendenze alla ricerca e verifica delle fonti, dalla trascrizione di interviste all’assistenza nella scrittura, fino alla generazione automatica di testi e all’analisi dei dati di consumo». In termini ancor più pratici, per Paride Pelli, direttore responsabile del Corriere del Ticino, «può velocizzare la ricerca di fonti, aiutare nella stesura di bozze, per presentazioni oltre ad analizzare grandi quantità di dati».
Secondo Roberto Porta, direttore dell’Associazione ticinese dei giornalisti e giornalista RSI, potrebbe in linea teorica «sostituire l’essere umano e con esso diverse categorie professionali, tra cui purtroppo anche la nostra». È però convinto che ai giornalisti restino «diverse carte da giocare: la creatività, la presenza sul posto (pensiamo alla realizzazione di reportages che ci parlano delle tante realtà delle nostre società). E poi c’è l’aspetto centrale che è quello del controllo e della verifica delle notizie, dove la presenza umana è indispensabile, in un mondo già inondato da fake news di tutti i tipi», così come nelle trascrizioni di interviste.
Uscendo dai confini cantonali, «il nostro obiettivo principale è fornire alle redazioni strumenti utili per automatizzare i compiti ripetitivi e migliorare l’esperienza di lettura del nostro pubblico. In tutto ciò, trasparenza, controllo e rispetto degli standard giornalistici restano la nostra priorità assoluta», ci spiega l’ufficio comunicazione del gruppo Tamedia.

Marcello Foa sottolinea come già il periodo storico sia caratterizzato da «un copia e incolla parzialmente rifatto» che risponde alle esigenze, in particolare dei portali online, di pubblicare per primi la notizia, spesso ripresa da agenzia, per generare traffico. «Se il giornalismo è quello, si potrebbe essere sostituiti. Ma conto che i migliori colleghi possano trovare un supporto per migliorare qualitativamente il loro lavoro».
La ricerca rapida di fonti appare al momento il vantaggio e l’uso principale dell’AI nel giornalismo: può però nascondere varie insidie che potrebbero mettere a rischio la neutralità dell’informazione, per dirla con l’ex presidente della Rai, «a risposte ideologicamente e politicamente orientate, senza la certezza che siano state elaborate in modo tale da avere una visione equa ed equilibrata». Pelli sottolinea anche quanto «l’AI si ciba di informazioni, ragion per cui è molto difficile che sia in grado di sfornare uno scoop, ossia di anticipare una notizia, e nel giornalismo, è un limite non da poco».
Come in altri settori, quindi, l’intelligenza artificiale è in grado di automatizzare alcune funzioni, come la trascrizione di interviste, liberando tempo per compiti che possano dare realmente un valore aggiunto, come «la ricerca di notizie, contatti, studio di dossier, scrittura accurata di un articolo, inchieste» per Porta, «la parte creativa, investigativa e analitica» per Pelli, in generale per quelle attività, come l’inchiesta e gli approfondimenti, dove non si può e non si deve prescindere dalla presenza umana.
Il segreto pare stare, secondo i nostri interlocutori, nell’uso intelligente ed etico, che utilizzi la tecnologia per potenziare l’essere umano e non per sostituirlo. Certo è che in un momento dove molti media devono contenere i costi, gli articoli generati in automatico potrebbero permettere una continuità redazionale senza la presenza fisica di giornalisti e di consentire a ciascuno di produrre una grande quantità di pezzi al giorno, come non sarebbe possibile altrimenti. «Ma i lettori, dopo un po’, se ne accorgono», sostiene Foa, che cita l’esempio di TV Blog, un sito italiano realizzato completamente con l’AI, che non pare convincere il pubblico. In questo senso, rientra il tema dell’etica. Se al momento non vi sono delle linee guida codificate e con valore legale, per Porlezza «le redazioni sono chiamate a garantire trasparenza, spiegando anche pubblicamente in modo chiaro quali strumenti IA vengono utilizzati, per quali finalità e con quali limiti». A livello svizzero, aggiunge Roberto Porta, l’ATG fa riferimento alle proposte del Consiglio svizzero della stampa, che nelle sue linee direttrici ad esempio dice che «i contenuti creati con l’aiuto di un programma d’AI devono essere segnalati come tali», nella «massima trasparenza possibile».
