Fin dagli albori della Musica, sulle rive dello Jonio e dell’Egeo, l’uomo ha cercato nei secoli il segreto più profondo delle proprie emozioni , cantando gioie, dolori, splendori e angosce. Ha cantato per ballate, madrigali e cacce festose. Ha innalzato preghiere a Dio. Nelle lontane terre d’America, lungo le sponde di un maestoso placido fiume della Louisiana, nasce un altro possente canto di preghiera, di speranza, di aspirazione all’amore, di liberazione e di libertà. Il Jazz, musica arcaica, veicolo della nostalgia, della malinconia, della gioia, del vigore e dell’effervescenza. Dopo secoli di schiavitù e di sofferenza, alla conclusione della Guerra di Secessione, nel 1865, i neri americani conquistarono i diritti fondamentali di parità negli Stati Uniti. Tra due opposte tradizioni, quella africana è quella locale americana di origine europea, il fenomeno musicale e culturale del Jazz si diffonde in tutto il mondo, dalle origini di New Orleans al Jazz di Chicago e di Kansas City, all’era dello Swing, al Boogie Woogie, al Nuovo Jazz, Cool Jazz, Jazz californiano e Jazz di protesta fino ai nostri giorni.
Da dove nasce la parola Jazz, dal significato etimologicamente incerto?
«Non lo so. Sulle enciclopedie ci sono diverse spiegazioni. Penso che sia una qualche espressione che probabilmente viene dai neri».
Il Jazz può essere considerato un mondo musicale e culturale elitario?
«Lo è stato per un certo periodo perché la gente non si spiega come funziona l’improvvisazione. Tanti hanno l’impressione che l’improvvisazione sia semplicemente un caos e fa quello che vuole, cosa che ovviamente non è, ma con questo non riescono a capire cosa stiamo facendo. Se ascoltassero un po’ di musica barocca, capirebbero. I musicisti barocchi improvvisavano esattamente come i jazzisti, solo che eseguendo musica del ‘600 ovviamente è più facile da capire. Invece quello che facciamo noi diventa un po’ più complesso, molto più difficile, quindi per tanto tempo il Jazz è stata musica sicuramente elitaria, però adesso mi capita di andare dal salone dei massaggi all’ascensore del grande albergo al bar o al ristorante e sentire del Jazz come sottofondo. La stessa cosa con Mozart non sarebbe appropriata. Non si capisce bene quindi se il Jazz in sottofondo, possa considerarsi musica elitaria. Questa musica ascoltata da molti è impegnativa e va ascoltata con attenzione. Stranamente è diventata molto diffusa, forse perché da sottocultura è diventata cultura. Ha il vantaggio di essere a buon mercato rispetto al mondo della musica classica, ma soprattutto al mondo del rock. Un festival di Jazz costa meno di un festival rock o di un festival di musica classica».
Franco Ambrosetti, 50 anni di prestigiosa carriera, virtuoso solista di tromba e compositore. Come e perché la scelta di questo strumento così aereo?
«Perché mi sono innamorato dello strumento. Quando avevo 12 anni mio padre e mi ha portato a sentire una orchestra straordinaria, Stan Kenton a Milano. Era molto d’avanguardia, mi piacerebbe riascoltarla. Quando ho visto questo trombettista che si chiamava Conte Candoli di origine italiana, suonare un pezzo che mi ha strabiliato, allora mi sono innamorato della tromba. Ecco quello è lo strumento che voglio suonare, solo che io in quel tempo suonavo il pianoforte classico. Dopo anni di studio con la signora Pasquini, bravissima maestra, compiuti 17 anni, mio padre mi ha regalato la tromba. È sempre stato un amore. Quello che non sapevo però, è che la tromba è uno strumento molto difficile e se non la suoni tutti i giorni, puoi dimenticare di fare il trombettista».
