Incontro Mino Caggiula nel suo studio di architettura a Lugano. I locali sono invasi da plastici, tutti diversi tra di loro, come se la firma dello stesso architetto non ci fosse.

«Scusami il ritardo, ma le mie giornate iniziano presto e finiscono tardi»

Non faccio fatica a immaginarlo, anche perché lo studio è diventato grande…

(Sorride) «Effettivamente…inoltre, non so se lo sai, ho anche uno studio a Milano, che si occupa di progetti in Italia, e collaboro con uno studio a New York. Ci sono notti in cui mi capita di svegliarmi e meditare, devo ricalibrarmi con la realtà».

È per questo che insisti sull’importanza dello star bene?

«Il benessere oggi è una conquista sempre più complessa per tutti noi e sempre più difficile da raggiungere, lo vedo sulla mia pelle. Se mi sveglio a volte in mezzo alla notte ci sarà un motivo… anche perché non metto la sveglia» (ride).

Allora iniziamo a parlare di te attraverso un tuo progetto che mi è piaciuto molto: l’Atelier Trepp, ad Origlio…

«Perfetto, ti va bene se inizio dalle basi? Esattamente come quando incontro un cliente per la prima volta?»

Certamente…

(respiro) «Allora, i mei progetti nascono tutti nel rispetto di un mio protocollo, quello che ho maturato negli anni e che ho cristallizzato in Open Being o Being Open».

(Mino Caggiula mi mostra un libro, il suo libro, Open Being, un viaggio attraverso i suoi pensieri che si cristallizzano nei progetti realizzati).

«In poche parole, prima ancora di iniziare a immaginare bisogna saper aprire la mente, cercare di captare anche quello che il committente non ci dice, intuire le esigenze non soltanto del nostro cliente, ma specialmente dei fruitori ultimi delle nostre architetture, quindi i reali bisogni della comunità. Dobbiamo sempre tenere presente che dal punto di vista antropologico noi tutti necessitiamo di protezione, siamo una generazione indoor, passiamo la maggior parte della nostra vita all’interno di stabili e quindi il sentirsi a “casa” – anche in un ristorante, in ufficio, in un albergo o in qualsiasi tipologia di asset class – diventa indispensabile. Solo dopo aver definito i desideri e le necessità di chi ci commissiona il progetto andiamo sul luogo della futura costruzione. A questo punto la posizione, ma anche la morfologia del territorio, la meteorologia, la memoria di un luogo, le condizioni geopolitiche iniziano ad influenzare la nostra, per così dire, bozza mentale».  

Immagino che a dipendenza del luogo scelto dobbiate studiare usi e costumi della regione, nel rispetto delle costruzioni precedentemente edificate…

«Certamente, questo lavoro di ricerca richiede del tempo, ma porta un grande valore aggiunto alla progettazione, alla fase di concept e di creazione, che ogni volta mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Prendiamo come esempio l’Atelier Trepp a Origlio, in quel caso la committente era una scultrice ecuadoriana che vive tra l’Ecuador e la Svizzera. Osservando le sue sculture, parlando con lei, sono rimasto colpito dalla sua estrema sensibilità e capacità di catturare l’essenza di una persona in un momento preciso della vita. Ammirando la sua capacità di plasmare la materia ho visitato il terreno di Origlio e da qui è nata l’idea di modellare la costruzione seguendo i dislivelli della terra, così come i greci costruivano i loro teatri, in perfetta sintonia con la natura circostante».

Parli di un concept, concetto, ma nei tuoi progetti ci sono molte ispirazioni diverse che si incrociano…