Nel gruppo CdT, «pur fidandoci ciecamente dei nostri giornalisti, intendiamo implementare delle linee guida che possano regolamentare in maniera più chiara e circostanziata l’utilizzo dell’AI nel nostro lavoro, anche perché l’AI stessa sarà sempre più presente in futuro e bisognerà avere gli strumenti per gestirla nel migliore dei modi», mette i puntini sulle i Pelli. Che, dirigendo un network che integra tipologie diverse di media, da giornali cartacei a portali online, nota come «l’uso e l’efficacia dell’intelligenza artificiale variano a seconda del tipo di giornalismo e dei media. Per esempio, nel giornalismo di attualità, può aiutare a generare contenuti rapidi e di qualità accettabile, ma potrebbe mancare di profondità e di analisi umana. Per le inchieste, invece, il suo impiego ha molto meno senso, perché il lavoro investigativo richiede relazioni, intuizioni e investigazioni che solo le persone possono fare».
Se le potenzialità appaiono ampie, l’applicazione al momento non sembra diffusa. Per Foa viene utilizzata in Ticino singolarmente da qualche giornalista e non a livello redazionale in maniera strutturale. Tamedia invece attualmente «impiega l’AI modo mirato, per supportare i nostri giornalisti nel lavoro quotidiano – ad esempio con lo strumento Ask the Archive, che consente di cercare tutti gli articoli pubblicati digitalmente da Tamedia grazie all’IA e, attraverso una funzione di chat, permette un’interazione diretta con i contenuti. Anche i nostri lettori possono beneficiare di un’esperienza d’uso migliorata, per esempio grazie alla funzione di lettura automatica supportata da IA o all’uso di chatbot», pur nella convinzione che «trasparenza, controllo e rispetto degli standard giornalistici restano la nostra priorità assoluta».
Quasi nessun giornalista, rivela un sondaggio interno del gruppo, «teme di perdere il proprio posto di lavoro a causa della tecnologia. Il nostro scopo, infatti, non è ridurre il personale, ma investire e sviluppare ulteriormente i nostri prodotti grazie all’intelligenza artificiale». Per contro, l’uso dell’AI nel giornalismo può impattare sulla fiducia dei lettori, non certo ai massimi storici, come rivela uno studio condotto da Fog nel 2024 e citato da Porlezza. «La ricerca mostra che l’impiego dell’intelligenza artificiale nel giornalismo comporta effetti ambivalenti: da una parte, può aumentare l’efficienza operativa; dall’altra, solleva interrogativi critici sull’impatto che la tecnologia può avere sulla qualità dell’informazione e sulla percezione dell’autorevolezza di una professione già sottoposta a forti pressioni economiche e simboliche». Per Porta, gli effetti potenzialmente negativi sono indiretti e si legano a quelli portati dai social media: il loro utilizzo, «anche per questioni di poco conto», sottrae tempo «che potrebbe essere utilizzato per seguire l’informazione, leggere un giornale, ascoltare la radio, guardare un telegiornale o collegarsi ad un sito di informazione online. La rivoluzione tecnologica nella quale ci troviamo sta danneggiando il nostro settore, anche in questo modo».
Come sempre, la formazione rimane centrale. I membri di ATG sollevano il tema in incontri formali e non, e degli aggiornamenti sono attualmente presenti nei Corsi di giornalismo della Svizzera italiana, rivolti non solamente ai professionisti in formazione. Marcello Foa rimarca l’importanza che i giornalisti che escono dalle scuole siano più formati anche a livello tecnico, anche se vede un problema a monte: «sono le scuole stesse a essere in crisi, perché lo è la professione, sempre meno attrattiva». Ma chiude con un segnale di speranza: «La vera differenza nel nostro lavoro la fa la parte emotiva e personale, tutto ciò che è interpretativo, intuitivo, non il tecnicismo razionale ma quello magico e inesplorato tra cuore e cervello», che l’AI non può riprodurre.
Insomma, se il giornalismo in generale non pare godere di ottima salute, l’intelligenza artificiale viene al momento vista come un complemento, dal sicuro potenziale e non ancora del tutto implementato, che non sarà in grado di risolvere la crisi ma nemmeno pare destinato a una spallata definitiva alla categoria.



