Vivere a lungo, anzi in eterno, è uno dei sogni dell’essere umano, sin dall’antichità. Nella Genesi si parla di due alberi, quello della Conoscenza del bene e del male, con i suoi frutti proibiti, e quello della Vita, i cui frutti avrebbero permesso ad Adamo ed Eva e ai suoi discendenti vita eterna. Ricordiamo anche la leggendaria coppa del Graal, celebrata nel racconti della Tavola rotonda, ritenuta capace di guarire da ogni malessere e di donare la vita eterna; o ancora le mitologiche fonti della giovinezza cercate nel Vecchio e Nuovo mondo da molti esploratori; o la favolosa pietra filosofale, tra le cui proprietà ci sarebbe il dono dell’immortalità.

Su basi decisamente più empiriche, da anni gli scienziati hanno messo in correlazione la genetica e l’ambiente con l’alimentazione e lo stile di vita tra le cause principali della longevità. La ricerca più affascinante è quella che ha portato alla scoperta delle cosiddette “zone blu” – termine preso dal colore che usavano i ricercatori per segnare le aree con molti centenari presenti – sviluppata dal giornalista americano Dan Buettner con il National Geographic e iniziata dal demografo francese Michel Poulain e dal medico sardo Gianni Pes. 

Esistono così cinque zone del Pianeta in cui le persone vivono serenamente oltre il secolo e nelle quali sono state riscontrate tendenze ricorrenti caratterizzate principalmente da un regime alimentare capace di salvaguardare sia la salute individuale che l’ambiente: in Europa sono alcuni paesi della Sardegna, nelle aree storiche della Barbagia e dell’Ogliastra, e l’isola di Ikaria, in Grecia; in Giappone le isole di Okinawa; in Costarica la penisola di Nicoya e infine Loma Linda, in California.

La circostanza che due zone su cinque siano collocate nel bacino del Mediterraneo sembra poter essere correlata col fatto che le popolazioni seguano la cosiddetta dieta mediterranea, codificata da un altro americano, il fisiologo Ancel Keys, alla cui base vi sono cereali integrali, varie porzioni al giorno di frutta e verdura, legumi, e in misura minore formaggi, carni, pesce e uova. Nelle zone blu comunque la carne proviene da animali liberi di procacciarsi il proprio cibo e pascolare, cosa che porta sicuramente a livelli più elevati di acidi grassi Omega-3. Nella maggior parte dei casi, per i pesci le scelte migliori ricadono su specie come le sardine e le acciughe che non sono soggette ad alti livelli di mercurio e altri agenti chimici.

Osservando questi anziani longevi, si è scoperta la loro abitudine di coltivare l’orto, pratica che diventa un vero e proprio elisir di giovinezza. Molte delle verdure e frutti che consumano sono stati coltivati da loro stessi e pochissima è la frutta o verdura consumata fuori stagione. A ciò si aggiunge un uso moderato di alcol, pochi zuccheri, un pugno di noci ogni giorno. A Okinawa, ad esempio, bevono tè verde tutto il giorno e gli abitanti della penisola di Nicoya, dell’isola d’Ikaria e quelli della Sardegna ingurgitano anche grande quantità di caffè. Nel loro tè ci mettono il miele e i dolci li mangiano solo in occasione delle festività. E assaporano tanti legumi: a Nicoya fagioli neri, a Okinawa fagioli di soia, nel Mediterraneo lenticchie, ceci e fagioli bianchi. Contengono tutti pochi grassi e rappresentano un’eccellente fonte di fibre. In tre su cinque delle zone blu il pane è un alimento base. Sull’isola d’Ikaria, così come in Sardegna, lo si fa con una grande varietà di grani interi al cento per cento, incluso segale e orzo, ciascuno dei quali è in grado d’offrire una vasta gamma di nutrienti e grandi quantità di fibre. E soprattutto si mangia il cibo nella sua interezza: non si butta niente. L’alimentazione è sicuramente uno degli ingredienti fondamentali per vivere di più, ma non solo. Si ritiene determinante anche lo stile di vita praticato, attivo, non sedentario, fortemente socializzato e la spiritualità. La mancanza di stress, poi, è considerato un altro dei fattori più incidenti, unito alla pennichella pomeridiana! Elementi ulteriori e fondamentali sono l’aria buona e un basso o quasi inesistente inquinamento atmosferico.

È passato quasi un decennio dal primo libro pubblicato da Buettner con le indicazioni da seguire, ma cosa è cambiato?

Le informazioni sono chiare e precise e in generale la nostra alimentazione è cambiata in meglio, ma il mondo in cui viviamo non ci permette di fare il riposino dopo pranzo, di stressarci poco e di stare sempre all’aria aperta. E alla maggiore consapevolezza delle persone non sempre è corrisposto un effettivo miglioramento dei loro comportamenti.