«Certo, ma c’è sempre un concept iniziale, seguito poi da un flusso di idee, di altre ispirazioni. Un’idea nasce dalla fusione di elementi conosciuti, solo ciò che sappiamo può produrre ciò che immagineremo attraverso relazioni inedite. Ho una costante fame di sapere: esplorando zone sconosciute e affrontando tutto quello che mi spaventa. Per questo ogni giorno, prima di andare al lavoro, ho la costante abitudine di leggermi una decina di pagine di un libro che di volta in volta scelgo tra le mie passioni con una predilezione sull’improving personale. Ma torniamo a noi…come puoi vedere al centro dell’Atelier ho progettato un cenote: l’ispirazione mi è venuta guardando delle fotografie di queste magiche grotte naturali di acqua dolce, tipiche del Sud America, luogo dove l’artista Alice Trepp è nata. Da qui è avvenuta l’elaborazione: ho posizionato il cenote nel punto energetico centrale del progetto, così che potesse catturare la luce naturale, la quale a sua volta si rispecchia e si rifrange nell’acqua, il tutto attorniato da un verde vivo. Per un artista  lo spazio fondamentale è chiaramente l’atelier, che in questo caso ruota tutt’attorno al cenote. Ma non è tutto! L’artista può anche toccare questo spazio, sdraiandosi nello specchio d’acqua, adagiandosi morbidamente nell’immerso ghiaietto nero arrotondato di colore nero, circondata dal suono ovattato della natura, ammirando le nuvole in movimento, accompagnata dal cinguettio degli uccelli, dal fruscio del profumato gelsomino caduco. Un luogo per la ricerca del sublime nell’ordinario per l’artista, prima, durante e dopo la creazione delle sue opere d’arte. Un metodo  progettuale  capace di coinvolgere, in modo equilibrato, le necessità dell’individuo e la natura del luogo in un unicum compositivo, un approccio che per l’Atelier Trepp ci ha onorat o  e insignito  di otto premi internazionali, vinti tra award di architettura e landscaping . Il progetto è stato globalmente  inserito in  innumerevoli pubblicazioni e  vari  staging  sono stati effettuati  per campagne pubblicitarie in diversi brand internazionali tra cui Maybag – Mercedes Benz».

Ma come scegli gli artigiani quando l’errore non è un compromesso possibile?

«Ho le mie persone di fiducia, lavoro con artigiani del posto e li faccio sentire parte integrante del mio progetto, solo così si ottiene l’eccellenza. I disegni del mio team non ammettono errori, le parti devono coincidere perfettamente, al millimetro. D’altra parte io, così come le mie collaboratrici e collaboratori, siamo lì con loro. Non ci si può presentare in cantiere con giacca e cravatta e alzare la voce, bisogna saper lavorare in team, dove ogni singola azione ha la sua importanza. D’altronde nasco come magutt…un muratore». 

Mi dai l’occasione di parlare del tuo passato. Sei nato in Provincia di Lecce, ma praticamente sei subito arrivato in Svizzera…

«Inizialmente i miei genitori si sono trasferiti per un breve periodo nella Svizzera tedesca, solo in un secondo tempo siamo venuti in Ticino, a Solduno, dove mio papà faceva parte della direzione dell’allora Hotel Muralto. Poi, per stare più vicino alla famiglia, ha deciso di prendere la gestione del ristorante della pista di ghiaccio di Ascona, la Siberia, dove siamo stati vent’anni».

Possiamo dirlo che non eri uno studente modello?

(Ride). «Certo. Ero un ragazzino vivace, ed effettivamente non avevo molta voglia di studiare. Finite le scuole dell’obbligo ho iniziato a lavorare nell’impresa di costruzioni di Michele Barra, non tanto per caso… all’epoca era, tra le tante altre cose, nella dirigenza dell’Hockey ad Ascona e quindi mi sono proposto per lavorare con lui, dapprima come manovale, poi come muratore».

Segui l’apprendistato di muratore, segui dei progetti in cantiere, ma poi cosa succede?

«Era inverno e la neve mi entrava nel colletto, con la cazzuola stavo togliendo la neve che si era depositata in un cassero prima del getto del calcestruzzo e mi sono detto: “Mino, forse è arrivato il momento di fare qualcos’altro”. Senza esitazione mi sono iscritto alla maturità tecnica, sono stati anni molto impegnativi perché avevo delle lacune scolastiche non indifferenti. Superata la maturità sono andato alla SUPSI per approdare poi all’Accademia di architettura a Mendrisio. Studiavo e lavoravo da Michele, non potevo pesare troppo sulla mia famiglia. All’Università ho realizzato che le mie conoscenze tecniche erano buone, ma mi mancava tutta la parte umanistica; quindi, ancora una volta, ho dovuto recuperare parte degli studi che i miei compagni avevano acquisito negli anni».

Tutto sembra filare liscio quando, prima del Master, decidi di partire per gli Stati Uniti…

«Ho pensato “adesso o mai più”, volevo perfezionare il mio inglese in un luogo carico di ispirazione. I primi tre mesi a New York li ho passati a studiare la lingua poi mi sono ritrovato con il libro del telefono in mano, l’ho guardato, e ho cercato il contatto di Kenneth Frampton, uno dei più famosi storici di architettura del mondo. Pensa che l’ho chiamato a casa e gli ho detto che avevo letto tutti i suoi libri e che mi sarebbe piaciuto incontrarlo».

