La curiosità mi spinge subito a chiedervi che cosa sono questi paesaggi sonori di cui da qualche tempo vi state occupando…

«L’uso del suono – esordisce Christian Rivola – della luce, di elementi materiali e formali dell’arredamento urbano e paesaggistico, la selezione di particolari essenze vegetali, formano una nuova possibile sintesi tra natura, cultura, tecnologia. E suggeriscono forme nuove ed avanzate di qualità urbana. La costruzione di un nuovo paesaggio sonoro può segnare l’avvio di un diverso e più armonioso rapporto tra l’ambiente e chi lo vive. Più analiticamente come paesaggio sonoro potrebbe essere definita la proprietà acustica di qualsiasi paesaggio in relazione alla percezione specifica di una specie, intesa come il risultato delle manifestazioni e dinamiche fisiche (geofonie), biologiche (biofonie) e umane (antropofonie)».

«Da un punto di vista più prettamente musicale – precisa Filippo Rosini – si può intendere sia la totalità del mondo dei suoni, sia le eventuali registrazioni di una sua porzione, allo stesso modo in cui si definisce un paesaggio visivo e una fotografia che ne ritrae una parte. La musica potenzialmente è ovunque perché ovunque vi è un suono che crea un paesaggio sonoro, e il suono dell’ambiente può essere fruito e vissuto come musica. Il fatto inoltre che dentro questa ipotetica sinfonia siamo ovunque e costantemente immersi conferisce all’ascoltatore la facoltà di attivare o disattivare il proprio approccio estetico all’ascolto del paesaggio». 

Questo vostro ambito di ricerca mi sembra essere particolarmente interessante e stimolante. Avete già vostre esperienze dirette a cui fare riferimento?

«Ogni paesaggio – prosegue Christian – possiede suoni unici e inconfondibili, come delle “impronte sonore” che descrivono una cultura e che contribuiscono, al pari di altre manifestazioni umane, alla creazione dell’identità locale. Luoghi ed edifici di assoluto valore storico e pregio possono quindi essere valorizzati anche da un punto di vista acustico, amplificando un canale sensoriale che la cultura occidentale tende oggi sempre più ad emarginare. Un’operazione di questo genere abbiamo cercato di realizzare con il progetto denomina “La via del Ceneri”, tratto dell’importantissima “via del Gottardo”, la cui conclusione è prevista entro Pasqua 2019, così da divenire parte attiva degli eventi in vista dell’inaugurazione della galleria di base del Ceneri, che avrà luogo a dicembre 2019».

Tutto questo ha comportato anche il restauro di importanti permanenze storiche, come il Mulino del Precassino…

«La valorizzazione del Mulino del Precassino e della pesta significa aver ridato importanza ad un edificio del passato che è elemento considerevole per arricchire gli itinerari che consentono di scoprire le vie storiche del versante Cadenazzo-Robasacco-Monte Ceneri, in funzione di un turismo di prossimità riferito all’escursionismo e agli itinerari culturali nel territorio. Oltre alla ricerca storica, è stata data particolare attenzione alla definizione dell’itinerario tematico che ospita l’antico manufatto. La vicinanza con la vecchia strada del Ceneri, e in particolare il ponte ottocentesco iscritto nell’inventario delle vie di comunicazione d’importanza nazionale, permette di organizzare il punto d’incontro, i posteggi e la prima sosta, dove avviene l’introduzione al contesto. Si procede poi lungo l’itinerario tematico della Vecchia Strada del Ceneri verso il mulino. L’anfiteatro naturale che circonda l’edificio, diventa luogo ideale dove sostare e percepire il passato, raccontato anche attraverso i pannelli didattici informativi per poter comprendere tutte le specificità del luogo. Una scelta che, oltre a garantire la comprensione ottimale ai visitatori, estende il luogo e lo trasforma in un vero e proprio magnete del territorio».

Un tema a voi particolarmente caro è quello della conservazione del territorio…

«Il territorio è prezioso e dobbiamo preservarlo per l’avvenire e per il bene di tutti. In base alle caratteristiche naturali, storiche e culturali, vogliamo individuare soluzioni che mantengano e valorizzino un territorio di elevato pregio paesaggistico, con l’evidente obiettivo di reinterpretare e rivitalizzare siti che riacquistano nuovo splendore culturale e territoriale. Così, un intervento che ci coinvolge in modo particolare per le soluzioni adottate, riguarda la riconversione a Bulle, nel Cantone Friburgo, di un vecchio arsenale militare. Gli spazi all’interno dell’edificio sono stati ricreati su tre livelli rispettivamente destinati ad attività commerciali e artigianali, uffici e a una zona gastronomica, dando vita a dei percorsi che, a partire dal parcheggio, consentono agli utenti un’esperienza multisensoriale, accompagnandoli attraverso l’architettura, l’illuminotecnica, e naturalmente il volume dei suoni, verso una fruizione degli spazi e degli ambienti che coinvolga contemporaneamente tutti i sensi».

