Prima di andare al sodo vorrei chiederle una sua fotografia generale di 60 secondi su questo mondo che cambia. Cosa sta succedendo attorno a noi?

«Non c’è dubbio che attorno a noi il mondo sta cambiando. Per lavoro ho vissuto in molti Paesi europei, in Russia e in Cina in particolare, e mi rendo conto che siamo di fronte a cambiamenti epocali, che porteranno grandi novità, benessere e nuovi mestieri ancora da scoprire, il tutto spinto da questi aggeggi elettronici fantastici, in primis lo smartphone. In particolare, ricordo la mia ultima esperienza fatta in Cina, dove lo smartphone ha davvero rapito l’attenzione di tutti, giovani e meno giovani. Con la WeChat si fa tutto, ma proprio tutto. Sono rimasto impressionato nel vedere quanto questo strumento sia entrato nella vita di tutti i giorni. I giovani non si parlano più, smanettano, si scrivono o si mandano vocali, ma non si parlano. Penso a questo nuovo modo di “comunicare”, penso ai miei nipoti e se devo essere sincero tutto questo un po’ mi spaventa per come sono cresciuto io».

Si ricorda a cosa giocava con gli amici nel tempo libero quando andava alle scuole elementari? Lei che rapporto ha con lo smartphone?

«Il mio Paese aveva mille e cento abitanti, una chiesa, il campanile e il campo da calcio, non c’era altro. Questo era il nostro unico punto di riferimento. Si giocava al campetto, anche se un po’ malandato, avevamo una gran bella squadra giovanile e degli allenatori che amavamo moltissimo. Ritrovarsi al campo per noi era davvero un momento aggregativo speciale. E sai perché era bello? Perché giocavamo scalzi, con pochi mezzi, non avevamo le scarpette di oggi. Io come tanti miei compagni avevamo solo un paio di scarpe, per i nostri genitori non era facile tirare avanti la baracca con un solo stipendio e una famiglia da crescere, inclusi i nonni. Per noi contava stare insieme e giocare al pallone, noi ci divertivamo così. E poi c’erano le passeggiate. Un’altra cosa che ci piaceva molto fare erano le passeggiate lungo l’Isonzo, ricordo quando tornavo a casa in ritardo perché mi fermavo ad aspettare i pescatori e trovavo mio padre arrabbiato perché dovevo studiare. A mio padre non piaceva quando arrivavo in ritardo. Invece, per tornare alla tua domanda, il mio rapporto con lo smartphone è abbastanza normale, lo uso come molte persone per lavoro, ma il vero problema è che questo aggeggio qua ti fa lavorare ventiquattro ore al giorno senza mai smettere. E questo è un problema, è facile perdere il contatto con la realtà. Io ne posseggo uno per ogni nazione in cui ho lavorato».

Secondo lei che cosa è la leadership oggi e come si gestisce in un mondo sempre più interconnesso? Per esempio, per molti giovani nei social conta e comanda chi colleziona più Like, nello spogliatoio invece come funziona?

«La leadership è la capacità di stimolare gli altri a raggiungere degli obiettivi comuni. Nel mio mondo la leadership si misura sul campo con la tua personalità, con i fatti e non con le parole. È la capacità di rispettare i tuoi compagni, l’allenatore e i tifosi più agitati nei momenti di pressione e di scarsi risultati. Per esempio, i giocatori delle squadre che ho allenato io sapevano bene che lo smartphone non era ammesso in alcun modo nello spogliatoio, durante gli allenamenti o figuriamoci durante le partite. Potevano ascoltare della musica prima, ma poi lo smartphone doveva sparire. Personalmente non credo ci sia tanta necessità di usare lo smartphone nello spogliatoio, anche perché a pallone si gioca con i piedi, il cuore e la testa, e questa deve rimanere lucida sempre. Per me il rispetto e le regole vengono prima di tutto, anche dei followers che seguono i campioni sui social. Un gruppo senza regole e senza rispetto reciproco non va da nessuna parte. La mia regola non scritta è molto chiara: in campo puoi essere bravissimo ma devi essere anche aggregante, altrimenti non vai bene per la squadra. Per me c’è una regola molto chiara, nello spogliatoio i giocatori sono tutti uguali, non c’è alcuna differenza. E se uno ha più followers di una altro è qualcosa che per me non conta».

Secondo lei, di fronte a uno smartphone, vi sono analogie tra un allenatore e i giocatori (sport), un genitore con i figli (famiglia) e una docente con gli allievi (scuola)? Che consiglio darebbe loro per gestire al meglio questo dispositivo elettronico?