Sembra quasi un film all’americana…

«In un certo senso lo è stato. Ho incontrato Frampton alla Columbia University, ho avuto la possibilità di seguire tutti i suoi corsi e quando avevo bisogno di un lavoro sono andato da lui. È stato lo stesso Frampton ad alzare la cornetta e chiamare Steven Holl, uno dei più grandi architetti a livello mondiale, mettendomi in contatto con lui. Ma non è stato facile…Ho dovuto chiamare in studio tutti i giorni per un mese, prima di avere una possibilità. Inizialmente mettevo a posto le riviste, alla fine, visto che Steven adora i plastici, sono stato incluso in importanti progetti, concorsi d’architettura in Francia, Danimarca e Cina che abbiamo vinto e costruito. Quando però alla fine di questa esperienza fantastica durata quasi due anni ho ricevuto un’offerta a tempo indeterminato dallo studio statunitense, ho deciso di rifiutare e sono tornato in Ticino continuando a lavorare partime con Steven Holl, ma anche studiando per concludere il mio Master».

Ora hai due studi, con il sogno concreto di lavorare anche a New York, non ti fermi mai?

«Sto bene a Lugano, ho una famiglia fantastica, tre figlie e una compagna di vita meravigliosa. Ylenia, oltre ad essere una splendida donna, è mamma. Presente e apprensiva, una Personal Mental Coach in Ayurveda, molto attiva, con la quale condivido i miei valori di benessere, o meglio, è lei a ispirarmi in un continuo scambio pratico e intellettuale. Ma non ti nascondo che di tanto in tanto ho bisogno di spostarmi lavorativamente, per rigenerarmi, mettermi in gioco. La mia non è fame di successo, ho semplicemente una passione irrefrenabile per l’architettura, per il costruire benessere».

Ci sono molti architetti attivi in Ticino, ma pochi grandi giovani nomi…

«Non è per niente facile da un lato, e dall’altro dobbiamo accettare che i vecchi maestri, penso a Galfetti, Vacchini e Snozzi non ci sono più. È rimasto Botta e nessuno dei giovani per ora ha raggiunto la sua fama. Penso anche che l’architettura del futuro si scosterà da quanto progettato dai grandi nomi ticinesi. Il punto non è più essere riconoscibili, ma prendersi cura degli individui, della loro vita, del paesaggio. Sembrerò ripetitivo, ma sono concetti importantissimi. L’architettura passata era monumentale, autoreferenziale, relazionata all’apparire, all’essere piuttosto che al condividere, oggi non può più essere così».

Ma quindi come capisco che un’architettura porta la tua firma?

«Sono felice se non lo capisci! Perché questo è il cambio di paradigma, perché ogni luogo è diverso, così come ogni persona. Senza dimenticare il momento storico, le necessità, io stesso, il mio team, con il quale è un continuo scambio di idee, una continua e condivisa pratica progettuale in sintonia con la committenza, con il luogo, con le necessità sociali».

Ma come saranno le nostre case? Tu parli spesso di biofilia nei tuoi testi, di benessere a 360 gradi…

«Biofilia significa letteralmente amore per la vita, l’architettura biofilica ci permette di migliorare gli ambienti in cui viviamo, inserendo elementi naturali come la luce, l’acqua, le piante, che sono solo alcuni aspetti in grado di prendersi cura dell’uomo. Le case del futuro, che in realtà esistono già, vorranno essere fonte di benessere, incentivando gli inquilini al movimento. Al loro interno troveremo diverse forme di verde, anche piante aromatiche edibili che invaderanno gli ambienti con i loro profumi e allo stesso tempo serviranno in cucina per preparare pietanze sempre più salutari. I suoni, la fauna e la flora, il suono dell’acqua, entreranno in casa così come la luce naturale del sole. Si punterà a un benessere completo, che non coinvolgerà solo l’abitazione, ma anche gli spazi esterni, i vicini, l’economia locale, in un delicato equilibrio. Stare bene significa sentirsi bene, per questo nelle costruzioni legate all’abitazione, all’hospitality e non solo, stiamo sfruttando la tecnologia per progettare applicazioni che offrono servizi inclusi nel costo generale. Non compreremo più semplicemente la superfice, ma anche tutte quelle offerte che possiamo avere in loco. Dalle sempre più complesse necessità sociali alle più semplici, penso alle pulizie, ai trainer per la mente e per il corpo, alla mobilità sostenibile, alla spesa a domicilio, il tutto a chilometro zero, coinvolgendo chi sta vicino a noi. La direzione in cui credo prevede che vivere in un’abitazione non significhi solo l’acquisto di uno spazio al metro quadrato, ma anche la possibilità di accedere a una pluralità di servizi innovativi. Un benessere totale, a favore dell’economia locale e nel rispetto dell’ambiente».