Anche se non ce ne rendiamo immediatamente conto, quando consumiamo un prodotto alimentare stiamo in qualche modo impattando sull’ambiente che ci circonda. I processi, infatti, che hanno portato quell’alimento sulle nostre tavole sono il frutto di una catena che ha inizio con la fase di produzione delle materie prime, fino allo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti.

Oggi favorire un’ampia adozione di stili alimentari sostenibili è il modo per abbattere drasticamente il nostro impatto sul Pianeta, favorendo al contempo un miglioramento della nostra salute. Per essere sostenibili a tavola non occorrono particolari sacrifici. Tutti i dati a nostra disposizione dimostrano l’esistenza di una relazione inversa tra le tipologie di alimenti da consumare con maggiore frequenza e il loro impatto ambientale. Gli alimenti dei quali è bene moderare il consumo hanno un impatto maggiore (in termini di anidride carbonica o di consumo di acqua), e viceversa. 

A ricordarci quanto è prezioso il nostro Pianeta, ogni anno il 22 aprile, un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, si celebra a livello mondiale la Giornata della Terra (Earth Day). Nata nel 1970, a seguito del disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California, come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento internazionale educativo ed informativo. Un’occasione per valutare le problematiche del pianeta alla ricerca di soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo. Tutti ricordiamo negli anni Novanta la storica scalata sul monte Everest in cui un team formato da alpinisti statunitensi, sovietici e cinesi trasportò a valle oltre 2 tonnellate di rifiuti lasciati da precedenti missioni! Nel 2020 ricorrerà la 50esima edizione dell’Earth Day e l’impegno e l’invito lanciato dall’ONU è quello di riuscire a piantare 7,8 miliardi di alberi entro tale data. Un impegno, simbolico e non solo, a limitare le emissioni dannose, ma anche una fonte di aria pulita e sostentamento per tutte le comunità.

Cosa possiamo fare nel frattempo?

Trasformare la nostra consapevolezza in ulteriori attività pratiche per vivere sempre più secondo criteri di sostenibilità ambientale. E tanti giovani già lo fanno. Prendiamo l’esempio degli studenti della Franklin University Switzerland di Sorengo: tra le svariate materie che vengono insegnate, tra cui relazioni internazionali e scienze politiche, economia, comunicazione, letteratura e storia dell’arte, particolare attenzione viene data agli studi sull’ambiente. Diversi corsi sono dedicati al significato profondo del cibo e del mondo che ci circonda, con speciale riguardo al concetto di sostenibilità. Già da alcuni anni gli studenti della Franklin mettono in pratica i loro insegnamenti: dal 2010 hanno sviluppato un progetto coltivando un orto all’interno del campus per creare una corretta “dispensa” per la loro mensa e sensibilizzare la comunità che li ospita. Un vero e proprio Campus green grazie anche al contesto delle Alpi svizzere in cui gli studenti vivono e che imparano a conoscere sempre più.

Le sfide più grosse dell’agricoltura riguardano la diminuzione della produzione di gas serra e lo spreco di cibo che ammonta a 1,3 miliardi di tonnellate l’anno. Ma altrettanto importante è la conservazione della biodiversità: in un secolo sono state perse il 75% delle colture e sono a rischio estinzione il 30% delle razze animali domestiche.

La biotecnologia ci aiuterà molto. Da un lato si stanno già realizzando prodotti per i quali non servono piantagioni o allevamenti che consumano energia e liberano anidride carbonica, non si disboscano foreste; dall’altro gli studi permetteranno di recuperare i buoni gusti del passato: secondo l’università della Florida ci vorranno ancora quattro o cinque anni, ma un gruppo di agronomi e genetisti ha individuato i geni perduti in mezzo secolo di selezione e con gli incroci tornerà il gusto dimenticato, ad esempio, del vero pomodoro! E ancora, una start-up californiana, sta sviluppando dei conservanti naturali ricavati da scarti vegetali biologici, in grado di prolungare sino a cinque volte la durata di frutta e verdura, rallentando il processo di decomposizione. Il nuovo prodotto è una sostanza da spruzzare su frutta e verdura in ogni momento del processo di maturazione, che una volta asciugata agisce come barriera nei confronti dei gas che producono il processo di decomposizione. In questo modo, i coltivatori possono ridurre la dipendenza dai pesticidi e aumentare la qualità dei prodotti che avendo una durata maggiore potranno essere raccolti a maturazione più avanzata di quanto avviene ora e quindi risultare più saporiti e ricchi di sostanze nutritive. 

Oltre ad eliminare tanti seri problemi, non rischiamo però di eliminare anche il semplice e puro piacere di mangiare? Perché ciò non avvenga coltiviamo il nostro orto!