«La mia esperienza mi porta a dire che lo smartphone in certe situazioni non dovrebbe esistere. Questo vale per lo spogliatoio, ma credo valga anche per la scuola quando i ragazzi sono in aula a fare lezione, mica possono stare attaccati allo smartphone senza ascoltare il docente che spiega, per me è una mancanza di rispetto totale che non va bene. A scuola vai per imparare, quindi non devi avere distrazioni. Se invece credi di sapere già tutto chiedi il permesso e stai a casa, ma non credo che funzioni così. E ciò vale anche in casa con i genitori, ci sono situazioni in cui lo smartphone dovrebbe stare in un cassetto spento per agevolare la convivialità e l’aggregazione tra genitori e figli».

Un numero crescente di giocatori affermati decidono di lasciare i social network perché esausti dai leoni da tastiera. Lei che opinione ha di questo fenomeno? Inoltre, ha mai dovuto gestire casi di cyberbullismo nello spogliatoio tra i giocatori?

«I leoni, o meglio, i codardi da tastiera sono una categoria che a me non piace affatto, con la loro cattiveria non si rendono conto quanto possano far male. Ricordo che in passato ho avuto un giocatore con un problema in famiglia e per questo è stato letteralmente preso di mira da questi codardi, è stata una situazione molto spiacevole e difficile da gestire. Queste persone non hanno alcuna regola, per loro la tastiera è lo strumento per dare sfogo alla rabbia repressa. Credo che nella vita privata debbano essere persone insoddisfatte con qualche problemino di troppo, se usano in questo modo lo smartphone e i social. A loro farei un corso accelerato di educazione e rispetto, a modo mio però. Anche il cyberbullismo è una cosa purtroppo molto seria. Negli spogliatoi che ho gestito nella mia carriera non ho mai avuto casi veri di cyberbullismo, anche perché con me le regole sull’uso dello smartphone sono molto chiare sin dal primo giorno. Senza colpire le nuove tecnologie, che non ne hanno colpa, credo bisognerebbe fare di più per tutelare i più deboli, i più fragili e le vittime colpite dal cyberbullismo. La questione è senza dubbio molto seria».

Nel mondo del calcio si dice che le mamme di un giovane giocatore capiscono che il figlio sta diventando famoso quando fuori dallo stadio le bancarelle iniziano a vendere la maglia con il suo nome. Nel mondo di oggi invece, con i social tutto è cambiato, i genitori postano ecografie come se non ci fosse un domani. A chi servirebbero di più le regole, ai genitori o ai figli?

«Ti rispondo con una domanda: chi è più vanitoso secondo te? Per arrivare ad avere la tua maglia in vendita fuori dallo stadio devi sudare, eccome se devi sudare. Con i social invece tutto è un po’ più facile e anche ingannevole, la tua reputazione te la puoi costruire a colpi di followers e like con fotografie che possono passare dal Photoshop. Sul campo invece il Photoshop non esiste. Ti faccio un esempio. Quando allenavo le giovanili, avevo giovani in squadra come Baresi e Maldini, e prima di giocare la partita riunivo tutti i genitori e gli spiegavo che dovevano essere contenti che il loro figli giocavano nel Milan. Però, gli dicevo anche che se io sentivo anche solo una parola contro gli avversari, contro l’arbitro o contro alcune mie decisioni di gioco il loro figlio non avrebbe più messo un piede in campo. Queste poche parole bastavano per mettere in condizione i genitori di capire e rispettare le mie regole. Il pericolo più grande per i giovani quando fanno sport sono i genitori, perché non accettano che i loro figli non siano quei campioni che loro hanno in mente. Ai giovani bisogna dare tempo, regole e fiducia, e poi se sono talenti avranno le occasioni per dimostrarlo, con i fatti però, non con la playstation».

Una società cade quando i suoi valori fondamentali vengono a mancare. Facebook ha oltre 2 miliardi di utenti “appiattiti” culturalmente e linguisticamente. Per Facebook siamo un po’ tutti uguali. Secondo lei, quali sono i valori che tengono unite 2 miliardi di persone in un social network?

«Io non ho una risposta precisa, anche perché non uso i social network per pubblicare le mie fotografie, quello che mangio o dove mi trovo in un preciso momento. Per me i momenti personali sono personali e devono rimanere tali. Alla base però credo vi siano diversi aspetti da considerare, come dicevamo prima, ci sono molti genitori e figli vanitosi che grazie ai social network appagano molte carenze emotive. Sinceramente alcune cose non le capisco nemmeno io, del perché una mamma abbia il desiderio di pubblicare l’ecografia del figlio al mondo intero. È fuori completamente dalla mia concezione. Io dico sempre ai miei figli e ai miei nipoti di non seguire il “gregge”, ma di studiare e lavorare per costruire qualcosa di personale che possa rispettare gli altri e dare soddisfazione. Ecco, forse credo che uno degli aspetti che tengono unite molte persone nei social sia proprio la fragilità e il compiacimento. Non dobbiamo perdere il controllo della nostra vita e non dobbiamo vivere emulando quella degli altri. Purtroppo in questi strumenti è così tutto uguale, io lo chiamo effetto “gregge”».

