Di recente lei è stato protagonista della Visionary Night organizzata dal Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI e dall’Associazione Ated – ICT Ticino. Che esperienza ha tratto da questo incontro?

«Un piacevole momento a me dedicato con tante persone presenti, in parte amici da lunga data. Una specie di rientro ufficiale in Ticino dopo una dozzina di anni a Berna. Una serata non noiosa, per merito anzitutto di chi l’ha organizzata. Ho dato un contributo conforme alla mia abitudine in condizioni simili di abbandono piuttosto il sentiero della prudenza e tariffa affermazioni che può essere fraintese, piuttosto che essere banale e annoiare ». 

Da anni i suoi studi e le sue esperienze professionali ruotano intorno al tema dell’innovazione. Come definirebbe oggi questo concetto?

«Rinuncio a specifici accademici e comincio con esempi. Può trattarsi di prodotti che vogliono di cose cose fin qui impossibili o di farle meglio o di costare meno. Può trattarsi di un modo di produzione nuovo: che produrre meno scarti o è meno inquinante. Può trattarsi di un modo diverso di commerciare, più personalizzato o di escludere intermediari, come è successo con il taxi o gli appartamenti di vacanza. La moda è un esempio di innovazione stagionale, fatta magari di rilanci di ciò che è stato moda in passato.Due fattori sono all’origine dell’innovazione, fin dagli albori dell’umanità: lo sviluppo di conoscenze e di capacità tecnologiche che considerano quanto non era possibile prima e l’idea commerciale con tutto quanto accompagna: già coi vasi antichi si vendeva bellezza e prestigio, non solo capienza. Il primo fattore presuppone investimenti in ricerca e sviluppo e persone in grado di inventare e di produrre o prestare servizio in modo affidabile. Il secondo può essere frutto della genialità individuale anche in contesti meno avanzati, come succede con le ingegnosissime applicazioni della telefonia mobile in Africa. In un’economia di mercato l’imprenditore, in concorrenza con altri, deve innovare per conquistare o conservare il cliente-consumatore;fatta salve le nicchie dove è la tradizione ad avere valore (pe prodotti fatti a mano). L’opposto è stato sperimentato con l’economia pianificata dal socialismo: lo Stato definitivo i bisogni dei consumatori e vi sono di fronte alle imprese statali senza mercato. Anche da noi anni fa si teorizzava contro la “società dei consumi”, ma poi è visto che l’alternativa è stata catastrofica sia per la qualità della vita sia per l’ambiente. Lo Stato può semmai proibire prodotti o modi di produzione nocivi, ma non deve avere la presunzione di sapere prima quali si riveleranno migliori. Attraverso l’innovazione, come succede con l’utente in natura, si crea la diversità che consente poi la selezione.La natura non sapeva che sarebbe stata innovazione utile camminare su due zampe invece di quattro, così da liberarne due per altri usi; all’inizio forse svantaggiava nella fuga dalle belve ». si crea la diversità che prevede poi la selezione. La natura non sapeva che sarebbe stata innovazione utile camminare su due zampe invece di quattro, così da liberarne due per altri usi; all’inizio forse svantaggiava nella fuga dalle belve ». si crea la diversità che prevede poi la selezione. La natura non sapeva che sarebbe stata innovazione utile camminare su due zampe invece di quattro, così da liberarne due per altri usi; all’inizio forse svantaggiava nella fuga dalle belve ».  

Per quali ragioni la Svizzera è stata più volte decretata come il Paese più innovativo del mondo?