Il Jazz viene sovente definito “musica del cuore”. Quando le dita premono sui tasti del tuo strumento, il suono mette le ali come una bandiera di libertà. Suono e corpo vibrano come a volersi librare dello spazio. Meraviglia di una libera interpretazione non ancorata ad alcuna ortodossia musicale, né ad uno spartito o ad un rigo con accordi e severe note…
«Si è no, nel senso che mentre una volta le cadenze erano improvvisate, il nostro modo di improvvisare è molto ortodosso e ha delle regole ben precise. Poi c’è il free Jazz che è tutto un’altra cosa, dove di tutte le regole non ce ne è più neanche una. L’unica regola che non c’è, l’unica vera, è che non ci sono regole. Io non so fino a che punto ci sia più libertà. Trovo che la libertà di improvvisare, rispettando gli accordi che sono dati dalla composizione, sia sufficiente come libertà che uno riesce a raggiungere. Secondo me, non c’è bisogno di altro».
Nelle tue interpretazioni, ti riconosci nel Jazz classico delle origini?
«No, non mi riconosco, però so che vengo da lì, perché senza quello, non ci sarei. Il fatto è che io ho incominciato a suonare e a interessarmi di musica ai tempi di Glenn Miller, Benny Goodman. Quando ero bambino, ho incominciato a cantare veramente con tutti i temi di Charlie Parker, perché altro non sentivo in casa. Questo è ciò che sentivo e imparavo. C’era gente che veniva in casa da noi a sentirmi mentre cantavo i pezzi di Parker. Non mi rendevo conto, ma quella musica che stavo cantando, era legatissima a quello che ha dato New Orleans».
Quali sono state le influenze più importanti della tua carriera. Quale musicista ti ha più affascinato? Ricordaci qualche aneddoto particolare dal mondo del Jazz…
«Si, c’è ne sono tantissimi. Dunque i musicisti che mi hanno influenzato di più sono stati trombettisti. Innanzitutto, parlando di Jazz, Clifford Browen, morto a 26 anni per un incidente di macchina. Era uno di quei grandissimi trombettisti che hanno cambiato un po’ la storia della tromba. Discendeva da Louis Armstrong ed era arrivato fino a Dizzy Gillespie. Da lì in avanti, nasce un’altra nuova generazione alla quale appartengo anch’io. L’influenza più forte è stata quella di John Coltrane, un sassofonista che ha cambiato la storia del sassofono, ma non solo. Intanto ha inventato un modo di improvvisare che è impossibile imitare. Posso confermare di avere imparato molto da Coltrane e anche dai post coltrainiani come Michael Brecker e come Bergonzi. Quella gente mi ha molto influenzato».
In una orchestra Jazz che potremmo definire “democratica”, il musicista vive una ideale libertà personale e ognuno ha una propria personalità, un proprio spazio, diversamente che nel contesto vagamente “aristocratico” della musica classica, dove l’ossequio al direttore d’orchestra e al compositore, sono percorsi codificati. In sostanza, si può affermare che nel Jazz si respiri più un’aria di libertà musicale?
«Sicuro. Solo il fatto che tu possa improvvisare ti dà la misura che non sei obbligato a suonare soltanto il tema di Goldberg per poi farci delle variazioni come ha fatto Bach nelle improvvisazioni: solo che le ha dovute scrivere e oggi vengono suonate come erano suonate allora, ma se le suonassero oggi, improvviserebbero. D’altra parte gli organisti sono rimasti degli improvvisatori, fanno ancora preludio e fuga, ecc, e improvvisano. Sicuramente c’è più libertà musicale».
Canto interiore, suoni e ritmo, legni che percuotano tamburi, bronzi di piatti, dita che premono su tasti di tromba e pizzicano vibranti corde di contrabbasso, mani che accarezzano i tasti a di un pianoforte. Come nasce il mistero di tanta stupefacente libera complicità?
«Beh, perché stiamo tutti suonando lo stesso tema, così come succede nella musica sinfonica dov’è c’è tutto scritto. La parte armonica è scritta e viene rispettata, solo come sempre, i jazzisti la interiorizzano. Non abbiamo lo spartito e impariamo le melodie a memoria, perché evidentemente non si tratta di imparare la 9. Sinfonia di Beethoven. Una volta imparato il tema, se è un tema famoso, lo conosci, non c’è bisogno dello spartito».