(Suona la sveglia, devo affrettarmi a concludere).

Scusami, ma stiamo parlando di un’architettura di nicchia e chi non può permettersela?

«Tutti gli architetti, per tutti i budget, possono progettare tenendo in considerazione il benessere del proprio cliente. Ad esempio creare delle aperture dove il sole non entri in casa abbagliandoci e surriscaldando gli spazi, ma portando semplicemente luce naturale, non è più costoso! Possiamo mangiare bene e sano senza dover comprare prodotti di lusso! Lo chiamo l’immenso valore dell’ovvio, soluzioni semplici, ma non banali, capibili da tutti. Basta prendersi il tempo per ragionare, per trovare sin da subito soluzioni intelligenti in relazione ai nostri clienti ponderando sempre i costi al loro ritorno sull’investimento, sia esso pubblico o privato. Noi siamo progettisti, ma dobbiamo avere visione e capacità di coordinamento. Un architetto deve essere capace di orchestrare tanti professionisti, da scegliere tra le eccellenze presenti sul mercato, le stesse suddivise per fasce di competenza. Un processo coordinato, prima e durante la progettazione, attraverso la collaborazione in sinergia con i vari specialisti per creare spazi dedicati al benessere del singolo e della comunità».

Secondo te arriveremo veramente a progettare delle navicelle?

«Penso di sì, lo stanno già facendo. Se guardiamo fuori dal nostro orticello, che ci piaccia o no, il progetto The Line in Arabia Saudita, la città lineare lunga 170 chilometri, è una realtà. Questo genere di architettura purtroppo non prenderà più in considerazione il luogo, perché lo creerà su misura, senza dover tener conto delle condizioni preesistenti. In un futuro, non tanto lontano tutto questo accadrà. Grazie anche a “Next Gen”, una serie di docufilm su giovani architetti promettenti alla quale abbiamo partecipato, ci stanno contattando vari promotori internazionali, per partecipare a “think tank”, ossia per capire come un giorno – non troppo lontano – ci saranno software capaci di modificare gli spazi a seconda del nostro umore, leggendo i nostri desideri inconsci. Non dovremo per forza entrare in casa…so che suona strano, ma se pensiamo che i nostri cellulari già leggono costantemente le nostre abitudini, le nostre espressioni facciali, le quali verranno riconosciute dall’intelligenza artificiale… Inoltre verrà rilevato il nostro battito cardiaco, la nostra pressione, la nostra temperatura corporea e, come d’incontro, lo spazio davanti a noi si trasformerà in modo da soddisfare i nostri bisogni psicofisici. Tutto questo accadrà! Ma sarà importantissimo prestare la massima attenzione alla nostra sicurezza come essere viventi sulla terra, in modo che questo meraviglioso pianeta possa continuare ad ospitarci. La tecnologia deve rimanere un servizio e non il driver della creazione di un mondo distopico, per questo è indispensabile – fin da ora – avere pensatori e progettisti innovativi e lungimiranti, in grado di approcciare eticamente i cambiamenti in corso… estremamente rapidi e allarmanti! Sono convinto che la soluzione passi attraverso una sensibilità biofila, senza dimenticare che siamo animali sociali, siamo natura».

Questo mi fa un po’ paura…

«È normale, ma il processo è inarrestabile, quindi è molto importante che l’intelligenza artificiale venga utilizzata dai progettisti anche per apportare maggior benessere alla popolazione e non solo a favore del guadagno…».

Resto a pensare alle ultime parole, uno spazio capace di adattarsi ad ogni nostra esigenza. Navicelle che fungeranno da case mobili, città in mezzo al deserto, capaci di regolare le proprie stagioni. E poi torno a guardare i diversi progetti realizzati da Mino e sorrido: la natura resterà sempre insostituibile!