In sala ci sono diversi giovani con i loro sogni e le loro ambizioni, e magari con la volontà di fare il calciatore professionista perché molto bravi a giocare con la playstation. Crede sia importante spiegare loro la differenza tra realtà virtuale e realtà vera in un mondo in cui il sacro e il profano si mischiano alimentando molte illusioni?

«Certamente, e lo sport in questo può servire da esempio. Non ho mai visto un giocatore arrivare al successo senza fare sacrifici, senza passare dal lavoro fisico, duro, disciplinato. Oggi tutto sembra molto facile e veloce, soprattutto usando lo smartphone o la playstation. Voglio ricordare un aneddoto personale che per me è stato molto importante. Da giovane quando volevo fare il calciatore mi impegnavo molto, ma come tutti ho avuto i miei infortuni e le mie difficoltà. Sono uscito di casa a quindici anni e non è stato certo facile, pensando poi che mi hanno tenuto fermo per un anno e mezzo. Però c’è una parola che ancora oggi mi porto nel cuore e che mi ha regalato mio padre, un insegnamento di vita per me molto importante e che questa sera condivido con tutti voi. Un giorno, in un momento di sconforto, parlai con mio padre su ciò che volevo fare e su ciò che realmente ero in grado di fare, e lui mi disse una parola magica che cambiò completamente la mia motivazione: provaci! Quel “provaci” per me è stato davvero incredibile. Ecco, ai giovani in sala dico di non arrendersi perché la vita vera è fatta di sacrifici, sudore, rispetto e tanto, ma tanto lavoro. Forse con la playstation questi aspetti se vedono un po’ meno».

L’idea che ai calciatori professionisti venga imposta un’ora alla settimana sull’uso corretto e consapevole dei social, diciamo di alfabetizzazione digitale, la ritiene un’eresia oppure un esempio utile per altre realtà, come la scuola, la famiglia e il lavoro?

«A me piacciono molto le regole e la disciplina, quindi non vedo il problema se un giorno anche i calciatori dovessero sottoporsi a un’ora di alfabetizzazione digitale. Loro i social li usano molto e per questo hanno anche molte responsabilità, soprattutto per ciò che rappresentano. Mi rendo conto che hanno milioni di followers e sono un esempio per moltissimi giovani, e forse proprio per questo potrebbe tornare utile. Se lo sport può servire a tracciare una strada in questo senso ben venga, in fondo dietro un calciatore professionista c’è sempre un essere umano, con tutte le sue forze e le sue fragilità. Non vedo nulla di male in questo, anzi».

Secondo lei quali saranno le nuove sfide che dovranno affrontare le nuove generazioni? Tra playstation, visori 3D e realtà virtuali, lo sport vero sarà ancora attrattivo oppure subirà un contraccolpo?

«Personalmente appartengo a una generazione che è cresciuta senza social, playstation e visori 3D. Ho sempre dichiarato di essere per la tecnologia nello sport, però dobbiamo distinguere la tecnologia che aiuta da quella che distrae o peggio ancora illude. Un giovane deve capire da subito che anche se è bravo a giocare alla playstation non significa che ha il talento per diventare un campione affermato sul campo, quello vero. E in questo noi adulti dobbiamo essere bravi a rimarcarlo sempre. Purtroppo però ci sono genitori che spingono i propri figli oltre i loro limiti pretendendo da loro cose esagerate rispetto alla loro età e alle loro reali potenzialità. Per esempio, prendiamo il settore giovanile, se ne vedono di tutti i colori, sembra che tutti i ragazzi oggi debbano diventare i Ronaldo o i Messi della situazione, spinti da genitori o allenatori esaltati che hanno perso il contatto con la realtà. Sono convinto che i giovani di oggi avranno moltissime opportunità da cogliere e sviluppare, ma devono ricordarsi sempre che se vorranno ottenere risultati tangibili dovranno fare molti sacrifici e lavorare sodo. Il mondo di oggi è molto competitivo, per questo serve molta serietà e preparazione. E tutto questo non è certo facile se alla base non c’è un’educazione solida fondata sul lavoro, il rispetto e la fiducia reciproca».