Dagli ascolti e dalle visioni di eventi Jazz, è ravvisabile una sorta di complicità edonistica tra esecutore e il proprio strumento. A mio avviso, un consapevole esercizio mentale/fisiologico (necessariamente intelligente) del sapersi ascoltare attraverso le aree del piacere, che sublimano esecuzione e artista. Ciò non significa che edonismo sia la sola strada per eccellere nella musica, ma in musica amarsi quel tanto che basta, significa innamorarsi ed esseri ripagati…
«D’accordissimo! Ma io mi odio anche ogni tanto. Quando non faccio la cosa che voglio fare, perché magari la sera prima ho suonato troppo e ho il labbro duro; oppure, per esempio quando faccio certe ballate, è fantastico e la soddisfazione è totale. Non ho mai usato cocaina ma penso sia la stessa cosa. La musica è innamorarsi anche della propria».
Quale differenza corre tra Jazz essenzialmente americano e Jazz europeo? Grande parte del mercato discografico jazzistico proviene dall’America. Gli Stati Uniti restano ancora il paese leader per la diffusione del Jazz, oppure l’Europa ha un suo ruolo paritario?
«No, l’Europa non ha un ruolo paritario, ma come sempre in Europa è tutto un po’ spezzettato, non c’è un centro. New York è il centro dell’America, oltre Los Angeles e Chicago, Hollywood dove esiste una tradizione. In Europa c’è Madrid, Milano, Roma. Roma si occupa, diciamo da Firenze in giù fino alla Sicilia. Questo accadde in tutta Europa, per cui non esiste un centro come New York. Se tu vuoi fare Jazz, vai lì dove c’è tutto. Da noi la cultura non è uniforme come negli Stati Uniti dove tutti parlano la stessa lingua. In Europa dal punto di vista culturale, è probabilmente meglio perché nascono culture diverse, per cui c’è anche un Jazz europeo e non soltanto americano. Esiste anche un jazz russo. Dai tempi dalla cortina di ferro, nel 1964, ho suonato a Varsavia e a Praga. Esistono in Russia dei bravissimi musicisti in grande parte poi, emigrati negli Stati Uniti».
Esistono differenze stilistiche e tecniche tra suonatori bianchi e suonatori di colore? È verosimile pensare che la Musica sia un patrimonio comune che dovrebbe cancellare ogni differenza…
«Ci sono degli approcci diversi e penso che siano soprattutto nella parte bianca per l’improvvisazione e la melodia. Quella parte bianca che viene dalla musica barocca fa la differenza nel modo di suonare dei bianchi. Dei neri si sente soprattutto il ritmo, perché sono imbattibili e insuperabili. Hanno una energia dentro, che noi bianchi non riusciamo ad avere, perché non è nel nostro DNA. Basta vedere come camminano, come ballano, come si muovono».
Ci puoi parlare della situazione attuale del Jazz?
«Il Jazz, così come l’ho suonato io fino adesso e che continuo a farlo, è finito. Per intanto, mi rendo conto che la gente sta anche un po’ scappando quando faccio dei concerti. Mi rendo anche conto che quelli che mi vengono a sentire sono prevalentemente cinquantenni. Ma la cosa curiosa è che ci sono tante scuole in ogni città, di musica improvvisata, soprattutto di Jazz, non studiata in conservatorio, mentre nei nostri conservatori, adesso c’è lo studio del Jazz. Il fatto che ci siano così tanti musicisti giovani, che escono con una cultura jazzistica, ma che non vanno a sentire nessun concerto, a me stupisce sempre un pochino. La musica la impari ascoltandola, perché la scuola ti può insegnare delle cose, ma se tu non cresci con quelli che la sanno fare meglio di te, non hai nessuna speranza di carriera».
V’e una ragione perché il violino e in genere gli strumenti a corda quando non pizzicati, non siano considerati strumenti jazzistici? Tuttavia i cantanti Jazz potrebbero essere accompagnati da un violino o da una viola quando una melodia ti riporta alla nostalgia o all’ effervescenza del Jazz, oppure le dinamiche musicali del Jazz escludono a priori la melodia?