Atelier Ribo+ vanta molteplici progetti di architettura che spaziano dai nuovi edifici ad interventi di riattivazione del patrimonio costruito…

«In effetti, siamo fermamente convinti che gli edifici preesistenti vadano riattivati in modo cosciente e responsabile. Occorre garantire una nuova vita all’essenza della preesistenza nel rispetto del luogo e della sua funzione d’origine. Ciò ha permesso, come nel caso del Centro Somen a Sementina (ex-Clinica Humaine) di dare nuova vita, in un dialogo armonico tra preesistenza e fabbisogno della nuova utenza, all’edificio, che acquisito nuove funzioni marcando un segno importante nel territorio. A questo scopo, è fondamentale comprendere a fondo le peculiarità rilevanti, che diventeranno il fil rouge secondo il quale operare».

E per quanto riguarda i nuovi edifici?

«La nostra ambizione è quella di progettare e costruire partendo dal principio di un’architettura che ben si integra nel contesto circostante, rispettosa dell’ambiente e delle esigenze. I punti fondamentali di ciascun progetto vengono definiti in modo analitico e al contempo armonico, per garantire soluzioni coerenti, efficaci e senza tempo.  Attraverso il dialogo e l’ascolto, cerchiamo di percepire le essenze del luogo, i desideri del committente, i suoi bisogni e le sue preferenze. Con questi presupposti abbiamo realizzati progetti in ambiti diversi, che spaziano per fare solo qualche esempio, da un nuovo hotel a Bulle alla House VRD di Lodrino, fino alla Residenza Dolce Vita a Muralto, quest’ultima in corso di costruzione».

Architetto Rivola, come nasce l’Atelier Ribo+?

«Mi sono laureato nel 1995 presso la Scuola Universitaria Professionale di Lugano, quindi ho ottenuto il Master of Architecture presso la SCI-Arc di Los Angeles nel 1998, presentando per la sua tesi la riorganizzazione territoriale. Oggi sono coinvolto in mandati specifici per comuni e regioni per la realizzazione di nuovi concetti di urbanistica, di paesaggio e di riattivazione, dedicandomi nel contempo all’architettura d’interni, alle trasformazioni di preesistenze, allo sviluppo di nuovi insediamenti e al design. Casa Irma è la sede di Atelier Ribo+, il laboratorio nel quale le nostre idee e i nostri progetti prendono forma. Una location strategica, ai piedi del Monte Ceneri, in posizione centrale tra i principali poli cantonali del Ticino. Il lavoro è una relazione sociale, per questo motivo gli spazi di Casa Irma sono concepiti per lavorare in condivisione e per comunicare. Tutti lavorano su tutto e ciascun collaboratore porta il suo contributo in atelier».

Nel suo caso invece si può davvero parlare di un musicista prestato all’architettura…

«In effetti, sono un pianista, direttore di coro e banda, docente di Educazione Musicale e fondatore dell’omonima scuola di musica. Ho iniziato lo studio del pianoforte all’età di 10 anni e mi sono diplomato nel 2008 per iscrivermi subito dopo nella classe di perfezionamento di Alan Weiss presso il Lemmensinstitut di Leuven (Belgio). Ho partecipato attivamente a numerose Masterclass in diversi Paesi, tra cui Finlandia, Israele, Belgio e Italia, studiando con importanti maestri di fama internazionale. Negli ultimi anni, grazie alla mia collaborazione con Atelier Ribo+ ho avuto modo di indagare in modo approfondito i legami tra musica e architettura che sono molto stretti, anzi sono diverse istanze dell’unica modalità espressiva dell’uomo nel suo confronto con il mondo, diverse componenti di un unico sguardo di interesse per la conoscenza. Non solo arte e tecnica, ma anche etica ed emozione in un unico atteggiamento unificante della conoscenza Recuperare oggi questa visione unificante vuol dire acquisire un rinnovato slancio per la creazione di opere nuove, nonché un criterio di confronto e armonia con l’ambiente e il paesaggio che ci circonda».