Edwin Navez: precisione svizzera, visione globaleBelga di nascita, svizzero di passaporto e ticinese d’adozione, vive a Minusio con la famiglia da oltre vent’anni. Ingegnere di formazione, ha trascorso gran parte della carriera nel mondo del luxury – da Versace a Michael Kors e Philipp Plein – prima di approdare, nel 2019, alla guida di ASSOS of Switzerland, marchio simbolo di eccellenza e innovazione nel ciclismo. Con il suo stile sobrio e il passo sicuro di chi sa dosare energia e visione, Edwin Navez unisce precisione svizzera, eleganza internazionale e passione autentica per la bicicletta.

ASSOS è nata dall’intuizione di Toni Maier in una realtà familiare a Winterthur e si è poi consolidata in Ticino. Come CEO, qual è il valore più grande che lei porta con sé di questa eredità svizzera?

«Ha ragione: è proprio un’eredità molto svizzera. È lo spirito di una cura maniacale del dettaglio per creare un prodotto estremamente performante e destinato a durare nel tempo. È anche un modo di comunicare diretto, onesto e semplice. ASSOS è sempre stata più di un’azienda di abbigliamento: è un laboratorio in cui si sperimentano soluzioni per migliorare la performance umana sulla bicicletta. Questo approccio, ereditato da Toni Maier, continua a guidarci oggi. Progettare, testare e sviluppare prototipi in Svizzera non è una scelta nostalgica, ma un modo per restare fedeli a quella cultura dell’eccellenza che ha reso ASSOS un punto di riferimento nel mondo del ciclismo. Ciò che posso portare io è un’esperienza più manageriale, utile per elevare ulteriormente la qualità del prodotto e dei processi aziendali. Forse anche una sensibilità ambientale e un forte interesse per un prodotto che sappia eccellere sia dal punto di vista tecnico che estetico».

L’azienda è sempre stata sinonimo di innovazione. Qual è, secondo lei, l’innovazione che meglio rappresenta oggi lo spirito di ASSOS?

«Oggi la nostra innovazione non riguarda più soltanto il singolo prodotto, ma tutti i processi interni. Dall’ingegnerizzazione dei tessuti alla costruzione dei capi, fino al modo in cui li combiniamo per affrontare diverse condizioni climatiche, il nostro obiettivo è garantire comfort assoluto in ogni momento dell’anno. Se dovessi citare un esempio concreto, direi l’introduzione del concetto di layering system: un approccio scientifico al comfort che traduce decenni di ricerca in un linguaggio accessibile a chiunque pedali. L’innovazione, però, include anche nuove tematiche richieste dai settori dell’outdoor e del lusso, come la sostenibilità e il su misura, che rappresentano oggi nuove priorità per l’azienda».

ASSOS ha una lunga tradizione di collaborazione con il ciclismo professionistico. Come cambiano, secondo lei, le esigenze di chi corre in WorldTour rispetto a quelle degli amatori che cercano comfort e qualità?

«Il DNA è lo stesso in tutti i nostri prodotti. Ogni capo può essere utilizzato anche da professionisti, a seconda del tipo di percorso: distanza, terreno, intensità dell’allenamento o periodo dell’anno. Il ciclista professionista rappresenta il nostro laboratorio vivente. Le sue esigenze sono estreme: comfort e prestazione devono coesistere per molte ore, spesso in condizioni difficili. L’amatore, invece, ricerca le stesse sensazioni, ma con una diversa intensità d’uso. La nostra sfida è tradurre ciò che sviluppiamo per i team professionistici in un’esperienza quotidiana per chi pedala per passione. In fondo, il comfort è performance, anche per chi non corre una gara».

Edwin Navez: precisione svizzera, visione globaleNegli ultimi anni ASSOS ha vissuto partnership importanti, come quelle con Qhubeka e Tudor Pro Cycling, e si parla di nuovi accordi futuri. Qual è la strategia del brand rispetto al circuito ProTour?

