Ci sono imperi che si basano su un’intuizione. E su una buona azione. Quando nel 1842, un temporale devastante e imprevisto si abbatte sul Lago di Iseo, distruggendo le barche dei pescatori su cui grava l’economia dei piccoli paesi costieri, Pietro Riva è un giovane maestro d’ascia che da Laglio si è appena trasferito a Sarnico. Contro ogni parere averso, Pietro è convinto che le imbarcazioni si possano recuperare, che l’economia del lago non sia destinata a collassare. Ha ragione. Comincia a restaurare e rimettere in acqua le barche dei pescatori, diventando così l’eroe del momento e guadagnando la fiducia di tutto il paese. Forte di questa approvazione, Pietro apre il cantiere destinato a portare per più di un secolo il nome della sua famiglia e comincia a varare creazioni sue. Poi, nelle generazioni successive, arriveranno il motore a scoppio e le grandi imbarcazioni passeggeri e merci, che rivoluzioneranno la vita sul lago d’Iseo prima, di Como poi e via via ovunque. Il boom economico, quello delle seconde case e il turismo di massa non fanno che dare eco a un successo già annunciato. Nel 1922, in questa famiglia di maestri d’ascia che non si sposterà più da Sarnico, nasce Carlo e dagli anni ’50 in poi, quando si dirà “l’ingegner Riva”, si parlerà di lui. Ora Carlo se ne è andato, partendo per un’altra vita da quello stesso paese in cui era nato 95 anni prima. Lui che ha spedito le sue barche ovunque, che ha fatto parlare di sé grandi viaggiatori come Hemingway, che ha accompagnato sul Lago star da ogni angolo nel pianeta, si è spento, lucido fino alla fine, nella villa in cui ha sempre vissuto, a 200 metri dai suoi cantieri, dal suo ufficio, “la plancia”, disegnato da lui per richiamare un ponte di comando. Non solo abilità tecnica e commerciale, quella di Carlo, ma lungimiranza, intuizioni continue, capacità di rispondere con le proprie barche ad un momento storico, il dopo guerra, che altri ancora si affannavano ad analizzare. L’ingegnere capisce fra i primi che si può puntare, proprio in questo momento di massima povertà e dolore, sul lusso e sulla voglia di vivere. Capisce che in Europa tutti sentono il bisogno di lasciarsi alle spalle non solo la Grande Guerra, ma anche il suo ricordo. Allora ecco che comincia a progettare motoscafi in legno e ad occuparsi non soltanto del motore, ma anche dell’allestimento, dalla lucidatura fino alla stoffa dei divanetti. L’ingegner Riva è uno degli inventori di quella Dolce Vita che dall’Italia arrivò a contaminare tutto l’occidente. Dall’America arrivano le star, dall’Asia e dal Vecchio Continente le famiglie reali. Ma Carlo non si accontenta, chi gli è stato affianco dice che non smetteva mai di pensare, progettare. Non si siede sul suo successo. E così, quando alla fine degli anni ‘60 arriva la vetroresina, comincia una produzione di combinati, che affianca quella mai abbandonata del Total Wood. Eppure, in quegli stessi anni, cederà completamente l’azienda alla statunitense Whittaker, forse per l’amarezza provata quando, a sorpresa, trovò i cancelli chiusi per lo sciopero degli operai. Gli anni erano quelli delle lotte sindacali, ma si dice che alla Riva si stesse meglio che altrove e che Carlo non si aspettasse di essere così fortemente osteggiato. Per soli due anni ancora resterà come presidente e direttore generale, poi cederà le cariche a Gino Gervasoni, genero e socio fin dall’inizio, che le manterrà fino al 1989, conservando sui cantieri l’impronta di famiglia. Ariston, Tritone, Florida, Aquarama, fino al St. Tropez e al Superamerica degli anni ’90, Carlo continuò a consigliare i suoi successori e, fuori dai Cantieri, tutti i giovani disegnatori che a lui si ispiravano. Oggi con lui se ne va la parte più riflessiva, razionale e intelligente della spensierata Dolce Vita.
Personaggi
L’ingegnere della Dolce Vita
19 Febbraio 2018