Verso la fine degli anni 60, agli inizi della sua brillante carriera, Pier Paolo Calzolari (Bologna, 1943) è stato uno degli artisti più originali e intransigenti del secondo 900. Profondo e raffinato interprete della poetica del sublime – più nella sua declinazione barocca che non in quella romantica, come teatralità, sperimentazione, meraviglia – ha sempre giocato e creato con la forza degli elementi. Tra i due estremi della sua possibile etimologia: sub-limen, sotto l’architrave della porta, altissimo; sub-limo, sotto il fango, bassissimo, egli, come un nuovo Ulisse, ha teso il duro arco della creatività, scoccando ogni volta la freccia dell’ispirazione, fino all’incrocio decisivo della pura stella della Forma. Ma quale Forma? Non quella fondata sulla poetica del bello: la bellezza come ordine, misura, equilibrio, simmetria; ma, al contrario, sposando ogni volta i rischi del sublime: il sentimento dell’illimitato, le vibrazioni dell’ignoto, le incognite della sperimentazione, le asimmetrie del vuoto e della materia che vive delle sue ininterrotte trasformazioni. Così la fiamma, il vegetale, il sale, l’acqua, il tabacco, la brina, il ghiaccio, sono diventati le sue forme e i suoi simboli. Come quella di Ulisse, la sua è una mente colorata, che con inesauribile abilità sa piegarsi al volere del destino, all’ordine degli elementi, trasformando sé stesso e molto altro intorno a lui. Nell’individuazione di una creatività straordinaria, insieme arcaica ed inedita, remota e avveniristica, dove le due sacre memorie di Georges de La Tour e Caspar David Friedrich – il fuoco ed il ghiaccio, il calore ed il gelo, il bianco ed il nero – si rincontrato in un abbraccio intimo ed impossibile, reale e infinito.

Ma, con queste nuove, ultime opere – carte applicata su tavola, dove il sale, come ampia e principale superficie, dialoga con la tempera al latte e vari tipi di pastello – la sua creatività riesce a recuperare una maggiore decorazione, una piacevolezza inedita, come un estremo e lirico canto del cigno. Alle sue tradizionali acque tempestose, inquiete, sperimentali, in questi nuovi lavori Calzolari sembra controbilanciare una calma, una tenerezza, una felice grazia fatta di colori gioiosi e vivaci; tessuta in un candido ordito di gesti gentili, raffinati: in un cromatismo insieme energico e umile, brillante e delicato. Un inedito universo “pittorico”, dove il suo precedente “grido di bronzo”, acquistata una nuova saggezza, si è trasformato in un policromo canto zen.