«No. Non esiste la melodia. Anche il cello ultimamente è diventato uno strumento di moda, perché è più struggente del violino. Però esistono dei jazzisti molto bravi. Uno che mi viene in mente e che conosco anche molto bene, è Jean-Luc Ponty, che ha più o meno la mia età e che ha suonato con Frank Zappa, il quale componeva dei pezzi sinfonici d’ avanguardia eseguiti con la London Symphony Orchestra. Jean-LucPonty era un fan di Hindemith. Si può suonare il Jazz con il violino. Penso però che sia molto difficile, perché è uno strumento ancora più impegnativo della tromba, se non fai 2 o 3 ore di esercizio al giorno, perdi l’intonazione del suono, mentre per la tromba ti basta un’ora, un’ora e mezza. Ora mi arrangio anche con 40, 45 minuti al giorno, poi riposo, anche perché il recupero è più lento con gli anni. La musica Jazz è piena di cantanti, prendi Frank Sinatra accompagnato dagli archi, da un sinfonismo e da bellissimi arrangiamenti americani, hollywoodiani. Trovo che il canto nel Jazz vada benissimo con gli archi».
Esiste un rapporto e una evoluzione tra Jazz moderno sinfonico e musica classica contemporanea?
«Esiste eccome! Soprattutto attraverso l’improvvisazione. Se tu come compositore lasci uno spazio a qualcuno che sa improvvisare, nel senso che al conservatorio ha seguito dei corsi di Jazz e non soltanto quelli di musica scritta, a quel punto ha la fantasia sufficiente per farlo, allora si, questi sono i punti di incontro e io penso che questo sia il futuro. Anche la musica elettronica penso non sia sufficientemente evoluta. Con la capacità di calcolo che c’è adesso in un computer o anche in un telefonino, non è possibile che si faccia quella musica e non qualcosa d’altro. Io non so chi arriverà un giorno a fare musica elettronica in maniera che sia veramente un invenzione diversa da ciò che ascoltiamo oggi. Credo a questo punto che in futuro si debba attuare e creare un ponte fra musica contemporanea e Jazz, cosa che già opportunamente sta avvenendo».
Questo colloquio musicale si interpone tra un solista di musica Jazz è un tenore dell’opera lirica. È ravvisabile una similitudine tra il suono aereo della tromba e la voce del tenore, entrambi messaggeri di passioni?
«Assolutamente sì. Il suono della mia tromba è leggermente più dolce e come la voce di un tenore, molto piena. La tromba è più sottile, più squillante e più militare anche. Il flicorno invece no, ha un suono rotondo, sempre come il suono di una tromba, ma molto più ricco di colore, quindi penso che questi strumenti siano ancora più simili alla voce del tenore».
Nel panorama europeo, Lugano ospita importanti incontri e festival dedicati alla musica Jazz. Tu sei un prestigioso solista elvetico nato a Lugano, configurato nel contesto internazionale. Come vivi il rapporto con il pubblico locale, anche se messaggi musicali e adrenalina corrono sugli stessi binari come a New York, Las Vegas o Berlino…
«Devo dire che suono molto poco a Lugano, perché trovo che in fondo, ormai dopo 50 anni di carriera dove ho incominciato da ragazzino, quando suonavo ancora al Federale, dopo avere conseguito successi internazionali, debba nella mia città dare spazio ad altri».
La struttura di LAC, Lugano, Arte e Cultura, dovrebbe a tuo parere ospitare grande eventi concertistici di Jazz sinfonico?
«Secondo me assolutamente sì. Solo che in questo momento c’è una fase di transizione e di grosse difficoltà per il Festival di Lugano. Quest’anno si è perso uno sponsor e sarebbe peccato se non si potesse più realizzare un festival. La struttura teatrale del LAC potrebbe benissimo ospitare complessi e orchestre sinfoniche Jazz nel ambito di un festival invernale».