«Il livello di tecnicismo e di qualità è sempre stato tra i più alti del circuito. A seconda dei budget o delle scelte strategiche, siamo stati presenti con team diversi, sempre di ottimo livello. Per me, era importante che nel 2026 il cinquantesimo anniversario dell’azienda fossimo presenti nel WorldTour con una squadra di primo piano e che costruissimo una relazione a lungo termine. Volevamo una squadra capace di apprezzare la differenza tecnica dei nostri prodotti, ma anche di condividere con la community ciclistica la passione e il senso di coolness che definiscono il nostro brand».

I vostri capi sono spesso definiti “equipment” più che abbigliamento. In che modo questa definizione riflette la vostra identità e vi distingue dagli altri marchi del settore?

«La parola “equipment” sintetizza perfettamente ciò che siamo. Un ciclista non indossa semplicemente un capo ASSOS: utilizza uno strumento tecnico progettato per migliorare la sua esperienza in sella. Ogni cucitura, ogni pannello, ogni materiale ha una funzione precisa.

È lo stesso approccio di chi costruisce un motore da corsa: nulla è decorativo, tutto è ingegnerizzato per la performance. Questo è ciò che ci distingue nel mercato e mantiene viva la nostra identità pionieristica».

La sostenibilità e la durabilità sono diventati pilastri fondamentali per molte aziende. Quali sono i vostri progetti concreti in questa direzione?

«The most sustainable garment is the one you keep”. La nostra idea di sostenibilità parte dalla durata. Un capo ASSOS deve accompagnare il ciclista per molti anni, mantenendo performance e comfort. La sostenibilità è diventata un vero motore di innovazione: l’organizzazione è certificata ISO 14000, nel 2026 introdurremo tessuti riciclati, valutiamo l’impatto PEF dei nostri prodotti e stiamo sviluppando progetti di repair & reuse. Lavoriamo per prolungare la vita dei nostri capi e promuovere un consumo più consapevole».

ASSOS ha spesso anticipato i tempi, ma oggi il mercato chiede anche storytelling e community. Come vi state muovendo per dialogare con le nuove generazioni di ciclisti?

«Vogliamo raccontare il ciclismo attraverso le persone che lo vivono, non solo attraverso i prodotti. Per questo la nostra priorità assoluta è sviluppare una relazione sempre più stretta con i negozi, per migliorare il nostro ecosistema e aiutarli a far crescere la loro community.

Il progetto Collective 13, ad esempio, nasce proprio con questo obiettivo: creare una community globale di ciclisti che condividono la stessa visione di comfort, performance e passione».

La linea femminile è stata storicamente una sfida per molti brand tecnici. In che modo ASSOS sta affrontando questo segmento oggi?

«Per noi non si tratta di una semplice “versione femminile” dei capi maschili. Le linee DYORA e UMA sono state sviluppate da un team di donne, per le donne. Dalla progettazione dei tagli alla selezione dei materiali, fino ai test sul campo, ogni fase è stata guidata dall’esperienza di chi vive davvero la bici. È un approccio che continueremo a rafforzare, perché crediamo che il ciclismo femminile rappresenti una delle forze più ispiranti per il futuro del nostro sport».

Se dovesse descrivere con una sola immagine o parola la visione di ASSOS per i prossimi dieci anni, quale sceglierebbe?

«Precision in motion”. È la sintesi della nostra filosofia: muoversi sempre avanti, con precisione svizzera e visione globale. Continuare a innovare, mantenendo intatto ciò che ci ha resi unici: il comfort come forma più pura di performance. “Stay focused”. Significa concentrare ogni energia sull’eccellenza e sulla serietà con cui affrontiamo ogni dettaglio, dal prodotto alla comunicazione. Restare fedeli alla nostra identità, ma con lo sguardo rivolto al futuro. E, soprattutto, trasmettere la passione autentica che ci lega a questo sport e alla sua comunità».

Lei ha lavorato in grandi marchi della moda internazionale prima di approdare al mondo del ciclismo. Che cosa l’ha attratta di ASSOS e di questo settore così diverso?