«Queste classifiche condensano quante di normative. Alcuni, più indirizzati alla potenzialità futura, misurano i presupposti utili all’innovazione, come il livello di formazione nella popolazione, la capacità di attirare talenti dall’estero, la disponibilità di accesso al credito per le imprese, il peso della spesa del lavoro o della fiscalità. Altri parametri misurano fattori intermedi dell’innovazione, come il numero di pubblicazioni scientifiche o di invenzioni brevettate o di nuove imprese create. Altri controlli infine misurano il successo presente: nelle esportazioni, nella rinomanza dei marchi, nel reddito pro capite non riconducibile alla presenza di materie prime. Alcuni stabiliti possono contraddirsi e conta l’equilibrio tra loro:ad esempio regolazione del lavoro e fiscalità frenano l’innovazione ma sono necessari e un buon clima sociale, che è puro utile all’imprenditorialità. Questi vengono vengono poi ponderati e sommati; ogni università od organizzazione che stila queste classifiche ha il suo modo. La Svizzera esce quasi sempre al primo posto, e sempre fra i primi tre o quattro. Attenzione però al confronto tra i paesi grandi e piccoli: le regioni di Boston o di San Francisco, grandi come e più della Svizzera, hanno scelto i migliori dei nostri, diluiti nella media nazionale ». 

In questo contesto qual è il ruolo che può essere realisticamente occupato dal Ticino?

«Per molti indicatori, a cominciare ovviamente da quelli normativi nazionali, non c’è differenza sostanziale col resto della Svizzera. Il Ticino ha qualche svantaggio strutturale: come la presenza di un settore edile con un peso, anche politico, proporzionalmente maggiore che nel resto della Svizzera rispetto alla manifattura d’esportazione. Il primo è inevitabilmente meno innovativo della seconda poiché più facilmente protetto dalla concorrenza. L’ampia disponibilità di forza-lavoro frontaliera è pure un vantaggio per l’innovazione, potendovi fare capo per i profili qualificati che mancano localmente. E’ uno svantaggio se mantiene bassi i salari e quindi incentivare meno innovazioni per incrementare la produttività. Insomma, per opportunità il Ticino non è messo male, ma dipende poi da come le usa».  

Innovazione fa rima con formazione. In che modo i giovani ticinesi hanno l’opportunità di prepararsi ad adottare soluzioni innovative nel proprio lavoro?

«Abbiamo in Ticino come in Svizzera un buon sistema formativo, usato qualche volta male. Perdura la tendenza a privilegiare la preparazione a professioni impiegatizie generiche, messe in crisi da cambiamenti già avvenuti, come il ridimensionamento del settore bancario, o che stanno avvenendo. Ma non va neppure esagerata l’importanza della formazione iniziale: i giovani di oggi eserciteranno in gran parte professioni che ancora non esistono. Serve acquisire fin da giovani il giusto atteggiamento verso l’apprendimento ed il lavoro, coltivare passioni, cercare l’impegno più che la comodità, riconoscere le proprie attitudini e restare flessibili. Tutto questo dipende dalla cultura che esiste nelle famiglie, nella scuola e anche nelle imprese, per quanto concerne la promozione dell’apprendistato».

Lei ha parlato di modelli di sviluppo sostenibili. Che cosa significa?

«La sostenibilità è un principio molto di moda, che significa in parole povere guardare al lungo termine. Come tale non è nuovo. Nuovo è l’accento messo sugli aspetti ambientali, visto come il genere umano sta rovinando il pianeta sul quale vive. Non vi sono però solo questi: la sostenibilità economica e quella sociale sono altrettanto importanti. Purtroppo si ha più la tendenza ad invocare la sostenibilità nel contesto di entusiasmi facili che ad approfondire le opzioni con senso critico e conoscenza dei fatti. La produzione di pannelli fotovoltaici consuma molta energia, e se questa produzione è fatta massicciamente in paesi che producono l’energia in modi molto inquinanti è bene adeguare i tempi della promozione degli impianti solari a quelli necessari a tecnologie nuove per produzioni più sostenibili: non partire a tutto gas demonizzando quel che esiste, che può essere meno peggio delle alternative frettolose».   

Quali sono le più significative esperienze professionali che l’hanno portata a maturare questa sua visione del futuro?

«Le visioni, intese come strumento per entusiasmo o almeno motivare, sono utili in azienda o in politica, ma le esperienze avvengono in maniera sensata, senza il quale la capacità di trascinare può condurre al peggio. Le mie esperienze sono state molto diversificate, non solo per contesto, ma anche per funzione: da giudice indipendente a capo di grossezza, un consulente nell’ombra di politici; dal pubblico al privato. Proprio questa pluralità, fin da giovanissimo, è stata significativa ».