«ASSOS rappresenta la naturale continuazione di un percorso nel mondo del lusso. Oggi il concetto di lusso ha un significato diverso: è più esperienziale, orientato al benessere, alla dimensione outdoor e alla comunità. Il ciclismo racchiude tutto questo. ASSOS, in più, offre un’eredità autentica. L’idea di combinare design, ingegneria e performance umana mi ha conquistato. E, da buon ingegnere, considero ASSOS la perfetta sintesi tra qualità, creatività e scienza».

ASSOS ha radici forti in Ticino, con il quartier generale a San Pietro di Stabio e lo store a Lugano. Che significato hanno per lei queste sedi e il legame con il territorio?

«Il Ticino è la nostra casa e il cuore della nostra identità. Qui convivono l’anima svizzera della precisione e quella italiana del gusto e della creatività. È un equilibrio raro, che si riflette in tutto ciò che facciamo. Ogni capo nasce a Stabio, ma porta con sé una visione internazionale che affonda le sue radici proprio in questo crocevia culturale».

C’è un ricordo o un’esperienza legata alla bicicletta che per lei rappresenta un punto di contatto speciale con la missione di ASSOS?

«ASSOS offre il massimo della tecnologia per affrontare le condizioni più esigenti.
Vicino a casa ci sono due valli che amo particolarmente: la Verzasca e l’Alpe di Neggia.
Non mi piace uscire quando piove, ma se il tempo è asciutto
anche con rischio di pioggia so di poter sempre partire tranquillo e tornare sereno, anche se il meteo cambia. Mi ricordo alcune uscite in cui mi sono trovato sotto la pioggia e sono rientrato completamente asciutto grazie alla nostra tecnologia».

C’è un ciclista, passato o presente, che lei ammira in modo particolare?

«Ne ammiro molti. Da belga, Eddy Merckx, il “Cannibale”, è una leggenda.Da buon svizzero, invece, Fabian Cancellara, “Spartacus”, rappresenta la perfetta incarnazione dello spirito ASSOS: potenza, precisione e rispetto per il mestiere. Dire Pogacar, invece, viene quasi naturale: vince tutto, ma non ha paura di prendersi dei rischi. È caduto alcune volte quest’anno, eppure ha disputato una stagione straordinaria. Un altro corridore che mi ha ispirato è Ben Healy: anche lui capace di rischiare, di attaccare e di resistere fino alla fine».

Da Winterthur alle strade del ciclismo mondiale

Fondata nel 1976 da Toni Maier a Winterthur, ASSOS nasce quasi per caso da un esperimento aerodinamico: la realizzazione della prima bicicletta in carbonio testata in galleria del vento. Da quella intuizione scaturì l’idea di sviluppare un body in Lycra per migliorare le prestazioni degli atleti, aprendo una strada che avrebbe rivoluzionato per sempre l’abbigliamento ciclistico. Nel tempo l’azienda si è consolidata in Ticino, a San Pietro di Stabio, diventando sinonimo di qualità, ricerca e innovazione. Tra i primati firmati ASSOS figurano i primi pantaloncini in Lycra, l’introduzione dei bib shorts, inserti e tessuti proprietari capaci di garantire aerodinamicità, traspirabilità e comfort assoluto.

Il marchio è cresciuto a fianco del ciclismo professionistico: dalle Olimpiadi di Atene 2004 con Franco Marvulli, fino a Londra 2012 con Fabian Cancellara e Rio 2016 con l’oro conquistato sempre da “Spartacus” indossando il body “Fenomeno”. Numerose le collaborazioni con campioni come Nino Schurter, team di alto livello e federazioni nazionali, a conferma di un DNA tecnico che rimane il cuore dell’azienda.

Oggi ASSOS è guidata da Edwin Navez, manager svizzero con una lunga esperienza internazionale in realtà come Michael Kors, Versace e Philipp Plein. Specializzato in change management e trasformazione organizzativa, Navez ha raccolto la sfida di traghettare l’azienda verso il futuro, puntando su sostenibilità, digitalizzazione e nuove sinergie con il ciclismo professionistico, senza mai perdere di vista l’eredità pionieristica di Toni Maier.